Lo studio dell’antichità operò sulle arti belle; allora nelle case si vollero imitate le loggie Vaticane, le pareti d’Ercolano, i peristilj di Pesto con quel dorico ignoto ai Romani e al rinascimento; suppellettili, decorazioni, pietre intagliate, candelabri, riprodussero l’antico; e si prese schifo de’ dominanti smarrimenti.

L’incisione diffondeva i capolavori. Francesco Maria Francia bolognese eseguì più di mille cinquecento intagli, scorretti ma con intelligenza dell’ombreggiare. Francesco Bartolozzi fiorentino (n. 1730), in Inghilterra coll’incidere a granito e a stampa colorita le opere della Kauffmann acquistò a questa una reputazione superiore al merito, e ne ritenne sempre un po’ della sdolcinatura. Da quei generi facili tornava di tempo in tempo al buon taglio, come nella Clizia; ma vi metteva il far proprio, più che non conservasse quello dell’originale. Era ottagenario quando intagliò la Strage degli Innocenti di Guido. Il Rosaspina suo scolaro conservò meglio le forme, e sono divulgatissimi l’Amor saettante e la Danza degli Amori. Molti introdussero la maniera nera, spedita e brillante. Giambattista Piranesi (1707-78) architetto, fece briosamente le vedute di Roma in sedici volumi atlantici, e le corredò di buone descrizioni, fattegli da altri, ma che egli spacciava per sue sin cogli autori stessi. Non è che uno dei moltissimi tratti di sua bizzarria, per cui era alla lingua e ai pugni con chiunque avesse a far seco. Suo figlio Francesco (-1810), caldeggiante nella repubblica romana, poi profugo a Parigi, aveva imitato il padre, e piantò colà lo stabilimento calcografico, possedendo mille settecentotrentatre tavole grandissime, sebbene senz’analogia fra loro. Pose anche una vendita di vasi, candelabri, tripodi; ma ne scapitò.

Il conte Antonmaria Zanetti veneziano, incisore e antiquario, volle rinnovare la maniera di Ugo da Carpi d’ottenere il chiaroscuro negl’intagli in legno; al qual modo pubblicò molte cose del Parmigianino, e le statue dell’antisala della libreria di San Marco, e immagini del museo Arundel.

Allora gl’incisori tornarono a voler riprodurre i pregi degli originali, come fecero all’acquaforte il veronese Domenico Cunego, il pittore pistojese Giambattista Cipriani molto pregiato a Londra, il Porporati torinese di taglio netto, tinte trasparenti, chiaroscuro armonico, bellissimo nelle carnagioni, non tanto nei capelli. Giovanni Volpato (1733-1802), povero bassanese, che cominciò col far trapunti a’ fazzoletti con sua madre fu dal Remondini preso a lavorare per la sua tipografia, poi dal Bartolozzi a Venezia, finchè gli si offerse d’intagliare per una società a Roma le loggie Vaticane, e quest’occasione il fece grande; anche dappoi ebbe la fortuna e l’arte di scegliere belle composizioni, e restò lodatissimo benchè ruvido nel tratteggio e opaco nelle mezzetinte. Ebbe ajuto, poi genero Rafaele Morghen napoletano, di bulino diligente, che a Roma intagliò il miracolo di Bolsena, l’Aurora, il Cavallo, poi ancor meglio la Cena di Leonardo qual è conservata da Marco d’Oggiono. Chiamato a Firenze vi fondò una scuola illustre, benchè mal conservasse il carattere. Le costoro opere furono cerche e pagate lautamente, e la tradizione se ne conservò poi con Longhi, Anderloni, Garavaglia, Jesi, Toschi.

Giovanni Gori da Siena, collo sposare una Gandellini sottentrò a questa ricca casa che aveva principalmente negozj ad Augusta; colà fra i traffici si perfezionò nell’incisione, e raccolse le notizie storiche degl’incisori, che sebbene pubblicate nel 1771 due anni dopo la sua morte, prevennero il Dizionario di Stratt e l’Idea generale di Heineken. Suo figlio Francesco fu l’amico d’Alfieri. Francesco Ghinghi senese lavorò stupendamente le pietre dure: quelle di Carlo Costanzi napoletano, di Sirletti, Watter, Pazzaglia, Amastini, Marchant, Cades, Caparoni, Rega, Cerbara, e massime di Giovanni e Luigi Pichler reggono al confronto degli antichi. I musaicisti si esercitavano in grande traducendo quadri pel Vaticano.

Così la riforma delle arti belle cominciava in Italia. Al principio del secolo dominava nell’architettura Filippo Juvara di Messina (1685-1735), ricco d’invenzioni ed aborrente dalla semplicità. Dal duca di Savoja menato a Torino, che dovea rifarsi da tante guerre e divenir italiana cioè bella, vi si adoprò in molti edifizj e meglio nel tempio di Superga, fatto con abilità somma ed accortissime invenzioni, sebbene la prodigalità di ornamenti storni quella maestà che nasce da un pensiero grande e semplice. In Italia non faceasi opera senz’averne il suo parere; poi a Lisbona disegnò la reggia e il patriarcheo, e v’era chiamato a far il palazzo reale, quando morì.

Di Nicola Salvi romano, oltre moltissimi restauri, lodano la macchinosa fontana di Trevi. Il fiorentino Servandoni diresse molte feste nelle capitali d’Europa, e all’allettamento della musica e della rappresentazione teatrale unì quello delle decorazioni, la bellezza magica non iscompagnando dalla verità. Al San Sulpizio a Parigi stava per apporsi una fastosa facciata borrominesca, quando il Servandoni presentò un modello con linee dritte, regolare distribuzione di colonne e d’ordini, e una correzione da gran tempo disusata: sebbene poi, più decoratore che architetto, cercasse l’effetto teatrale sull’altare ove la Beata Vergine riceve luce da una finestra nascosta.

Gaspare Van Vitel di Utrecht a diciannove anni fissatosi a Roma, s’italianizzava di nome e di costumi, e come pittore d’architettura e paesaggi era onorato dappertutto, e chiamato a Napoli dal vicerè de la Cerda. Suo figlio Luigi Vanvitelli studiata l’architettura sotto lo Juvara, a ventisei anni era già architetto di San Pietro. Alzò a Napoli l’Annunziata, ricchissima di colonne ed altre fabbriche, con gusto quasi sempre corretto. Occasione rara gli presentò Carlo III quando volle erigere a Caserta una residenza che non fosse inferiore a quella di verun altro re d’Europa (pag. 165). Vincenzo Paternò Castello principe di Biscari siciliano, s’immortalò col ponte acquedotto sul Simeto a trentun archi. Le fabbriche di Modena ebbero avviamento di miglior gusto da Giuseppe Maria Soli da Vignola, le ravignane da Camillo Morigia, le veronesi da Gerolamo del Pozzo e dal conte Pompej, che studiando sul Sanmicheli combattè la moda, e molti lavori eseguì in patria, massime la dogana e il portico ove Maffei dispose le lapide antiche.

Il conte Carlo Pellegrini veronese, da poi maresciallo austriaco, molte fortificazioni fece a Vienna e in Ungheria. A Vicenza il gusto teneva del palladiano, e d’altro secolo si direbbe Ottone Calderari, eccellente artista se gli si fossero offerte occasioni. Il Cerati vicentino in Padova eresse la specola e l’ospedale, ed abbellì il Prato della Valle. Bartolomeo Ferracina, figlio d’un falegname di Solagna nel Bassanese, nojato di tirare la sega e girar la ruota per affilare i ferri paterni, inventò ordigni che mossi dal vento faceano questi servigi. Animato dal piovano, si diede a lavorar di ferro, accomodò e fece oriuoli con ingegnose bizzarrie, sicchè i gentiluomini veneti l’applicarono a opere più importanti. Tali furono il restaurare il ponte di Bassano, difender Trento dalla Férsina, e altri lavori idraulici: inventò la sega circolare sott’acqua, macchine da trasportare immensi macigni, e altri congegni, tutti per pratica, non potendo egli dar ragione di nulla, nè tampoco divisar l’opera prima di mettervi mano, dicendo che tutto imparava nel libro della natura[255].

Anche Nicolò Zabaglio romano, da legnajuolo divenne per abilità meccanica architetto di San Pietro, conservando la semplicità e il disinteresse del primitivo stato a segno che avendogli chiesto Benedetto XIV di qualcosa potesse gratificarlo, rispose — D’alcune bottiglie di quel buono». Suoi sono la macchina con cui si pulisce e ripara l’interno della cupola di San Pietro, e scale e ponti sospesi e veicoli che furono descritti da Giovan Bottari. Anche Andrea Tirali da muratore divenuto architetto, ben intendeva la meccanica, e fece a Venezia fabbriche pesanti ma meno scorrette delle solite, quali sono il palazzo Priuli a Canareggio, la loggia dei Teatini, la scala di ca Sagredo a Santa Sofia.