Giuseppe Vernazza di Alba, filologo ed epigrafista, versatissimo nelle genealogie, approfondì molte ricerche speciali, massime sulla tipografia. Filippo Argellati, oltre assistere all’edizione della raccolta muratoriana, compilò la Bibliotheca scriptorum mediolanensium, opera di mera pazienza e imperfetta. Dissero lui plagiario di Giovanni Andrea Irico da Trino, suo collega all’Ambrosiana; al modo stesso che furono detti plagiarj Beccaria del Verri, Foscarini del Gozzi, Denina dell’abate Costa d’Arignano, e che la Traduzione di Stazio fosse stata venduta al cardinale Bentivoglio dal Frugoni, e il Savioli fosse soltanto editore degli Amori, composti da Angelo Rota, il che fu poi ripetuto del Monti per la Bassvilliana; ultimi rifugi dell’invidia quando non può negare il merito.

Altri vollero dalle notizie dedurre principj e racconto ordinato, come il Verci per gli Ezelini e la Marca Trevisana; per Milano Pietro Verri, che il racconto sagrificò alla dimostrazione incidentale di teoriche prestabilite; Giuseppe Rovelli per Como, ne’ discorsi preliminari allargando la veduta sopra la condizione di tutta Italia; il canonico Lupo nel prodromo al Codice diplomatico bergamasco annunziando verità dappoi adottate. Oltre gli storici uffiziali di Venezia, abbiamo una debole storia del suo commercio per Carlantonio Marini bresciano. Jacopo Filiasi, nei Veneti primi e secondi, confermò il suo assunto con osservazioni geografiche e naturali, e vi accompagnò osservazioni sul commercio e le arti[268]. Giambattista Fanucci avvocato fiorentino stese la storia dei Tre popoli marittimi, poco pensata e male scritta.

La storia contemporanea non stimolò gl’ingegni. Il conte marchese Francesco Ottieri fiorentino, paggio di Cosimo III, alla cui Corte potè conoscere il Redi, il Viviani, il Magliabechi ed altri illustri, viaggiò Europa, e fissatosi a Roma, «dove si parla con libertà assai più che altrove d’ogni persona, senza neppur escludere chi assista in qualche parte al governo, ed anche del governo stesso, il che in altro luogo punito sarebbe come gravissimo delitto», narrò le guerre condottesi in Europa e particolarmente in Italia per la successione spagnuola. Le leggeva ai prelati Fontanini, Passionei, Bottoni, e ne riceveva consigli: pure il primo tomo appena comparso fu messo all’Indice: Benedetto XIII nel tolse, ed egli proseguì, ma lasciò l’opera postuma. Oltre quel refrattario tepore, l’ignoranza dell’arte bellica lo fa scomparire viepiù fra i tanti strategi francesi che descrissero quei fatti[269].

Si pensò anche adoprare la storia come arma ed allusione. Francesco Settimani a Colonia fece stampare quelle del Varchi e del Nardi, e denigrò sistematicamente i Medici, massime in una scandalosa cronaca delle virtù e dei vizj loro, rimasta inedita; bandito dalla Toscana, dopo trent’anni chiese di tornarvi nel 1744. Il granduca Leopoldo al volterrano Riguccio Galluzzi, suo consigliero di Stato e archivista, diè commissione di narrare l’età medicea, massime allo scopo di trovare ragioni al principato contro la Corte romana. Il bel tema trattò riccamente, ma con lingua trasandata, con vacillante esattezza, e con evidenti personalità, pretendendo d’essere creduto senz’addurre le prove, piacendosi alle divagazioni declamatorie che allora usavano[270].

Nulla aggiunge alle cognizioni, poco al sentimento la gracile Storia della Toscana di Lorenzo Pignotti (1739-1812) valdarnese, professore di fisica all’Università di Pisa, eppure tutto francesismi e inglesismi nel suo stile scolorato. Comincia poveramente dagli Etruschi, poi traverso alla libertà, nella quale desta sempre la canaglia, arriva ai Medici che esalta d’avere rimesso l’ordine, e dappertutto mescola idee costituzionali che avea attinte dal molto conversare con Inglesi, e secondo le quali diede suggerimenti al Tavanti e al Neri, e pel primo celebrò Paoli in modo non indegno del Filicaja.

Della seconda metà del secolo nessuno ci lasciò il racconto; nessuno descrisse il dominio dei Lorenesi e lo svecchiarsi della Lombardia; potendosi appena citare le vite di Giuseppe II e di Pio VI del Beccatini. Quelli che aspirarono ad alcuna novità, la tolsero dagli Enciclopedisti. Melchior Delfico da Téramo, ricercando il Vero carattere della giurisprudenza romana, alla scolastica ammirazione pel gran popolo sostituì la denigrazione, considerandolo oppressore delle nazionali libertà, e autore di leggi che ai moderni trasmisero il despotismo e l’intolleranza: a proposito delle antichità di Adria Picena, sostenne indigena l’italica civiltà e d’antichissimo fiore, e un popolo solo Tirreni e Pelasgi. Nella Storia di San Marino (1805) comincia dal professare di non essere «nell’opinione di coloro i quali riguardano la storia come maestra della vita e dispensiera della civile sapienza, e che anzi gli sembra dessa contraria ai felici progressi della morale, facendoci vedere sempre gli annali della virtù in confronto dei voluminosi giornali del vizio e dell’errore». La qual tesi svolse poi ne’ Pensieri sull’incertezza e l’inutilità della storia, colle objezioni fatte alla nostra scienza dagli Enciclopedisti. Anche il Saggio sopra l’arte storica del Galeani Napione echeggia i Francesi, massime Rapin, D’Alembert, Henault.

Aurelio Bertóla da Rimini (1753-98) legò in Germania amicizia con Gessner, di cui tradusse gl’idillj; diede un saggio sulla letteratura tedesca, allora ignoratissima fra noi, una descrizione delle rive del Reno, buone favolette, e liriche dove trovò modo d’essere elegante e osceno. Col presuntuoso titolo di Filosofia della storia disgrada Inglesi e Francesi per asserire che i metodi più sicuri sieno quelli degli Italiani, i quali per verità nè definisce nè adopera. Nel primo libro tratta delle cause, nel secondo dei mezzi, nel terzo degli effetti: e cause chiama i climi, le istituzioni, le religioni, i governi, i costumi, la politica; amplificazioni sui temi conosciuti di Machiavelli, Bodino, Montesquieu. I mezzi sono altre cause secondarie, come le guerre, il commercio, le colonie, le arti e le scienze, i caratteri, posti alla rinfusa come titoli a capitoletti composti di riflessioni vaghe. L’analisi degli effetti egli fa in cinque capitoli, le età fiorenti, le conquiste, la decadenza, le rivoluzioni, le rovine; e conchiude sulla presente perfezione de’ sistemi politici, la quale ormai assicura i popoli da ogni sovvertimento; poche riforme sol restano, e queste tranquille; ma una rivoluzione «l’Europa già più non la teme». Era l’anno 1787!

Fra’ migliori storici del secolo rimangono il già detto Bettinelli e Carlo Denina (1731-1813) da Revello in Piemonte. Avendo egli in una commedia criticato l’insegnamento gesuitico, fu sbalzato di cattedra, e con ciò messo in reputazione. Perdoniamogli le Rivoluzioni di Germania e le Vicende della letteratura; ma nelle Rivoluzioni d’Italia diede la prima storia compiuta del nostro paese, mal raccontata e tutta a digressioni, pure esatta nei fatti, bastantemente arguta nel vedere le cause e le conseguenze, e meno filosofista che non portasse la moda.

Allegammo di questi scrittori abbastanza per chiarire come poco accurassero la lingua, e i Toscani stessi non conoscevano il pregio della parlata. La Crusca dormiva; l’edizione nuova, assistita dal Bottari, non migliorò dalle antecedenti se non per aggiunte. Alcuni seguitavano a spigolare ne’ classici, frivola e facile maniera d’arricchire d’inerte opulenza; dove notevoli sono le Voci italiane non registrate dalla Crusca del Bergamini veneziano, modello e miniera dei moderni, altri de’ quali riprodussero il paradosso del Bastero, che la lingua nostra derivi dalla provenzale. Meglio il nizzardo Alberti da Villanova eseguì un dizionario, dove trovassero luogo anche le parole di scienza e quelle di arti, raccolte dalle bocche; e riuscì meno male, perchè da solo. Il Rabbi compilò i Sinonimi e aggiunti italiani. Il Manni occupò tutta la vita in trascrivere e annotare classici.

Nojati dalle incertezze cagionate dal valersi d’una lingua nella quale non si pensa, molte anche persone d’ingegno e di cultura scriveano in dialetto; e forse in tutti quelli d’Italia fu scritto; il siciliano un vero poeta possedette in Giovanni Meli.