Sopra di questo si era volta l’attenzione, come sulle anticaglie nelle belle arti: ma se di lui ammiravansi alcune belle descrizioni, qualche pensiero sublime, fors’anche l’aver introdotto nella lingua alcune parole e motti, che quasi sacramentali improntano i più solenni momenti della vita e fissano la nota inimitabile della passione e si ripeteranno finchè uomini vi avrà, in generale vi si adoprava uno studio da retore, nè conosciuta ne fu l’importanza se non quando si pose attenzione al medioevo. Intanto, oltre le difese del Bianchini, del Rosa Morando veronese, del Gozzi, oltre Gian Giacomo Dionisi canonico di Verona, che, cerchi quanti codici potè, fece nel 1795 un’edizione della Divina Commedia, non approvata dai savj; più d’uno il tolse a modello, fra i quali il Leonarducci nella cantica sulla Provvidenza, il Manfredi nel Paradiso, Cosimo Betti nella Consumazione de’ secoli; Lodovico Salvi lo sapeva tutto a memoria, e ne scrisse gli argomenti in versi; Bernardo Laviosa somasco gli diceva, «Mio buon maestro e mio poeta, se io t’ami il sai», e presentì le melanconie poetiche, tranquillamente predominato dal pensiero della morte.
Alfonso Varano (1705-88), altero di discendere dagli antichi signori di Camerino, e d’essere ciambellano dell’impero di Germania, onore che i gentiluomini dello Stato pontifizio sollecitavano per sottrarsi alla giurisdizione dei prelati; versatissimo nel cerimoniale e nel punto d’onore, sicchè a lui se ne rimetteano le quistioni, la slombatezza de’ contemporanei volle trarre alla robustezza dantesca, e tragediò Sant’Agnese, Demetrio, Giovanni da Giscala, con concepimenti abbastanza arditi e stile ricco. — Da quando in qua la poesia è obbligata ad essere per sua naturale proprietà menzognera? non si potrà dunque parlare leggiadramente o nobilmente in poesia secondo la diversità de’ suoi stili, senza attingere le idee alle false ed impure sorgenti delle gentilesche deità?» diceva egli in testa alle sue Visioni, per le quali dal facile secolo ebbe il titolo di Dante redivivo: ma oltre la monotonia del concetto, quella dignità caricata e le prolisse dipinture lo scostano a gran pezza da quel suo modello che accenna e passa.
Mentre alcuni ricalcavano i Classici nostri, altri ormeggiavano i francesi, e spesso una cosa annestavasi mostruosamente coll’altra; dal Metastasio che concetti e orditure intere toglieva da Quinault, da Corneille, da Racine, fino al Paradisi che ne’ suoi elogi rifaceva Thomas, fino a Beccaria e Filangeri e agli altri filantropi che ripescavano dottrine e frasi nell’Enciclopedia, fino ai Giansenisti che dagli avvocati e teologi di colà copiavano gli argomenti a favore dei re contro i papi, e ai filantropici che dilapidavano gli Economisti e gli Enciclopedisti. E quel tipo francese era formato sopra la Corte, onde ne’ sentimenti come nell’espressione si voleva la regolarità, l’uniformità convenzionale; non dire le cose comuni che colla perifrasi, e appannarle tra le frasi secondo la scuola gesuitica, come intitolavasi quella leziosa, che mal imitando il poco imitabile Bartoli, al numero sagrificava e proprietà e concisione e forza, e con epiteti iterati e con parole tronche e periodo spappolato e molliccio, e con emistichj e frasi classiche puntellava una dignità non appoggiata sulle cose, e dove la levigatezza riusciva a scapito dell’efficacia. Chi può oggi durare le inani eleganze e l’armoniosa cascaggine del padre Giambattista Roberti bassanese (1712-86), gran distributore di lodi alle mediocrità, come di confetti agli scolari e ai pentitenti? Eppure questo gesuita di benevolenza pacata, assunse argomenti ora nobili ora delicati; disapprovava le fasce de’ bambini, misurava in che consista il patriotismo, e fece un trattato delle piccole virtù, quali sono indulgenza pei difetti altrui senza ripromettercela pei nostri, il volontario non far mente a difetti anche visibili, l’appropriarsi le disgrazie altrui per alleviarle, compiacenza delle altrui fortune, e una certa pieghevolezza di spirito che adotta quel che v’ha di giudizioso nelle idee d’un compagno.
I pochi scrittori di morale procedono slombati e generici, appena alcuna volta ispirati dai Saggi degli Inglesi, cui s’ingegnano tenere nell’ortodossia. Tale il conte di San Rafaele.
De’ romanzi basti dire che i migliori erano reputati gli sguajatissimi dell’abate Chiari, che già incontrammo. Alessandro Verri milanese (1741-1816) conobbe il vero intento del romanzo moderno, cioè svolgere le fila d’una passione, come fece nella Saffo e nell’Erostrato: meglio poi nelle Notti Romane ravvivò il tema rifritto de’ dialoghi di morti per chiamare a severo giudizio le virtù romane, disapprovando le conquiste, preferendo le glorie della Roma cristiana, e facendo giudice Pomponio Attico, la cui placidezza e l’astinenza dagli affari e dai partiti ritraeva l’indole dell’autore. Usò spesso l’antitesi volteriana entro uno stile di monotone armonie, con intemperanza di similitudini e di latinismi.
I nostri, non camminando col popolo, non aveano ai loro sistemi la riprova migliore, l’applicazione pratica; agitavano quistioni o destavano sentimenti che il popolo non intende, anzi non ha; sicchè o teneansi servili ai forestieri, o deliravano. Fin l’eloquenza del pulpito, sconnessa dall’affetto popolare, riduceasi a laboriosa amplificazione di concetti triviali, ad esercitazione accademica e blandizie d’orecchio, il cuore lasciando freddo, la mente impersuasa, la volontà indifferente; frasi, fioretti, descrizioni, declamazioni sostituendo a quella mestizia evangelica che è il fondo di tale eloquenza, a quello stile nodrito dalle sante Scritture che al popolo sminuzza la parola divina con placida e famigliare dignità: diresti che invece d’ingagliardire nell’evangelica austerità, i predicatori cerchino solo farsi perdonare il loro stato e le massime che devono promulgare.
Qui pure preponderavano i Gesuiti, e Ignazio Venini (-1778) comasco aspira alla forza, ma non sa cercarla che per via dell’eleganza; e trastullandosi in descrizioni, sottigliando al nuovo, faticando le locuzioni, non riesce a velare l’inanità. D’immagini e figure retoriche frondeggiava il Pellegrini veronese; e in fare quadri divagavasi fino il Trento, incolto ma efficacissimo per la sua santità. Il novarese Girolamo Tornielli (-1752) scrive pulito, armonioso, con eleganza inaffettata, ma tutto immagini e descrizioni, tanto che lo dissero il Metastasio del pulpito. Sapendo essere cantate da’ marinaj le lascivie del Marini e dell’Ariosto, tentò a quell’arie adattare parole morali e affetti a Maria, sicchè «rendessero egualmente innocente l’amor del canto e il canto dei loro amori»: del che essendogli dato rimprovero, fu difeso dal gesuita napoletano Sanchez de Luna. Più severo e candido, evidente d’immagini ma scarso di pensieri e di movimenti fu Giovanni Granelli genovese (-1770), autore di tragedie sacre non infelici. Lodavansi pure il padre Pacifico cappuccino veneziano, frà Geminiano, frà Pier Maria da Pederoba (1735-85), di solida dottrina, e ragionamento scevro da pretensione retorica; il padre Emanuele Lucchesi palermitano, che investiva Montesquieu, Puffendorf, Barbeyrac; Gaetano Travasa bassanese, autore d’una storia di Ario. D’altra scuola uscirono Evasio Leone piemontese e Adeodato Turchi. Nel primo parvero suprema eloquenza il pomposo anfanamento e le protratte descrizioni appuntellate di luoghi retorici. Il Turchi, sulle prime fautore delle idee indipendenti nel quaresimale, in cui lodarono specialmente la predica del secreto politico, recitata a Lucca il 1764; dopo fatto vescovo di Parma declamava con luoghi comuni e con pensieri e parole neglette contro i filosofanti, gente che non va a predica e che non si converte dal pulpito; mentre smetteva la franchezza evangelica in faccia ai regnanti[248]. Il gesuita Noghera valtellinese trattò della moderna eloquenza sacra con buone avvertenze, ma con uno stile fra il Platone e il Pulcinella. Al portico teologico di Pavia l’oblato Antonio Mussi dettava Lezioni d’eloquenza, non senza gusto e dignità, uscendo dai limiti pedanteschi, e sentendo la grandezza dei Padri. Anche Teodoro Villa porgeva in quell’Università buone regole d’eloquenza: ma nè essi nè il Parini medesimo conobbero che questa non è un mero lusso di spirito, nè indicarono le vere vie per cui la parola può dall’orecchio passare al cuore, muovere i sentimenti, determinare le risoluzioni.
Peggio procedeva colle dissertazioni accademiche e colle prolusioni segretariesche, dove qualche pizzico di scienza stemperavasi in un mar di parole, imbarazzando la scientifica esattezza col linguaggio pomposo, e dimenticando che l’uditore ha il diritto d’essere istruito colla massima precisione e nel minor tempo.
E ancora le belle arti presentano perfetto riscontro colla letteratura; stessi errori, stessi conati per uscirne, stessi miglioramenti a mezzo. Come le metafore del Seicento cessero il luogo alle arcadicherie, così al barocco sottentrava il voluttuoso e manierato, che denominarono del rococò; disegno tormentato e serpeggiante, immaginazioni vagabonde, donne polpute, eroi ballerini, Olimpo e Tempe inevitabili, appunto come nelle poesie; per moine pastorali abbandonavano ogni studio della storia e dell’erudizione; se copiavano la natura, sceglievano infelici modelli ed eccezionali; disponevano le composizioni son per dire collo stampo, secondo indeclinabili pratiche; il rilievo cercavano con bizzarri contrasti, con splendori schiamazzanti senza gradazioni; unico merito la facilità di pratica e la prestezza d’esecuzione.
L’assorellamento delle tre arti per cui esse grandeggiarono nelle chiese, si scompose dacchè quadri e statue non furono destinati che alle gallerie; e sebbene la pittura delle chiese e de’ palazzi sempre portasse a maggior larghezza in Italia che fuori, il carattere ne scapitò, e prevalse qui pure lo sciatto e l’epigrammatico. Alla pittura storica mancò largo campo; il dogma del patronato celeste illanguidendo, offriva poche occasioni di devote immagini; le madonne erano femmine delle consuete, i santi drappeggiavansi all’antica o alla francese: le gallerie s’arricchivano piuttosto con incisioni; il lusso si sfogava in ninnoli effimeri e provenienze di Francia.