Prevalsa la francese, forestieri che adoprassero la nostra lingua non rammento; pur era coltivata ancora di fuori: Paolo Rolli stampava autori nostri in Inghilterra, dove il Baretti si lagna che troppe sconvenienze gli Italiani riproducevano; Annibale Antonini salernitano fece a Parigi un dizionario, una grammatica e molte edizioni di classici; Lodovico Bianconi, filosofo e medico bolognese, nel 1718 cominciò ad Augusta un giornale francese Novità letterarie d’Italia; e in francese scriveano molti nostri, principalmente piemontesi.
Del resto da una parte si pretendeva la purezza consistere tutta ne’ vocaboli abburattati; da un’altra negavasi al dialetto più bello il privilegio di lingua nazionale. Alcuni dunque erano pedanti; come il Corticelli, l’Amenta, il Biscioni, il Gagliardi, il Buongiuoco, il Branda, il tirolese Vannetti. Il sanese padre Alessandro Bandiera, unici tipi del bello scrivere proponendo il Boccaccio e se stesso, presunse raffazzonar il Segneri e mostrare come avrebbe dovuto, a quella nobile facilità, surrogare frasi svenevoli e periodare contorto. Altri buttavansi al libertino, come la più parte dei Lombardi e i traduttori e gli scrittori di scienze, riconoscendo unica regola l’uso, ma quest’uso deducendo dal proprio paese ciascuno, dal parlar ibrido della società educata sui Francesi; e ripeteano cose, cose, quasi le cose potessero dirsi senza le parole. L’erudito conte Gian Francesco Napione (1748-1830), nell’Uso e pregi della lingua italiana, sconfortò i suoi Piemontesi dallo scrivere latino e francese, e dettò regole che al Cesari parvero lasse, rigide a Melchiorre Cesarotti 1730-1808. Questo professore padovano, la propria infelice pratica volle ridurre a teoriche nel Saggio sulla filosofia delle lingue, ove le dottrine di Dumarsais e De Brosses applica all’italiano, elevandosi sopra la ciurma de’ grammatici per considerare la favella in relazione coll’universo sapere; combatte quei che credono morta la nostra, e vuole la si ringiovanisca accogliendo vocaboli e forme di stranieri; perchè l’innovazione non trascenda, sia regolata da un consesso di dotti. Disastrosi suggerimenti, e rimedio meschino.
Il Cesarotti va contato fra i rinnovatori perchè osò venire alle braccia coi sommi, e credersene trionfante. Educato in molteplici studj e diverse favelle, ai circoli veneti, lasciantisi rimorchiare dalla facile coltura dei Parigini, egli infuse il gusto francese, rendendosi caposcuola coll’imitare. Dettò relazioni accademiche non nojose, con gusto giudicò i contemporanei: insensibile però alle bellezze ingenue e virili di una letteratura primitiva, tradusse Demostene con veste moderna e fronzoli pedanteschi, egli che pure aborriva le affettazioni. Non bastandogli avere di fastosa poesia rimpinzata l’atletica nudità di Omero traducendolo, volle in una Morte d’Ettore ridurre il poeta meonio qual lo vorrebbe la colta società[271]; e guardandolo dal lato men filosofico, cioè civiltà riconoscendo solo nel raffinamento, gli attacca frivole critiche, ne ammorza le vivezze, ne mutila le sublimi audacie; torna dignitosi gli Dei, ragionevoli gli uomini; surroga la politezza all’eloquenza, il cerimoniale all’immaginazione: laonde a Roma esposero la caricatura d’un Omero vestito alla francese, con abito listato, scarpe a punta, gran parrucca, due lunghi ciondoli d’oriuolo, e in mano l’Iliade italiana. Chi vuol giudicare i sommi deve trasvolare a certe forme caduche, ed apprezzare il vero lato umano, la rivelazione della natura nostra: chè un peccato contro le convenienze storiche o etnografiche è veniale, mentre è mortale se ripugna all’indole e al cuore umano.
Meglio riuscì con Ossian, poeta caledonio contemporaneo di Caracalla, di cui Macpherson pretendea avere raccolto dalle bocche de’ montanari le rapsodie, le quali il secolo che impugnava la credibilità del Vangelo, accettò e giudicò pari a quelle d’Omero e d’Isaia, se non anche superiori. Il Cesarotti nel tradurlo poteva impunemente sbrigliarsi, e ornare a suo modo le mediocrità dello Scozzese; e i forestieri stessi confessano ch’e’ val meglio nella versione del nostro, il quale nei confronti tra il bardo caledonio e Omero, decreta quasi sempre la palma al primo. Italia n’andò pazza, e le nostre muse gettato a spalla l’Olimpo e Imene e le Grazie, più non ripeterono che nebbie ed ombre e abeti e arpe scosse dal vento e fantastiche melanconie.
Il qual fatto rammenta le burle che agli ammiratori de’ Classici preparava Giuseppe Cades, improvvisando disegni in qualunque stile gli si chiedesse, e che poi agl’intelligenti pareano Rafaelli e Michelangeli. Anche Casanova scolaro di Mengs fece capitare a Winckelmann due suoi quadri, come scoperti ne’ contorni di Roma; ed esso li comprò per tesori antichi, e ne diè pomposa descrizione nella sua storia. Carlo III fece arrestare per ladro uno che vendeva pitture di Ercolano, le quali riscotevano la meraviglia degli antiquarj e il denaro degl’Inglesi; ma il supposto ladro provò che erano sua fattura, e di simili ne eseguì stando in prigione. Oh adoratori dell’antico!
Gaspare Gozzi 1713-86 conte veneziano, figlio della poetessa Angela Tiepolo, fratello di Carlo poeta, con sorelle poetesse, viveva in un «ospedale di poeti», circondato da angustie domestiche, viepiù cresciute quand’egli «apprese da Petrarca a innamorarsi,.... e s’ammogliò per una geniale astrazione poetica»[272] con una Bargagli, la quale recogli per unica dote campi d’Arcadia e il nome d’Irminda Partenide, e insegnava a fare versi a tre figliuole, ed ajutava il marito a comporre e tradurre, ma lasciava a capopiedi l’economia. Pertanto Gaspare fu costretto abborracciare traduzioni moltissime e disuguali; fin ponendo il proprio nome a lavori d’inesperti, e così svaporare una potenza poetica, non inferiore a verun altro, come mostrò nei Sermoni. Con volto lungo, pallido, malconcio, ma aria ingenua, occhi lenti eppure significanti ingegno, guardava, rideva, e a questo modo formò l’Osservatore, serie d’articoli vivaci, che titillano l’orecchio, ma lasciano l’animo vuoto, nè tampoco ritraggono gli ultimi tempi di quella repubblica, dissipandosi in novelluccie e mariolerie generiche e scolorate. Egual indole appare ne’ moltissimi altri suoi lavori, in lingua però meglio corretta e stile sobrio e a modo: perocchè declamava contro i poeti, che insofferenti d’ogni regola, avean ridotta l’arte a una canna di bronzo applicata ad un mantice, sicchè facesse gran rumore; e richiamava alla semplicità.
L’accademia de’ Granelleschi (pag. 496) proponeasi medicare il gusto con scede villane, e col far guerra accannita al Chiari, al Goldoni, ai versi martelliani, alle affettazioni misteriose; e tanto quanto ravvivava l’amore del toscano, della vivacità, della naturalezza. Di questa han bisogno supremo e nella testura e nell’esposizione le favole, e talvolta ne hanno quelle del Pignotti, e spesso colore e grazia: ma quantunque toscano, manca d’atticismo, dà nel nuovo e nel francese, in luogo della bonarietà mette l’epigramma, oltre un’impazientante lungaggine, la sovrabbondanza d’epiteti, la monotonia dei metri. Più semplici, meno eleganti sono quelle del Bertola.
Gli Animali parlanti di Giambattista Casti (1721-1802) da Montefiascone, sono imitazione d’imitazione, sazievole come dev’essere una favola di ventisette canti, con politica da caffè e stile da improvvisatore. Così la penso io; ma è di moda l’ammirarlo. Meretricio pretaccio, portava in giro novelle da postribolo, vivaci drammi giocosi, poverissime liriche, e un Poema Tartaro, appetito per allusioni agli amorazzi e agl’intrighi di Caterina di Russia[273]. Eppure Giuseppe II l’amò, ed or l’incitava a mettere in canzone il povero re di Svezia sotto la figura di re Teodoro; ora di comporre un dramma dopo che n’avea fatto far la musica (Prima la musica poi le parole): ora rideva seco a spalle della czarina; e se qualche momento lo scherno paressegli soverchio, gli dava trecento ungheri perchè andasse a fare un viaggio, poi presto il lasciava tornare, e volealo successore al correttissimo Metastasio come poeta di Corte[274]; e il ministro Kaunitz lo metteva a fianco di suo figlio in un viaggio per Europa. Careggiato da quelli per cui la letteratura è un passatempo e il letterato un buffone, egli varcando di sala in sala, di Corte in Corte, in ciascuna cuculiava le altre, talchè infine tutti i principi se ne trovarono canzonati[275]. Quand’essi cessarono di poter pagare, ricoverò all’ombra della Repubblica francese e finì altre sudicerie, cinicamente terminando insieme di vivere e di burlare.
A contrapposto gli metteremo Gian Carlo Passeroni (1713-1802) nizzardo, eccellente prete e grossolano, che rimò capitoli a profluvio e favole, ma principalmente una Vita di Cicerone in centun canto, ove (al modo che Sterne imparò da lui) coglie ogni appiglio per digredire sui costumi, con lingua sempre facile e corretta, e una bonomia che lo fa caro, per quanto la schiettezza discingasi in inurbanità e la scorrevolezza in una spensata verbosità, che toglie punta alla satira, sapore ai sali.
Ed altri s’arrabbattavano per isfangarsi col mettersi sopra orme altrui. Giovanni Fantoni di Fivizzano (1755-1807), arcadicamente Labindo, si fece oraziano fin ne’ metri e nelle frasi, bizzarramente mescolandovi concetti e modi ossianeschi; perchè Flacco imprecò ai primi naviganti, ed egli a quei che tentavano «l’inviolabile regno dei fulmini»; applause a Rodney, a Vernon, ad Elliot ammiragli inglesi, a Washington che «copre dai materni sdegni l’americana libertà nascente»; sentì che i guaj d’Italia venivano dalla scostumata sonnolenza; promette, se «il turbo errante delle guerre transalpine dal sabaudico confine minacciando scenderà», volere nuovo Alceo «difender dai tiranni la tremante libertà»; le ultime odi dedicò «a coloro il cui nome e le cui mani non si contaminarono nell’ultimo decennio del secolo XVIII».