Degl’Inglesi al contrario si rifece Angelo Mazza parmigiano (1741-1817), che, come lui, tocca i fatti moderni, sfugge la negligenza frugoniana e l’ostentato barbarismo, sfoggiando dottrine per cantare Dio, l’anima, l’armonia, e creandosi difficoltà pel gusto di superarle, come nelle stanze sdrucciole ove gli rimase il primato; e drappeggiandosi nelle circonlocuzioni, si sostiene in un’elevatezza che dà nell’oscuro e somiglia a nobiltà. Gli fusero una medaglia col titolo di Homero viventi, e da se medesimo assicuravasi l’immortalità. A scuola migliore si nutrì Lorenzo Mascheroni (1750-1800), matematico, che invitando a visitare il museo di Pavia la poetessa Suardi, fra gli arcadi Lesbia Cidonia, formò il migliore de’ tanti poemi descrittivi e didattici d’allora.
In un secolo fiacco, le migliori poesie sono le satiriche, la più potente ispirazione venne da sdegno. Già indicammo i sermoni fieri di Settano e i placidi del Gozzi. Ne fece alcuni sentiti ed espressi robustamente Giuseppe Zanoja d’Omegna, secretario all’Accademia di belle arti milanese. Angelo d’Elci nato a Firenze «ove penuria ha splendide apparenze», visse in molte città, poi al rompere delle rivoluzioni ricoverò a Vienna e v’ebbe ricche nozze e tomba, e a Firenze regalò una preziosa raccolta d’edizioni. Satireggiò con robusto andamento, ma epigrammatico e sconnesso; vuol terminare l’ottava con arguzie; per istudio di brevità riesce oscuro: poco si legge perchè sopravvisse ai costumi che avea beffati, e ci par migliore nelle satire latine.
Più alta lode v’acquistò Giuseppe Parini (1729-99), abate milanese, che fastidendo la smorfiosa eleganza, la scipita scorrevolezza, l’inacquata facilità de’ contemporanei, si fece superbo, dignitoso, stringato; ove passando misura, dal leggiadro va nel contorto, dal nobile nell’insolito, e di latinismi e di perifrasi ed artifizj annuvola sentimenti destinati alla moltitudine. Ma fu forse il primo da Dante in poi, che di proposito assumesse di togliere la poesia dalle corruttrici futilità, per renderla coadjutrice all’incivilimento, espressione della società, banditrice degli oracoli del tempo. Ad ogni sua ode prefigge uno scopo sociale; più ancora al Giorno, ove ironicamente descrive la vita effeminata dei giovani signori lombardi, raffacciandovi l’eguaglianza naturale degli uomini, il rispetto dovuto ai servi e alle arti utili. Non era di que’ mediocri che lasciano l’arte al punto dove la trovano; e quando il Baretti lesse que’ versi, confessò gli faceano vincere la sua antipatia per gli sciolti; e il Frugoni esclamò: — Perdio! mi davo a intendere d’esser maestro, e mi accorgo che non sono tampoco scolaro». Infatto il Frugoni trattava di vena qualunque argomento gli si affacciasse; e finito lo strimpello della sua lira, metteva nel dimenticatojo e il soggetto e il modo con cui l’avea trattato. Al Parini era mestieri di lunga meditazione, stento paziente, anni di riposo; e mentre i primi suoi getti sono meschinità, che solo un improvvido editore potè voler recare in luce, col ritoccare e soprattutto levare giungeva a quella perfezione che tanto lo avvicina a Virgilio.
E collo stento pure e collo sdegno arrivò a grandezza Vittorio Alfieri (1749-1803) conte astigiano. Il bisogno di vedere gli atti e le relazioni della vita umana atteggiati ai nostri occhi da personaggi, diede origine alla drammatica; ma il rappresentare un conflitto d’accidenti e passioni e caratteri, che produca azione e riazione, viluppo poi catastrofe, costituisce il sommo dell’arte in un’adulta civiltà. Se fa parodia del presente, è commedia: se offre l’uomo d’altri tempi alle prese colla sventura, è tragedia; degna soltanto allorchè s’addentra nella natura umana e nel governo provvidenziale del mondo.
Primi i Greci intesero la distinzione del tragico dal comico, e come l’essenza ne sia costituita dal diritto morale della coscienza, e dalle facoltà che determinano il volere umano e l’azione individuale. Nella loro tragedia i personaggi, fusi d’un pezzo come bronzo, operano in virtù della propria indole, non in vista di merito o di vizio; e il coro esprime la coscienza morale nel carattere più elevato, che rifugge ogni falso conflitto, e cerca un esito alla lotta.
I nostri Cinquecentisti poco conobbero di quei sommi, e s’attennero piuttosto a Seneca, misero espositore di massime esagerate in versi affettatamente concisi o in azioni assurdamente atroci. Nessun genio qui nuova via aperse, ma collo studio e coll’imitazione si arrivò fino alla Merope, ove Scipione Maffei mostra intelligenza dell’antichità, orditura semplice, esposizione pura. La varietà degli studj impedì l’autore da quella perfezione di forme, che perpetua le opere; Voltaire lo felicitava come il Varrone e il Sofocle d’Italia; e intanto per gelosia sotto finto nome ne pubblicava una virulenta censura. Le altre tragedie del secolo, non escluse quelle del Conti, appena meritano ricordo, e sol come tentativo non va dimenticato il Galeazzo Sforza di Alessandro Verri, che osò spastojarsi dalle regole classiche per accostarsi a maggiore imitazione della natura, qual sogliono Spagnuoli e Inglesi.
Vanno classificati a parte i teatri de’ Gesuiti, che in ciascun collegio aveano un repertorio con tragedia, commedia, opera, ballo, dialoghi, rappresentati dagli alunni stessi. N’erano esclusi l’amore e gli altri sentimenti pericolosi, e fin le donne; per lo più sacri i soggetti; il che poteva avviare quella riforma, cui dovrà pur giungere il teatro, di non stimolare le passioni, ma chetarle e dirigerle. Le tragedie latine di Bernardino Stefanio della Sabina gesuita, levarono gran rumore come fossero un rinnovamento di questo genere, e se n’ha a stampa il Cristo, la Flavia, la Sinforosa[276]. Oltre le italiane del padre Granelli, e l’Eustachio del bresciano padre Palazzi, e la Sara in Egitto del padre Ringhieri, sette di Giuseppe Carpani romano furono ristampate più volte. Il Paciaudi, reggendo l’Università di Parma, vi avea ridesto l’uso di recitare in latino, e si rappresentarono il Trinummus di Plauto, le Nubi di Aristofane, imitate dal Martirano, e il Cristo dello stesso Martirano, che si trovò molto sconveniente. Ivi pure si era cercato restaurare il teatro coll’istituire un premio; ma non l’ottennero che mediocri, poi s’interruppe fino al 1787, quando fu data la medaglia al Monti per l’Aristodemo, con un viglietto di mano del duca.
Alfieri, educato nell’indipendenza d’un ricco, con istudj saltellanti, consuma la gioventù negli errori d’uomo non ordinario che ancora non ha trovato ove fissarsi; e poichè all’attività sua nè la patria nè i tempi offrivano sfogo, s’appassiona per la libertà, ma non di un culto serio che accetta grandi abnegazioni, bensì declamatrice, convulsa negli atti, nel fondo astratta quale allora si predicava, e unita a tutte le passioni e le debolezze aristocratiche. Ai servi, al secretario non parlava mai che per cenni; facile a strapazzate e calci, che poi riparava con denaro. Sol tardi, fra le dame e i cavalli volle anche la distrazione dello scrivere, e piegò di preferenza alla tragedia. Non ne sapeva se non quanto avea visto sui teatri, non conosceva nè gli Spagnuoli, nè i due grandi tedeschi suoi contemporanei, e appena Shakspeare dalla cattiva traduzione francese, cui ammirò e dimenticò per restare originale. A sentirlo, non conosceva nemmeno i capolavori francesi; eppure è affatto francese nella forma, nel cercare la purezza fin a rischio della monotonia, nel rattenere l’immaginazione da ogni volo romantico, nel fare retoriche le passioni: se non che, invece della monarchia, egli idolatra la repubblica.
Già innanzi negli anni s’applicò al greco per vedere i classici nell’originale[277], dai quali però quanto scostossi! Lo stile dei Greci è ingenuo, il suo tutt’arte ed enfasi; per essi l’intreccio è il mezzo onde manifestare i caratteri e i costumi, per lui è il fine; mancano anch’essi di complicazioni, ma vi suppliscono colla varietà degli accessorj e colla ricchezza delle particolarità. La conoscenza dell’uomo vero, la filosofia, il gusto, la misura, che primeggiano ne’ Greci, maestri di vera semplicità e vera grandezza, mancano all’Alfieri: il dialogo di lui non ha mai l’agevole movimento, nè l’abbandono somigliante alla natura, quale nei Greci: questi vanno scuciti nell’orditura, egli sempre artatamente concatenato: in quelli tutto vive e si muove, in lui il meccanismo talmente si complica da arrestare l’azione per non lasciar luogo che alle parole. Mentre gli eroi dei Greci non sono mai indecisi, operando pel proprio carattere o per la fatalità, l’Alfieri s’accostò ai Francesi facendoli abbondare di parole, invece di quel che costituisce il dramma, cioè la vita operosa: quel patetico che deve svolgersi nella rappresentazione dei caratteri, invano gli si cercherebbe; vagheggia l’ideale al punto di cadere nell’astratto, e lo riduce alla soppressione del vero; e in luogo di personaggi reali, misti di vizj e di virtù, colle passioni dell’uomo in generale, e de’ tempi e di loro in particolare, non trovi sempre che l’autore, eroi senza antitesi, senza esitanze, senza gradazione, tutti d’un pezzo: un tipo di tiranno, di donna, di sacerdote, di marito, comune a tutte le età e le nazioni. Come la sua scena è indeterminata a segno da crederla ora piazza comune, ora gabinetto recondito, così generiche sono le tinte, nè Cosimo personeggia altrimenti che Creonte, nè la Pazzi che Antigone o Micol, senza la varietà delle gradazioni che fa difficile il dipingere le donne: la concisione stessa, la vulgare forza delle interjezioni è un’infedeltà, esprimendosi con essa tanto il taciturno Filippo II, quanto il garrulo Seneca.
Porlo a ragguaglio di Shakspeare varrebbe paragonare una formola algebrica colla persona viva: ma anche i suoi contemporanei Schiller e Göthe per dotta intelligenza penetrano nell’anima e ne’ tempi; egli, troppo scarso erudito per conoscerli, troppo rigido per potere conformarsi all’indole dei secoli e degli uomini, dalla storia non toglie a prestanza che nomi, poi personaggi e avvenimenti cola entro un modello uniforme, non mai pensando fare della tragedia nè il ritratto di un tempo, nè lo svolgimento d’una passione.