[253]. Nella corrispondenza di Camillo Ugoni, stampata nel 1858 a Milano colla sua vita, troviamo una lettera di A. Pezzana del 1814 ove dice del Botta: — Se manterrassi in reputazione di forbito scrittore, certo non potrà mai avere quella di storico imparziale e fede degno». E una di Giuseppe Pecchio del 1833 che, dopo avere letto il Botta continuazione al Guicciardini, scrive: — Non so se sia effetto della storia o dello storico, questa lettura mi dava ogni giorno malumore e malinconia. Ma credo che la colpa sia dello storico, perchè nè la storia degli Ebrei, nè quella de’ Messenj o de’ Polacchi a’ nostri giorni, zeppe anch’esse d’ingiustizie, d’orrori, di sciagure, pure non mi contristarono mai l’animo tanto, come la storia del signor Botta: quella del Sismondi mi fa fremere, anche corrucciare, ma non oscura ed abbatte l’anima mia, anzi la riempie di fuoco. Mi disgusta all’estremo quell’insolente accanimento del Botta contro Daru in palese, ed in secreto contro Sismondi e Manzoni, che per talento, buon cuore e buone azioni valgono dieci volte più del Botta. Mi fa poi perdere un tempo infinito con quelle sue minute descrizioni di battaglie e d’assedj che non fanno alcun profitto. Non cita mai, o rarissime volte, un’autorità. È egli nuovo Mosè che scrive la storia per ispirazione di Dio? Non v’è mai una vista filosofica spaziosa, ma soltanto della morale e delle sentenze appiccicate ad ogni caso particolare. In politica poi dice e si disdice le cento volte, e fra le altre non vuole le repubbliche del medioevo, e poi, alla fine della storia, dopo avere scomunicate quelle repubbliche le tanto volte, finisce col dire che la repubblica di Firenze aveva sopravanzato Atene; ed è ingiusto anche nell’elogio, perchè è esagerato. Sono però contento che una tale storia esista, perchè vi regna molta imparzialità (Pezzana e noi diciamo l’opposto) e franchezza: in alcune parti è eloquentissima: in altre le descrizioni sono capolavoro: spira sempre l’amore del giusto, dell’onesto, dell’umano: la lingua poi è aurea, vigorosa, e se ne togli alcuni proverbj troppo plebei, direi quasi impareggiabile per la sua ricchezza e varietà».
[254]. Dico diffusa soltanto perchè già il duca di Lévis, nel libro De l’Angleterre au commencement du XIX siècle, 1814, cap. XVI, p. 401, scriveva: Partout ailleurs qu’en Angleterre, en dépit de la philosophie et même des révolutions, la distinction du noble et du roturier, c’est-à-dire du fils du vainqueur et du vaincu, subsiste dans l’opinion, si ce n’est dans la loi. E Guizot disse: Depuis plus que treize siècles la France contenait deux peuples: un peuple vainqueur et un peuple vaincu. Depuis plus que treize siècles, le peuple vaincu luttait pour secouer le joug du peuple vainqueur. Notre histoire est l’histoire de cette lutte. De nos jours, une bataille décisive a été livrée: elle s’appelle la révolution.
[255]. Una dissertazione di Fossati e De Vesme Sulle vicende della proprietà in Italia applicava a noi i concetti maturati dai forestieri. Vedi il nostro tom. VI, cap. LXXXI.
[256]. Nota al cap. IV delle Speranze d’Italia.
[257]. «Non vadano gli eruditi cercando in questi libri peregrine scritture, rivelazioni d’ignoti fatti, lucubrati veri; qui è un ingenuo racconto che io ho fatto ai miei fratelli, assiso al focolare domestico della patria, alla vigilia di un grande viaggio». Pare ignori l’opera del Carlini sulla pace di Costanza, e quella del Dall’Olmo sul convegno di Venezia.
[258]. È dovere il ricordare l’Illustrazione del Lombardo-Veneto, raccolta di storie municipali che s’intendeva ampliare a tutta Italia, e che si pubblicò a Milano sotto la direzione e colla cooperazione del Cantù. Noi ce ne siamo valsi nella presente edizione per estrarne alcune giunte. Gli Editori.
[259]. Del Colletta scrivea Giordani l’aprile del 1826: — Ha compito un libro doppio di mole e molti doppj di merito, dove descrive tutto il regno di Gioachino. Libro veramente stupendo, stupendissimo. Figurati che i due che sentisti sono appena un’ombra di questo: la ricchezza, la varietà, lo splendore della materia è indicibile; lo stile miglioratissimo. Ora corregge Giuseppe: correggerà il quinquennio. Bisognerà rifare di pianta il nono libro, che è veramente debole e sparuto, come il primo che fu scritto, ma che per la materia è tanto importante». Il Colletta confessava che «ancora due o forse tre anni sarebbero bisognati a rendere la sua opera un po’ meglio».
[260]. «Veramente Gaspare Garattoni fa un valentuomo e degno che di lui si faccia onorata memoria; perocchè, quanto ad erudizione, io tengo ch’ei non fosse secondo a niuno della sua età (l’età di Ennio Quirino Visconti e di Heyne): ma vuolsi cominciare da capo. Suo padre ecc...».
Altro cominciamento: «La pittura da cui viene un bel diletto al vivere civile, fu cara a Luca di Francesco Longhi, come ne fanno fede i molti dipinti di lui, che adornano la sua terra natale».
Di molti storici odierni diemmo notizia e giudizio nel corso di quest’opera, toccando de’ soggetti da loro trattati.