Ferdinando Fuga fiorentino lavorò molto a Roma; a Napoli fece il reclusorio per ottomila poveri, fatica di trent’anni. Il Paoletti, che cercò ricondurre al greco e al romano, diè molto a parlare trasportando a Poggio Imperiale una volta, dipinta dal Rosselli. Anche il Camporese romano dal mal gusto correggevasi cogli antichi; pure diceva con verità: — Se togli agli edifizj barocchi, gli zigzag, i cartocci, le ondulazioni, le modanature ammanierate ed altrettali libidini dell’arte, qual de’ moderni fece meglio?» Disegnò il duomo di Genzano, lavorò al museo Vaticano, ove principalmente sono lodevoli l’atrio e la sala della biga; poi durante l’occupazione francese fu adoperato a scoprire e rimettere grandiose anticaglie, a disegnar la piazza Popolo e l’attiguo giardino e dirigere le feste imperiali.

Allievo del Vanvitelli, Giuseppe Piermarini da Foligno (1734-1808) venne a Milano a dirigere grandiose fabbriche, quali il palazzo reale e i due teatri, e la villa reale di Monza colla novità d’un giardino inglese. Abile a superare gli ostacoli e acconciarsi alle necessità, ravvisando i difetti precedenti, eccedeva in senso contrario corretto senza grandezza, con forme senza rilievo. Più vigoroso Simon Cantoni da Lugano (1736-1818) chiese e palazzi fece nel Milanese, e a Genova la sala del granconsiglio dopo bruciata nel 1777, alla soffitta di legno surrogando un’ardita volta senza chiavi. La ornò Giocondo Albertolli (1742-1838) suo compaesano, che risuscitò le grazie dei Quattrocentisti, decorando di stucchi chiese e reggie di Firenze, di Napoli, di Lombardia; nella nuova Accademia milanese introdusse un correttissimo gusto d’ornamenti architettonici, e pubblicò una serie d’esempj, incisa da Giacomo Mércoli. Agostino Gerli a Milano indispettivasi de’ cartocci e delle ondulature, e con Giuseppe Levati si oppose ai pregiudizj.

La scuola pittorica lombarda era perita; ma un monumento singolare ne sono i ritratti dei benefattori all’ospedale di Milano, che come contemporanei, ritraggono e le foggie vere del tempo e le vicende dell’arte, potendo supporsi che buoni pennelli fossero sempre prescelti[256]. Molti compresero il dovere del ritrattista, di trasmettere nell’effigie non se stesso, ma il personaggio. Da settanta se ne conservano del Seicento in cui tal uso cominciò, opere del Panfilo, del Cairo, del Sant’Agostino; in generale con colori sobrj negli abiti, pochi accessorj fuor della persona, studiata principalmente la testa. Colle mode di Luigi XIV acquistano predominio il teatrale, sin a perdersi la figura umana sotto un cumulo di fronzoli e guardinfanti e parrucche. Nei ritratti del secolo XVIII poco è a lodare, eccetto quelli di frà Vittore Ghislandi da Galgario, pittore ignoto fin alla Lombardia, e d’un Biondi, contemporaneo di Appiani, il quale eseguì alcuni de’ migliori, appena pareggiati dagli odierni.

Giacomo Traballesi, pittore fiorentino, sugli antichi acquistò spontanea eleganza, dipendente da armonica e dolce disposizione di linee e da nobile espressione, più che da ricercati atteggiamenti, o sfarzo d’accessorj e di tinte; a Firenze parve resuscitare Guido e i Caracci; poi chiamato professore a Milano, lasciò lavori lodevoli nell’insieme, quand’anche pecchino ne’ particolari. Da Milano pure uscì l’amabile Andrea Appiani (1754-1817), che i vizj de’ contemporanei rinnegò francamente negli affreschi di San Celso, accoppiando alla leggiadria la forza, all’armonia la vivacità, all’ardimento la correzione. Lodano i chiaroscuri con cui effigiò le battaglie di Napoleone; e voltosi al costui culto, alla corte e alla villa di Milano rappresentandone l’apoteosi si ampliò nello stile mitologico e accademico sottentrato di moda, negligendo il segno e abboracciando la composizione.

Molti indagavano le teoriche delle arti, ma senza profondità. Gianpietro Zanotti, lodevole pennello bolognese, dettò Avvertimenti per incamminare un giovane alla pittura, e la Storia dell’accademia Clementina, ch’era stata approvata nel 1708 da Clemente XI, e sistemata dal Marsigli. Come avviene a chiunque parla di viventi, disgustò gl’infimi per le scarse lodi, i migliori per l’accomunarli con quelli. Don Luigi Crespi, figlio del pittore baroccesco Giuseppe Maria detto lo Spagnuolo, nella Felsina pittrice ed in altre opere scarificò le piaghe del suo tempo con una franchezza che non poteva essergli perdonata. Il canonico Lazzarini da Pesaro, creato della scuola bolognese, trattò passabilmente della pittura, e nelle composizioni osservò il costume. Anton Maria Zanetti scrisse la storia della pittura veneziana, con molto franco sentenziare. Tommaso Temanza buon idraulico, e la cui Santa Maddalena a Venezia è delle migliori architetture del secolo, oltre le Vite de’ celebri architetti e scultori veneziani del secolo XVI, illustrò Vitruvio e le antichità di Rimini e di Venezia. Molto lo flagellò il frate Carlo Lodoli, bizzarrissimo di vita e d’ingegno, cinico e provocatore, il quale ripudiava ogni autorità per appellarsi alla pura ragione, e pareagli i gran maestri d’architettura avesser offese le basi d’un’arte, cui merito è la comoda e ornata solidità. Criticando al Massari il disegno della chiesa della Pietà, e mostrandogli ch’era contrario alla logica — Chi mai (s’udì rispondere) pensò a far entrare la logica nell’architettura?» Il Lodoli non sarebbe conosciuto se il patrizio Andrea Memmo suo scolaro non avesse pubblicato alcuni Apologhi che n’aveva uditi, e gli Elementi dell’architettura lodoliana.

La Storia della pittura del Lanzi piace per una certa limpidezza; ma sfrantuma la materia, e manca di quella pratica che rende franchi e istruttivi i giudizj del Vasari quand’anche fallaci[257], e di quell’acume che spiega il talento d’un autore descrivendone il carattere. L’Algarotti nel Saggio sopra la pittura è superficiale come nel resto; e più di lui il Rezzonico ed altri precettisti e segretarj, deliranti dietro al bello ideale ed echeggianti alcune frasi di convenzione, e i migliori restringendosi a raccomandare l’eclettica imitazione de’ modelli, anzichè ricorrere alla natura. Il signore D’Agincourt, venuto a Roma per passarvi qualche giorno, vi durò cinquant’anni, togliendo dal vilipendio le arti del medioevo, di cui tessè la storia: ma il disopportuno rimpicciolimento dei disegni sentesi pure nelle idee; in quelli non sempre rispetta la nativa rusticità: nel testo ricorre su concetti di scuola, nè sa penetrare sotto alla scorza per iscoprirvi l’ispirazione e il sentimento. Il che del resto sarebbe troppo a pretendere da un secolo, che tutto riducendo alla propria piccolezza, non sapea penetrare nello spirito de’ tempi, de’ luoghi, dei popoli differenti, e perciò comprenderne i sentimenti; onde nel medioevo non riscontrava che ignoranze, ridicolaggini o colpe.

Audacissimo il napoletano Francesco Milizia[258] (1725-98) trincia sentenze d’un gusto che pare indipendente e originale a chi ignori ch’è copia degli Enciclopedisti, de’ quali adotta le grette massime senza tampoco darsi briga di levarne le contraddizioni. Ad Americana deride chi crede alle grandiose fabbriche del Perù, come non possibili a gente sprovveduta di macchine: eppure dimentica quest’eccezione a proposito degli Egiziani; poi a Fabbricare dice: — Al Messico e al Perù gli edifizj erano di gran massi di pietre ben tagliate, trasportate ben da lungi e ben congiunte senza cemento». A tacerne le deficienze sopra opere ed artisti forestieri, molti anche dei nostri dimenticò; per esempio Rainaldo, che elevò la facciata del duomo di Pisa; il Calendario, architetto forse o almeno scultore del palazzo dogale di Venezia; il Formentone vicentino, autore della Loggia di Brescia; il Longhena, grandioso architetto di Santa Maria della Salute e del palazzo Pesaro in Venezia; il conte Alfieri piemontese, e i milanesi Omodei, Richini, Meda, Mangone, Bassi, Seregni[259]; gli architetti militari piemontesi Bertóla, Devincenti, Pinto, anzi fino il Marchi e il Pacciotto d’Urbino. Passionato, violento, inverecondo, adora Mengs e vilipende Michelangelo: ma quella tanto rinfacciatagli bestemmia che la testa del Mosè pare un caprone, e’ la tolse dall’inglese Reynolds, come da altri molte che credonsi sue capresterie; ond’io amerei sapere donde attinse la bella definizione della pittura, «Arte di farsi migliore per la grata rappresentazione d’oggetti visibili con linee e colori»[260].

Gli troviamo riscontro in Giuseppe Baretti torinese (1716-89). Educato imperfettamente, scrisse poesie bernesche nulla migliori delle consuete, e prosa non rivista, non corretta, non composta, ma che si legge volentieri perchè casalinga, senza i contrafforti, le giunture, gli emistichj allora consueti, e perchè animata da sentimento, anzichè artifiziata per convenzione. Mal trovando pascolo e occupazione alla sua irrequietudine in Torino, in Lombardia, a Venezia, pensò poter meglio vivere e pensare in Inghilterra, dove apprese sì bene la lingua da compilarne il dizionario, e dettò in quella una difesa degli Italiani (pag. 445 not.). Descrisse un viaggio traverso al Portogallo e alla Spagna con particolarità abbastanza triviali, e mutilo comparve in italiano sotto forma di lettere, compiuto in inglese e ben accolto da quel pubblico pel metter in iscena le persone e per la conoscenza della lingua. Vedendosi attorno una folla di moderni goffi e sciagurati «che andavano tuttodì scarabocchiando commedie impure, tragedie balorde, critiche puerili, romanzi bislacchi, dissertazioni frivole, e prose e poesie d’ogni generazione, che non hanno in sè la minima sostanza, la minima qualità da renderle dilettose e ragionevoli ai lettori e alla patria», cominciò a menar addosso a loro la Frusta letteraria sotto il nome d’Aristarco Scannabue.

Quanto avrebb’egli potuto sbronconare, se avesse posto mente a qualcosa più che alla forma; se compreso l’importanza della franchezza e della sincerità nell’arte, se alla sensata intuizione accoppiato avesse alti sentimenti, dottrina soda, veder largo, le corroboranti ispirazioni del patriotismo! Ma pochissimo sapendo e arrestandosi alla forma, sprezza tutto quanto sorpassa la sua intelligenza; non crede a nulla che trascenda l’esperienza sua propria, tutto riferendo a se stesso senza discernere studj o tempi, e volendo far passare tutti gli autori sotto le forche caudine del personale suo sentimento. Nella filosofia francese non riconosce o gli erronei principj o le benevole intenzioni, ma roba da anticamere e da cameriere. Di Dante dice grossolanità non minori di quelle del Bettinelli; il Filicaja pe’ suoi sonetti all’Italia giudica «degno d’una buona staffilata sul deretano per ogni verso»; perchè il dottor Bartoli ragionò sul dittico Quiriniano con assurda lungagna, esso discredita l’erudizione anche moderata e sapiente, «e le pignatte dell’Umbria, e i chiodi d’Ercolano»; s’ostina a vituperare il verso sciolto, e intanto scrive in martelliani; nel libro Dei delitti e delle pene non vede che «una cosaccia scritta molto bastardamente»; nel Verri un saccentello «ch’ebbe dalla natura un buon pajo di calcagna da ballerino, non una testa da politico o da filosofo»; abusa della celia contro gente da tanto più di lui, quali Appiano Buonafede, ch’e’ tratta da frate pazzo, birbologo, scimunito arcade, sozzo majale; tutt’ira ed invidia e contumelie e malignità contro alcuni buoni, esalta mediocrissimi; trascina alle gemonie Carlo Goldoni, mentre di Carlo Gozzi fa un genio appena inferiore a Shakspeare. Fin nelle lettere famigliari e nella conversazione mostrasi garroso, accatta avversarj da combattere, graffia anche mentre carezza, adoprando per errori di gusto una bile che appena sarebbe compatibile per peccati di morale. Non gli meniam buona la scusa sua d’aver voluto disonnare la pubblica svogliatezza per mezzo delle simpatie e antipatie: e qualche verità opportuna, sebben soverchio ripetuta, come quella delle costruzioni dirette; qualche imperterrito assalto a pregiudizj radicati, non bastano a qualificare buon critico chi tanto di falso mescola al vero: e sotto l’impressione dolorosa che lascia quel libro, amiamo ripetere che colle scurrili invettive del Baretti[261] e colle avventataggini del Milizia potea bensì aprirsi la via al turpe giornalismo odierno, ma l’arte non potè essere purgata se non da chi studiava da senno gli esempj migliori e la natura dell’uomo.

Povera cosa erano i giornali d’allora, di critica angusta e neppur passionata, e nonchè adempire il nobile uffizio di condur la scienza delle altezze inaccessibili a fecondare il campo della pratica, non teneano tampoco informati delle migliori produzioni nazionali e forestere. Citasi come modello il Caffè; ma quanta meschinità di concetto e di vedere! quanta inesattezza di verità in mezzo a molti lampi di buon senso!