Così pronunziavasi quel gran sintomo di decadenza, la ricerca di bellezze disadatte. In taluno ritrovi purezza di parole, attestata da un certificato della Crusca, giro melodioso, anche magnificenza di prosa e armonia di verso; ma non mai passione, non mai quell’eloquenza che viene dal cuore e al cuore va, nulla che ti avverta essersi meditato il soggetto e proposto di mettervi qualcosa di nuovo, di attuale.
Contenti di sè, contentando i pari loro, conforme alle riverenze e a’ baciamani che si costumavano nella buona società, distribuivansi i seggi immortali sull’Elicona, paragonando a Rafaello il pittore Mengs, a Correggio il Battoni, a Teocrito il conte Pompei e il marchese Manara, a Plutarco il Giulini, ad Aristotele lo Zanotti, a Cicerone il Venini, ad Anacreonte il Rolli e il Vittorelli, a Tibullo il Fiorentino, a Dante il Varano, a Virgilio una folla di didascalici; il Paciaudi l’Apoteosi d’Iblindo dell’Affò trova pari alle stanze del Poliziano; il Cesarotti loda le terzine del Mazza sopra santa Cecilia come «uno dei pezzi più sublimi che avesse mai letti, il fenomeno più sorprendente di fecondità, di maestria poetica».
Come dubitarne quando l’aveano pronunziato le accademie? Delle quali non v’era, sto per dire, borgata che mancasse; tredici ne contava la sola Bologna: e gente seria vi si raccoglieva per udir recitare composizioni, fatte unicamente per esser recitate, e dove ciascuno fingeasi un nome e una patria e una greggia e una pastorella. Non poteva altro sbocciarne che acciabattori di sonetti, e poemetti insufflati dalla voluttà, dall’amore, dall’adulazione; adulazione non solo a principi, ma a chi possedeva una villa o dava pranzi; il tono ambizioso associando con una prolissità negletta e una tronfia sonorità, simili alle figure delle vetrine, rivestite di panni sfarzosi, ma dentro sono stoppa.
Chi poi volesse poesia nutricata di cose, proponeasi difficoltà volontarie; per esempio di far descrizione d’oggetti restii, o esporre dottrine scientifiche; ma nè qui pure sapeano ridurre i concetti in immagini com’è carattere della poesia, ed assumevano un gergo geometrico, che inaridiva le materie senza darvi precisione. Il Parini derise costoro; e il Galiani pensò un tratto applicare ai problemi morali di quantità e di collisione l’uso della curva; questa, risultante dalla forza centripeta e da quella di projezione, indicherebbe la condotta da tenersi nel conflitto dei doveri verso di sè e verso gli altri; i doveri verso Dio che non patiscono eccesso nè possono raggiungere la perfezione, sarebbero rappresentati dall’iperbole e dall’assintoto; altri dalle ascisse, altri dalle ordinate; il punto ove la tangente bacia la curva, esprimerebbe la perfezione della virtù umana, che se oltre si sospinga, declina e si scosta più sempre.
Tra i problemi didascalici, che pareano rispondere alla pretensione scientifica, distinguere la Coltivazione dei monti del Lorenzi, facile spositura d’improvvisatore; la Riseide dello Spolverini, che venti anni elaborò quella materia infelice; il Canapajo e la Tabaccheide del Baruffaldi, la Fisica e le Origini dei fonti del Barotti; il Medico poeta di Camillo Brunori da Méldola, precetti igienici con una satira contro quelli che biasimano la poesia nel medico.
Francesco Algarotti veneziano (1712-64) mena vita di trionfi; a Parigi è festeggiato dalle belle e dai dotti; Augusto III di Sassonia il manda a raccorre in Italia quadri per la sua galleria; careggiato da Benedetto XIV, è applaudito dai filosofi; Federico di Prussia lo titola conte, e se l’accompagna ai viaggi e alle orgie; Voltaire lo trova non meno amabile nella società che negli scritti[244]; morendo ancor fresco a Pisa, ha un monumento ove è intitolato emulo d’Ovidio, discepolo di Neúton. Fisico, poeta, incisore, mecenate, scrive egli sempre come viveva, in spada e manichini e passi da minuetto, ostentando belletto e nêi, anzichè i veri e puri colori naturali; fra una diligenziuccia stitica di cadenze sonore, di frasuccie, di simmetria, mai non mostra il cuore, mai vigoria sentita e attuosa, nè efficace brevità. Il suo Neutonianismo per le dame, tradotto in tutte le lingue, e dove confuta il trivigiano Rizzetti, è compassionevole ai dotti, inutile agl’indotti. Nei Discorsi militari, inesperto affatto delle armi, difende il Machiavelli contro il Folard, celebre commentatore di Polibio. Nei Saggi (titolo che dispensa dal compire gli argomenti) in luogo della profonda naturalezza inglese svanisce in lambiccature fumose, e incespica fra continue citazioni. Fin i Viaggi, così allettanti per le impressioni personali, egli gela con riflessioni insulse e sfarzo di citazioni e fogliame di frasi, nè informa la propria nazione degl’interessi, delle idee, de’ costumi, del progresso dei popoli, al cui confronto potesse o compiacersi o migliorarsi.
Il nome di lui ricorda i Versi sciolti di tre eccellenti autori (1757), che erano il Frugoni, l’Algarotti, e Saverio Bettinelli gesuita mantovano (1717-1808), franco pensatore, e in corrispondenza col Voltaire[245], che in un poemetto derise il farnetico delle raccolte; che nel Serse ardì far comparire sulla scena l’ombra di Amestri; che nel Risorgimento d’Italia diede una storia mediocre, ma delle migliori di quel tempo; che comprendeva il merito della poesia scritturale, e «quell’evidenza, proprietà, verità d’oggetti, che noi prigionieri nella città e copiatori di lontananza prendiamo dagli antichi, e crediamo d’esser poeti co’ giardini e fiori delle Esperidi, coll’urna de’ fonti e de’ fiumi, col fiato dei zefiri, colle lagrime dell’aurora; così stringendo i gran quadri della natura nelle languide miniature degli artefatti giardini cittadineschi: studiam pure sui libri l’astronomia, le meteore, la naturale istoria, ma essi vedeanle; parliamo di coltivazione, ma essi l’esercitavano; facciamone insieme accademie e colonie, ma ne facean essi la giornaliera lor vita»[246].
Sotto la maschera dell’editore egli sostiene che la rima col facile suo vezzo lusinga i giovani ad una forma senza fondo, la quale rese servile la poesia; mentre lo sciolto non traendo bellezza che dai concetti, chi vi si applica deve cercare pregi sodi; così aver fatto questi tre eccellenti, dei quali ricanta le lodi. Ma se tu leggi quella prosa numerata, non trovi che un continuo scambiettare di fantasie sfaticate e smorfiose, come immagini di lanterna magica; coniano vocaboli inutili, o sformano gli antichi; scambiano le ampolle per fuoco, il gonfio e lezioso per nobile ed ornato; sempre mancando d’affetto, presumono coi tropi nobilitare soggetti ritrosi, e con circostanze puerili avviliscono i più grandi. Dal mattinale contemplare della soffitta è condotto il Frugoni a meditar le ragioni del bello, dalle quali poi lo distoglie il valletto che entra colla cioccolata: il Bettinelli nell’eruzione del Vesuvio descrive i topi snidati. E si offrivano a modello nelle scuole, invece de’ Classici e in compagnia unicamente del Petrarca[247].
In fronte vi stavano certe lettere di Virgilio dall’Eliso, ove Dante era strascinato a giudizio cavilloso. In esse il Bettinelli loda Petrarca con riserbo, e ne vitupera gli zelanti imitatori; fa una scelta rigorosa dei poeti; per migliorarli suggerisce di scemarne il numero; non imitino troppo e s’abbandonino alla natura; chiudasi l’Arcadia per cinquant’anni; le accademie non ricevano se non chi giuri voler essere mediocre tutta la vita; pongasi un grosso dazio sulle raccolte e sui giornali. Io non so scandolezzarmi di chi esercita il prezioso diritto di giudicare in luogo di credere; molti de’ suoi appunti sopra Dante sono veri, sono anche acuti; ma ha torto di sofisticare sulle particolarità dove è necessario guardar l’insieme, far da Virgilio criticare l’autore che men s’accosta alla forma virgiliana, misurare il genio col regolo de’ pedanti.
Nè più largo campo presero i molti lodatori di Dante. Dicesi fosse negletto affatto; eppure il De Brosse nel 1740 scriveva da Roma: — Non è all’Ariosto che i begl’ingegni italiani assegnano il primo seggio, bensì a Dante. È lui, dicono, che portò la lingua alla perfezione, che tutti sorpassò in forza e maestà. Ma più io leggo, più stupisco di vederlo preferito all’Ariosto da fini conoscitori: gli è come chi mettesse il Roman de la rose sopra La Fontaine». Al qual giudizio si paragoni quello del Voltaire, che al Bettinelli scriveva: — Molto caso fo del coraggio vostro a dir che Dante era un matto e l’opera sua un mostro. Eppure in questo mostro amo meglio una cinquantina di versi superiori al suo secolo, che tutti i vermiciattoli chiamati sonetti che a migliaja nascono e muojono oggi da Milano a Otranto. Ha un bel dire quel povero abate Marino (che a Parigi allora ammirava Dante); ma Dante potrà entrare nella biblioteca dei curiosi, ma letto non sarà mai. Mi rubano sempre un tomo dell’Ariosto, non m’hanno mai rubato un Dante».