Eppure que’ Francesi, dai quali avea dedotto e i pensamenti e l’arte, esso li sprezza ed esecra[278]; sprezza Rousseau, benchè lo copii; sprezza i predecessori; sprezza l’Italia; sprezza i filosofi e gl’increduli, non meno che i devoti e gl’ignoranti; sprezza la nobiltà donde usciva e la plebe da cui aborriva; sprezza i re e il pubblico, mentre degli uni e degli altri sollecita il favore. Ogni passione in lui si converte in rabbia, rabbia di studio, rabbia di libertà, rabbia d’amore; e dal disprezzo e dalla bile attinge un’energia, così opposta alla fiacchezza laudativa del suo tempo, che parve originalità.

E l’originalità sua fu tutta critica; vedere i vizj del suo tempo, e volervi dare di cozzo. Perchè si sdilinquiva alla soavità di Metastasio e ai lezj de’ Frugoniani, egli si fece aspro, epigrammatico, rotto, inelegante, di ferro (come diceva) dove gli altri erano di polenta. Perchè nei Francesi tutto era eleganza d’espressione, arguzia di concetti, lusso di poesia, raffinata galanteria, insipida abbondanza, futile ricerca del naturale, esso vi oppose una nudità gladiatoria, un assoluto rigore di volontà; e alle loro cortigianerie di parole e di sentimenti un odio de’ tiranni che si rivela fin nello stile, con tanta retorica e sì poca precisione. Perchè gl’Inglesi mettono il triviale accanto al sublime, egli non devierà mai una linea dalla dignità. — Volli, volli sempre, fortissimamente volli» dic’egli[279]: ma che un genio tutto collera e dispetti e disordinata vita s’imponesse lavori freddi, simmetrici, spogli d’azione, sarebbe inesplicabile ove non si conoscesse che è una passione anche l’andare a ritroso. Si direbbe che considera le barriere come appoggi, onde si piace a moltiplicarle; ripone merito nell’assoggettarsi a tutte le regole; non ha il bisogno d’esplorare soggetti nuovi, ma piglia i già trattati, col proposito di correggerne i difetti; le riforme riduce a negazioni, vantando che non introduce personaggi in ascolto, non ombre visibili, non tuoni o lampi o agnizioni per mezzo di viglietti, di croci, di spade, non gli altri mezzucci soliti; ma gli accade come a molti, di prendere per difetto le qualità che non possiede.

In fatto la tragedia ridusse a scheletro; non mai dipingere, non mai per amore di bellezza divagare dalla rigida unità, per la quale egli non intendeva il convergere de’ fatti e de’ sentimenti molteplici; bensì ad un proposto fine spingersi come s’una strada ferrata, senz’arrestarsi a un bel prospetto o a cogliere un fiore. — La mia maniera in quest’arte (dic’egli), e spesso malgrado mio la mia natura imperiosamente lo vuole, è sempre di camminare quanto so a gran passi verso il fine; onde tutto quello che non è necessarissimo, ancorchè potesse riuscire di sommo effetto, non ve lo posso assolutamente inserire». L’innovamento suo si ridusse dunque ad escludere gli accessorj della tragedia francese, nulla surrogandovi però. I confidenti e gli attori secondarj, operanti per devozione verso i loro principali, anzichè per sentimento proprio, e scoloriti perchè riflesso altrui, e’ gli sbandì[280]; ma i personaggi suoi fanno le loro confidenze al pubblico ne’ soliloquj. Ridotti a pochissimi[281], eliminato ogni episodio, sono costretti alla verbosità, ad analizzare se stessi, e rivelare i proprj sentimenti quand’anche si tratti di profondi dissimulatori, come Filippo II, Nerone che «parea creato per nascondere l’odio sotto il velo delle carezze» (Tacito); a dire quello che faranno, invece di farlo attualmente alla guisa de’ tragici tedeschi e spagnuoli.

E sull’arte si arrestano i giudizj che delle sue tragedie danno sì egli, sì qualche critico: fra’ quali possono ancora leggersi e il Capacelli abile nella scena, e il Calsabigi che conosceva il teatro greco, inglese e francese, senza perciò elevarsi a riflessi generali, e de’ costui consigli si giovò l’Alfieri, il quale tre volte variò maniera, segno che non aveva ben divisata la sua via; ciascun’opera sua fece e rifece, perchè non lancio di genio, ma fatica di critica; il Filippo schizzò in francese «per la quasi totale dimenticanza dell’italiano, mal saputo dapprima»; poi tradusse in prosa italiana, poi verseggiò rifacendolo ben quattro volte, infine stampollo, poi lo ricorresse di nuovo, fin tre e quattro volte modificando un verso.

Pari fatica adoprò attorno alla forma di ciascuna: ma «chi ha osservato l’ossatura d’una delle mie tragedie (dic’egli) le ha quasi tutte osservate. Il primo atto brevissimo; il protagonista per lo più non messo sul palco che al secondo; nessun incidente, molto dialogo; pochi quart’atti; dei vuoti qua e là nell’azione, i quali l’autore crede d’avere riempiti o nascosti con sua certa passione di dialogo; i quinti atti strabrevi, rapidissimi, e per lo più tutti azione e spettacolo; i morenti brevissimo favellanti; ecco in iscorcio l’andamento similissimo di tutte queste tragedie».

Come è poi orribile il mondo ch’egli dipinge! catastrofi sempre spaventose, tiranni che l’inferno non vomitò i peggiori, ribaldi che tali si professano. Solo la fatalità, cioè la punizione irreparabile d’un Dio, può far tollerare sulla scena greca alcuni fatti, ripugnanti dalla moderna, come una fanciulla invaghita del proprio padre, o il padre che sacrifica la figlia, o la madre che i figliuoli trucida. Quanto alla tragedia romana, sebbene nella Virginia e nei due Bruti abbia osato introdurre il popolo, dovette ricorrere a passioni personali ed esagerate per destare quell’interesse che un’enfasi vulgare e una nobiltà fittizia non poteano trarre dalle pubbliche. E anche nelle private non deriva che dal contrasto: ora come concederlo a una Rosmunda, nelle sue brutali passioni non arrestata da delitto o turpitudine nessuna? e come reggere a quei cinque atti di continuo furore?[282]. Nello scopo allora vulgare di vilipendere i papi, le declamazioni della Congiura dei Pazzi dicono meno che non la nuda storia di quel fatto. Il suo confessarsi inetto a soggetti moderni ritorna alla necessità che in questi v’è di particolareggiare, e togliersi dalla generalità che negli antichi è permessa dalla lontananza. E appunto il Saul sorvola agli altri suoi drammi, perchè il poeta non isdegnò scendere alle specialità del popolo ebreo, e avventurarsi a quel fare lirico, da cui altrove inorridisce.

Ben disse egli dunque d’avere piuttosto disinventato che inventato; diede all’Italia un teatro nuovo, ma non nazionale: eppur sempre piace, perchè vi regna quel che manca a’ suoi contemporanei, l’emozione; piace viepiù recitato, perchè l’attore può introdurvi il sentimento della verità istorica e umana che manca all’autore, e colle pause e coll’espressione del viso infondervi torrenti di poesia, di cui sono poco più che accenno le parole di lui. Poi la tragedia d’Alfieri non è puramente letteraria; v’è il fermo proposito di gittare razzi fra la letteratura, sopita in grembo a molle eleganza; v’è la politica, ingrediente insolito fin allora; e a lui vorrà tenersi conto dell’avere incessantemente parlato d’Italia, d’aver voluto fare la scena ispiratrice di magnanimi sentimenti; sicchè, come scriveva il Calsabigi, «gli uomini debbano imparare in teatro ad essere liberi, forti, generosi, trasportati per la vera virtù, insofferenti d’ogni violenza, amanti della patria, veri conoscitori dei proprj diritti, e in tutte le passioni loro ardenti, retti, magnanimi».

Se non che sprezzando il suo secolo, egli ricorse al passato; egli, contemporaneo di Washington, vide solo Bruto e Timoleone, non istudiando i progressi nè i bisogni della società moderna; fomenta gli astj che non producono se non ruine; fa esecrare la servitù, piuttosto che amare la libertà; rintuzza ogni sensibilità, tranne l’abbominio pe’ tiranni, sui quali, non già sul popolo, concentra l’attenzione.

Fa sempre effetto una riazione decisa. Fra la pompa sfolgorante dei teatri dell’Opera, ove gli eroi di Metastasio comparivano cinti da gran corteo per cantare arie lunghe, facili, molli, tutte idol mio e inique stelle e abisso di pene, ove si vedea sempre la languida virtù trionfare sul vizio incredibile, ecco l’Alfieri mostrare una scena nuda, unica, pochissimi attori, tutti accigliati e convulsi, che parlando a monosillabi svilupperanno un’azione, terminata impreteribilmente fra ventiquattro ore, e dove non la virtù, non il vizio trionfano, ma una inconscia malvagità della razza umana e della civile società. In contraddizione poi alle commedie, egli mostrava un’altra vita che quella de’ cicisbei o del caffè, altro eroismo che il battersi in duello o il perdere intrepidamente un patrimonio al faraone; i pregiudizj restavano scandolezzati, scosse le credenze, le corone offuscate dall’alito della sua collera; e tutto ciò contribuiva a farlo scopo dell’attenzione. Applausi furibondi alzavansi in udire da Antigone,

Non nella pena,