Il cardinale Angelo Maria Quirini 1680-1766 fu vescovo di Corfù di cui descrisse i primordj; poi potè conoscere i sapienti dei due secoli, conversando con Jurieu, Fénélon, Neuton, come col Voltaire[252] e con Federico II, dal quale impetrò di erigere una chiesa cattolica a Berlino. Alle menzogne del Brunet oppose cinque volumi di lettere del cardinale Polo; a Brescia, dove fu vescovo, oltre ajutare riccamente la fabbrica del duomo, regalò una biblioteca e rendite per un’altra; fatto da Clemente XIII conservatore della Vaticana, vi passava ogni anno sei settimane, e le donò i proprj libri e il medagliere. Molte cognizioni egli trasse dal Salvini, dal Magliabechi, dal Montfaucon che allora girava l’Italia. Messosi ad illustrare un suo dittico, talmente trascinò per le lunghe e fece e rifece il lavoro e per via cambiò d’opinioni, che divenne proverbiale il dittico Quiriniano.

Giovanni Poleni (1683-1761), lodatissimo matematico veneziano, diede eccellenti consigli sul restaurare la cupola di San Pietro in Vaticano, ed ajutò l’intelligenza di Vitruvio colle Esercitazioni. Sono pure lodati il romano Francesco Vettori; Giorgio Viani numismatico, che diè le memorie della famiglia Cibo; Angelo Maria Bandini, che scrisse sull’obelisco d’Augusto e su molti punti di storia, principalmente della fiorentina. Francesco Daniele di San Clemente illustrò I regali sepolcri del duomo di Palermo allora dischiusi; Gaetano Migliore napoletano I marmi ferraresi e la condizione degli antichi Giudei in Italia; il padre Edoardo Corsini modenese, filosofo e matematico, i fasti attici, gli agoni, le note dei Greci, la serie dei prefetti di Roma, le Olimpiadi, in modo che non fu ancora superato da altro cronologo. Domenico Diodati, oltre i numismi, raccolse le iscrizioni antiche del Napoletano, e tolse a provare che alcuni vangeli fossero originariamente scritti in greco, lingua allora adottata in Palestina.

Marianna Dionigi romana, studiosa delle lingue e delle arti belle, al vedere scoperte le tombe degli Scipioni s’appassionò per l’archeologia; e inesplorati monumenti cercò, quali sono le mura ciclopee, ragionandone nelle Cinque città del Lazio che diconsi fondate da Saturno. Pier Luigi Galletti romano pubblicò le iscrizioni del medioevo, e lavori particolari su Gubbio, Ascoli, Rieti, sul vestarario della santa romana Chiesa, e una vita del cardinale Passionei con lettere importanti. Antonio Rivautella gesuita fece la collezione dei marmi torinesi, e col Pasini l’indice dei manoscritti di quella biblioteca[253]. Monsignor Guarnacci, che a Volterra raccolse un museo d’antichità patrie, nelle Origini italiche arrogò alla penisola nostra la cuna della civiltà. Il torinese Carlo Paciaudi (1710-85) radunò le antichità di Velleja allora dissepolta, illustrò i monumenti peloponnesiaci del museo di Nani e i bagni sacri, il culto di san Giambattista ed altri punti d’archeologia religiosa, alla quale rivolsero l’attenzione e crebbero lumi il Boldetti, il Bottari, il Mamachi, il Bonarroti, il Marangoni, il Sassi, il Campini, l’Ansaldi, il Galliciolli.

Francesco Cancellieri romano, di molta dottrina sebbene sparpagliata, illustrò i segretarj della Vaticana. Stefano Borgia (1731-1804) a Velletri raccolse il museo più ricco che alcun privato avesse; come segretario della Propaganda era in relazione coi missionarj, che da tutte le parti del mondo a gara glie l’accresceano di manoscritti e rarità; e vi spendeva ogni avere suo, fin a dare le argenterie da tavola e le fibbie delle scarpe; vendette un bacile d’oro per sostenere le spese della stampa del Systema brahmanicum di Giovanni Werdin, noto col nome di padre Paolino; ajutò le ricerche dello Zoega, dell’Adler, del Giorgi intorno agli Egizj, agli Indi, agli Americani. Valse anche nell’amministrazione, e da Benedetto XIV posto governatore di Benevento, vi prevenne una carestia; da Pio VI creato cardinale e ispettore degli esposti, fece regolamenti utilissimi, riformò molti abusi, istituì case di lavoro; poi governatore di Roma quando la rivoluzione si avvicinava, la tenne quieta senza delitti. Comparsi i Francesi, arrestato, sbandito, ritirossi nel Veneto, e subito vi formò un’accademia di dotti e una nuova Propaganda, che spedì missionarj in Africa e Asia. Ripristinato il papa, il Borgia presedette al consiglio economico, poi ordinato d’accompagnare Pio VII a Parigi, morì a Lione di settantatre anni.

Giambattista Passeri (1694-1780) applicò utilmente alle antichità degli Etruschi, ne’ quali pretese riscontrare i dogmi rivelati; e alle Tavole Eugubine e ad altri documenti cercava spiegazioni recondite, invece delle ovvie. Monsignor Marini discorrendo sugli atti de’ Fratelli Arvali e sui papiri, avviò a sciogliere molti problemi d’antichità. Alessio Simmaco Mazocchi (1684-1771) capuano illustrava il mirabile anfiteatro della sua patria, e altri monumenti, e sovrattutto le due Tavole Eracleensi: e sponendo la Bibbia nell’Università di Napoli, stese il prezioso Spicilegium biblicum[254]. Erasi egli associato l’abate Nicola Ignara, che gli succedette nella cattedra d’ermeneutica, e che verso i settant’anni perdette la memoria, dopo avere eruditissimamente scritto sulle fratrie antiche napoletane, mostrandole non confraternite religiose, ma associazioni politiche. Degli Etruschi si occupò il gesuita Luigi Lanzi, tutto derivando dai Greci. Il Demstero aveva cominciato un Museo Etrusco, pel quale le nuove scoperte offersero al senatore Filippo Bonarroti numerose aggiunte. Iniziato da questo, il grecista Gori se n’appassionò in modo, che tutte vedea negli Etruschi le verità e le invenzioni. Ne’ suoi studj d’antiquaria e d’epigrafia fu giovato da Giovanni Lami (1697-1770) di Valdarno, estesissimo erudito, amator della bellezza, del buon tempo e dei motti che gli attirarono di molte brighe. I Gesuiti bezzicò con satire latine e italiane di nessun valore; ma peggiori litigi mietè colle Novelle letterarie, foglio ebdomadale, spinto a tal procacità che fu soppresso. Nelle Delizie degli eruditi toscani pubblicò molti tesori della biblioteca Riccardiana; difese dal Le Clerc e dai Sociniani il concilio Niceno riguardo al logos; dimostrò (De eruditione Apostolorum) che gli apostoli erano troppo ignoranti perchè potessero trarre da Platone l’idea della Trinità.

Francesco Zanetti (pag. 426) volle sostenere che i caratteri etruschi siano i runnici, e scrisse della moneta veneta. Rambaldo Avogadro da Treviso, nell’illustrare quella del suo paese, fu forse il primo che porgesse qualche filo nel labirinto monetario del medioevo, al che s’industriarono pure il Muratori e il Carli e Giulio Zanetti. Il principe di Torremuzza, dal senato di Palermo incaricato di rischiarare centoquindici iscrizioni d’ogni lingua che eransi improvvidamente disgiunte dai monumenti per raccorle, in quel lavoro sentì il bisogno di rifar il catalogo di Giorgio Gualterio, e vi destinò un’accademia di sessanta Siciliani, come colonia della Colombaria. Altrettanto imperfetta conobbe la Numismatica sicula dell’Agostini, del Meyer, dell’Auercamp, del Burmano, e la rifece. Il re di Napoli pagò la stampa, e lui sovrappose ai monumenti siculi, con Ignazio Paternò Castelli principe di Biscari, altrettanto appassionato; e a loro è dovuta la conservazione di tante preziosità. Questo Biscari dissepellì e illustrò antichità siciliane, e principalmente di Catania; al che pure travagliò Gabriele Lancellotti Castelli palermitano, massime in fatto di monete.

E già la numismatica era stata condotta al vero uffizio suo di coadjuvare alla storia per opera di Spanheim, Le Vaillant, Pellerin, Barthélemy, e del gesuita austriaco Eckhel, che ideò un complesso di tutta quella dottrina. Alla quale non meno che alla storia naturale giovò Domenico Sestini di Firenze ne’ viaggi ripetuti a Costantinopoli e spinti fin nell’India. Incaricato da Ainslie ministro britannico presso la Porta, di far una collezione di medaglie greche e romane, s’innamorò di questi studj, e diede le Classes generales geographiæ numismaticæ populorum et regum, poi molte descrizioni di musei e medaglieri; e nel Sistema geografo-numismatico in quattordici volumi in-folio rimasto manoscritto, descrive tutte le medaglie conosciute, più completo di Eckhel, sebbene inferiore di erudizione e sagacia.

Gli antiquarj fin là davano piuttosto commenti su usi degli antichi, che non buone dottrine sull’antichità; s’atteneano principalmente al romano e all’età imperiale come più conosciuta, scarsa la critica nello studio de’ monumenti, senza applicar la logica ai fatti osservati, senza il sentimento ragionato dello spirito di un’epoca e d’un popolo, senza l’abitudine de’ ravvicinamenti; dissertavasi su tutto quanto capitasse alla penna e pigliandola dalla lontana: nel che, a tacer altri, acquistarono sciagurata rinomanza Paolo Pedrussi di Mantova nel Museo Farnese, e il Martorelli valentissimo grecista, ma di strane divagazioni e conghietture temerarie.

Ormai cessando d’essere mera curiosità o palestra di nojosa erudizione e d’ipotetiche arguzie, l’archeologia imparava a smettere le riflessioni accessorie che non rampollano dall’ispezione del monumento, nè lo chiariscono, e a dispensarsi dal facile fasto di accumulate citazioni; e Giovanni Winckelmann (1717-68), figlio d’un calzolajo brandeburghese, venuto a Roma, e trovatovi protezione dai cardinali Archinto e Albano, vi stette finchè, nel voler rivedere la patria, un assassino gli troncò la vita a Trieste. Egli dirizzò l’antiquaria sulle arti del disegno, delle quali pubblicò una Storia, prendendo tal nome nel senso greco di sistema, e guardando all’essenza dell’arte non alle vicende degli artisti, divinando quel che all’età nostra fu provato, che la teoria dell’arte si riduce alla teoria delle epoche. Conoscea quanto gli antichi aveano detto sul sentimento del bello, e come alla fonte divina faccia rifluire i nostri pensieri; se non che alle loro astrazioni surroga le realità storiche, le quali ne sono la traduzione. Ma egli avea visto l’antichità soltanto a Roma, cioè la terza e quarta epoca dell’arte, quando la grazia era valutata meglio che la forza e la maestà; e sebbene conceda stima anche alle più antiche, imperfettamente indicategli, e chiami grande e sublime la scuola di Fidia e Scopa, non desunse gli esempj se non dalle opere che conosceva, e che erano quasi tutte di Prassitele o imitazione romana. Pertanto i suoi discepoli credettero che queste fossero le sole imitabili, nè poter l’espressione trascendere l’Apollo del Belvedere; fin quando ai dì nostri la Venere di Milo e i marmi d’Egina e del Partenone allargarono la veduta e la comprensione, portarono occhio su l’arte egizia, che il Winckelmann aveva accennata, senza saper nicchiarla entro la sua cornice, senz’accorgersi che v’è un’arte anche fuor dei paesi dove l’uomo, stupito di se stesso, ogni cosa vede traverso alle forme finite del suo intelletto e del suo corpo.

Abbracciare l’arte intera, onde rivelare il soggetto, il tempo, il merito di ciascun lavoro, seguire le vicende del gusto, leggere ne’ monumenti la storia dell’uomo, delle religioni, della politica, della civiltà fu opera di Ennio Quirino Visconti romano (1751-1818). Meraviglioso di memoria, ben presto ebbesi assimilati i Classici per modo da percorrere l’antichità con sicurezza. Quando gli scavi d’Ercolano e Pompej invogliavano a questi studj, Clemente XIV pensò comprare le ricchezze archeologiche sparse e cercarne di nuove; e del museo che ebbe nome da lui e da Pio VI la cui munificenza lo finì, collocò alla direzione il Visconti. Questo lo dispose nel quartiere del Vaticano, contiguo al cortile delle statue che allora fu cinto di portico; e nel descriverlo rifuggì da quell’aria d’arcano, da quelle ambiziose digressioni che troppo costumavano, ed espose con chiarezza, limitandosi a quel che di ciascun’opera è particolare. Inventò di disporre nei monumenti in prima le divinità del cielo, dei mari, della terra, degl’inferni; poi gli eroi, la storia antica e romana, i savj, i filosofi, i dotti; infine ciò che riguarda la storia naturale, i costumi, le arti; e ciascuna classe secondo l’età o il merito. I sepolcri degli Scipioni, sterrati il 1780; le ruine di Gubbio, dissepolte per cura del principe Borghese; quanto di nuovo uscisse o di vecchio restasse ancora mal interpretato, aveva da lui illustrazione. Allorchè la Francia rapì all’Italia le ricchezze artistiche, il Visconti fu chiesto conservatore al museo a Parigi, ch’egli dispose giusta il suo metodo. Della sua Iconografia greca e romana, raccolta de’ ritratti autentici, Napoleone fece fare una edizione magnifica, e la regalò alle persone dall’autore indicate: genere nuovo e delicato di generosità.