Ultimi lumi della scuola baroccesca, il Pasinelli parve tutto fuoco nelle farraginose composizioni; il Cignani diede rotondità agli oggetti, e vent’anni durò intorno alla cupola dell’Assunta di Forlì; e si fecero capi di due scuole di mediocri, ove per altro grandeggiò la prospettiva per opera degli Aldrovandini, e meglio dei Galli da Bibiena. Questi furono cercatissimi per quadrature e scene, e per dirigere feste; Ferdinando nei teatri di Parma, Milano, Vienna introdusse magnificenza alla moderna e facilità delle mutazioni; poi le Corti a gara chiesero i suoi figli e il fratello Francesco o i loro allievi, fra cui Mauro Tesi consigliato dall’Algarotti. Potremmo appajarli coi poeti coloristi. Fra i Veneti il Piazzetta seppe ombreggiare robustamente e disegnare corretto, invece però delle grandi composizioni attenendosi a teste e mezze figure; e in bel modo coloriva e componeva il Tiepolo, che morì a Madrid il 1769, e che allargandosi in vasti dipinti allorchè i più sfrivolivansi in bagatelle, e ritornando a Paolo invece di capriolare dietro ai Barocci, studiò i modelli all’aperto, non sotto la luce artificiosamente indotta nelle camere. Come il Longo le scene di costumi, così Antonio Canaletto copiando le rovine romane contrasse mirabile abilità prospettica, ed insegnò a usare destramente la camera ottica per verificare i piani e armonizzare le tinte, e diffuse le vedute di Venezia. Quel Governo pensionò artefici per conservare i quadri e restaurarli, principio d’un’arte nuova. Nel pastello fu tutta grazia e maestà la Rosalba, che finì cieca e mentecatta[249].
Non occorre ripetere che gli artisti forestieri più rinomati educavansi in Italia; e molti de’ nostri erano chiamati fuori. Pietro czar fece educare quattro giovani russi dal fiorentino Giuseppe Recchi, e lo chiese professore a Pietroburgo, dove finì pure Pietro Rotari veronese: il veneziano Francesco Casanova, ammirato in Francia per le battaglie, ebbe da Caterina II l’incarico d’ornarle i palazzi colle sue vittorie sui Turchi: il Quarenghi fabbricò a Pietroburgo il bel palazzo della Banca: Luigi Rusca luganese abbellì Mosca, Pietroburgo, Astracan, e se n’hanno a stampa le Fabbriche e Disegni.
Molti forestieri qui si naturarono. Pietro Subleiras di Uzes visse a Roma in miseria, imitando i migliori senza stile proprio, e incidendo all’acquaforte. Angelica Kaufmann, nata a Coira, cresciuta in Valtellina e a Como, vagò per l’Italia e l’Inghilterra, dove il celebre Reynolds le trovò molte commissioni, che subito erano incise, onore che fin seicento opere sue ottennero: in Germania era riposta fra i migliori. Ingannata prima da un avventuriero, sposò poi Antonio Zucchi veneziano (1728-79) pittore di rovine, e stabilitasi a Roma vi comparve sempre abbondante di grazia quanto scarsa di sicuro tocco e di nervosa espressione, piena poi di dolci virtù e carità.
Come il Frugoni nella poesia, così nella pittura l’artista più rinomato a Roma era Rafaele Mengs boemo. Studiò sui sommi; ma quanta distanza da lui ad essi! quanto il suo brillante differisce dal vero! quanto convenzionale nel disegno e nelle tinte! Sta con lui in bilancia Pompeo Battoni lucchese, che, a somiglianza del Baroccio, tentò arrestare la decadenza universale coll’eclettica, e dietro al Sanzio e ai migliori acquistò colorito trasparente e variato, ma non stile proprio, e dal teatro portò al cavalletto una vaga e confusa idea dell’antico, mista a una sterile ricerca di novità.
Giuseppe II disse aver veduto in Verona due meraviglie, l’anfiteatro e il primo pittore d’Europa. Questo era il Cignaroli, manierato nel tingere e d’invenzioni piuttosto epigrammatiche che dignitose. Il Lanzi descrive con compiacenza una Sacra Famiglia di lui, ove san Giuseppe dà mano alla Vergine ed al Bambino per passare un ponticello, e per mostrarne la sollecitudine, fa che non s’accorga che il manto gli casca dalle spalle, e un lembo va a bagnarsi nel fiume: — concetto degno del Leméne.
Il padre Andrea Pozzo di Trento gesuita, di invenzioni capricciose, ma di molto merito nella prospettiva, studiò in Milano la pittura, piuttosto su dipinti che da maestri, e predilesse Rubens. Pochi quadri fece, e il principale è in Sant’Ignazio a Genova. Meglio che fra’ pittori (che che ne dica il Lanzi) va fra gli ornatisti, sopraccaricando di festoni, vasi e puttini.
Cristoforo Unterberger coadjuvò Mengs nella stanza dei papiri, poi da solo fece le imprese d’Ercole nella villa Borghese.
Nè magnifici protettori mancarono sia alle arti che all’erudizione. Il cardinale Albani adunò alla sua villa presso Roma tanti lavori, che, dopo fornito più d’un museo, la rendono ancora meravigliosa; e Mengs vi eseguì il dipinto suo migliore, il Parnaso. Il cardinale Valenti fe dallo spagnuolo La Vega disegnare in ottanta fogli undici logge di Rafaele, nella sua villa presso Porta Pia raccolse rarità di tutti i paesi, e persuase Benedetto XIV ad unire al museo Capitolino una galleria di quadri. Questo pontefice comprò le preziose anticaglie di Francesco Vettori; Clemente XIV, oltre cominciare il museo, fece la raccolta dei papiri illustrati dal Marini, e prese cura che le antichità uscenti in luce non andassero disperse nè vendute; e quest’amorevolezza per le arti tramandò a Pio VI. Il principe Marco Borghese adunò il famoso museo: Azara ambasciatore di Spagna, gl’inglesi Gavino Hamilton, Jenkins, lord Harvey conte di Bristol, coll’esempio e la magnificenza incoravano gli artisti: D’Ancarville, inviato straordinario d’Inghilterra a Napoli; primo pose attenzione ai vasi figulini: Pietro Biren duca di Curlandia spossessato, prese stanza a Bologna ove fondò premj per giovani artisti, e donò medaglie d’illustri nordici: Luigi Mirri, semplice mercante di quadri, fece scoprire i dipinti delle terme di Tito, e ne pubblicò la descrizione: il conte Giacomo Carrara, fratello del cardinale Francesco, istituì a Bergamo un’accademia che a’ dì nostri diede buoni pittori. Già dicemmo della Galleria Farsetti (pag. 424); e aggiungeremo il cavaliere maltese Nicola Lazzara di Padova, che radunò moltissime incisioni, e protesse tutti i valenti. Venne per eredità alla galleria di Torino quella del principe Eugenio, ricca di lavori fiamminghi, de’ quali potè far pro quell’accademia ridesta il 1736 da Claudio Beaumont, poi ordinata nel 78, ma che non diede nomi durevoli, tranne il lepidissimo Olivieri e il prospettico Galliari. Molte spoglie d’Italia passarono i monti: Augusto I di Sassonia arricchì Dresda con antichi della collezione Chigi; Augusto II n’aggiunse altri, fra cui le tre prime statue dissepolte ad Ercolano; per quattro milioni ottocentomila lire comprò la galleria dei duchi di Modena, e per diciassettemila ducati la Madonna di San Sisto di Rafaello; sicchè quella collezione emulò la Parigina in capi d’arte nostra.
Opere rivelate dal caso, più osservate perchè nuove, rinverdivano l’amore dell’antichità. I rottami delle terme di Tito, le pitture del Laterano, i musaici di Palestrina furono illustrati dall’abate Amaduzzi, dal Gazzola piacentino, dall’inglese Meyer, dal francese de La Gardette, dal Paoli; i monumenti romani dal Contucci e dal Galeotti. Oltre Ercolano e Pompej, nel 1752 si trovarono in una forestale basiliche di Pesto; nel 61 le rovine di Velleja nel Piacentino, sobbissata il IV secolo; principi e papi sgombravano la villa Adriana e altri ruderi; D’Ancarville, Wheler, Choiseul-Gouffier, Spon, Revet, Stuard... rivelavano le arti della Grecia; Tischbein s’occupava dei vasi etruschi, ricchezza nuova; nel 1726 fu fondata l’accademia di Cortona per istudiare la civiltà etrusca; nel 36 la Colombaria a Firenze, vôlta alle antichità come la Ercolanese[250]. Agli atti di questa dettò il prodromo il parmigiano Bajardi, amplificazione di cinque volumi sulla vita d’Ercole fino ai ventiquattro anni, prima che fondasse Ercolano. Costui era venuto su mediante adulazioni alla Elisabetta Farnese e al re di Napoli, cui dirige la parola in tutta quella descrizione, talchè Biörnsthal ebbe a dire che tutta l’opera è una mostruosa dedicatoria; ora lo felicita perchè il suo dominio «stendesi nelle viscere della terra»; or lo fa più grande del re di Francia, perchè amplia le conquiste sotto terra, e neppure ad Alessandro, nel famoso rimpianto, sarebbe caduto in capo che la terra avesse ad aprire il seno per aprirgli nuovi imperj. Alle quali sguajataggini accosta insulse buffonerie, che pur non gli tolsero d’acquistare dignità e quasi gloria. L’abate Barthélemy (-1795), che allora viaggiava raccogliendo medaglie pel gabinetto di Parigi, e molto parla de’ nostri, mette in canzone costui, e i poemi che meditava, e una storia universale che tesseva; pur confessando che dell’antichità molto sapeva, e nel discorrere valea meglio che in iscritto.
Il marchese Rodolfo Venuti, uno dei fondatori della Cortonese, pubblicò una descrizione topografica e storica di Roma. Le pesaresi antichità illustrò l’Olivieri: le ravennati il Fantuzzi gonfaloniere, pubblicando ben ottocento sessantacinque documenti, sessantadue de’ quali ne compendiano altri quattrocento trentasette; e Antonio Zinardini, che commentò pure le Novelle di Teodosio il Giovane, da lui scoperte in quella biblioteca. Il dottore Bianconi, medico e consigliere della Corte di Sassonia, dettò lettere sopra il Circo Massimo e la vita di Mengs e i proprj viaggi in Germania, e volle provare con bizzarria più che verità il medico Celso essere contemporaneo d’Augusto[251].