LIBRO DECIMOSESTO

CAPITOLO CLXXV. La Rivoluzione francese.

Dell’imitazione di Francia, sostituita alla evoluzione delle istituzioni patrie e storiche, apparvero gli effetti allorchè quel paese ruppe alla rivoluzione, che non dirigendosi a fini nazionali e speciali come le precedenti, ma a generali concetti, ad un ideale di libertà e d’umanità, valevole in ogni tempo e in ogni luogo, da ciò traea forza e importanza insolite, e il pericolo immanente che deriva dalla coscienza degl’intenti, sopravvivente alle istantanee commozioni. In fatti, scoppiata nel 1789, non è ancor finita oggi ch’io scrivo, dopo ottantott’anni di delitti atroci, di guerre sanguinose, di portenti dell’ingegno e del cuore, e il sovvertimento di tutte le cose umane e divine, e cento tentativi di restaurazione che fallirono tutti perchè, a mettere d’accordo le istituzioni coi costumi non bastano decreti o bajonette, parlamenti o galere.

La Francia, concentrando tutta la gloria e la potenza nel re, tutta l’autorità nel Governo, tutta l’amministrazione nella capitale, avea fissato un oggetto a tutti gli scontenti, un fomite a tutte le passioni, una mira a tutti i novatori: e quell’attività che, divisa fra ciascuna provincia, fra ciascun Comune, sarebbesi sfogata in parziali intenti, si ritorse verso il Governo o per avervi parte o per contrariarlo; gli si appose ogni colpa dacchè voleva arrogarsi ogni merito; ammirando in Inghilterra il reggimento parlamentare, anche i Francesi bramarono circondare il re d’istituzioni rappresentative, dove i nobili principalmente, ma anche i pensatori e gli abbienti potessero esprimere i loro voti e concorrere a far leggi; leggi che sarebbero lo stillato di quella sapienza che da un secolo vagliavano e divulgavano i filosofi, banditrice d’emancipazione, di spregiudizio, di filantropia, di naturali diritti; e che proclamata l’umanità nelle scienze morali come la natura nelle fisiche, instillava all’uomo la persuasione della propria onnipotenza.

Con quale ragione i re esigevano denaro senza chiederne il consenso al popolo contribuente, nè informarlo dell’erogazione? Pertanto, trovandosi angustiate le finanze, si gridò la necessità di radunare a consulta i notabili, e dietro a ciò di convocare gli eletti dello stato clericale, del nobile, del borghese, i quali spinti dal movimento pubblico, ben tosto (1789 19 giugno) presero il nome di Assemblea Nazionale.

La sovranità del popolo era idea antica, e Rousseau aveala ridotta a teoria scientifica congiungendola col diritto naturale e col dogma d’un’intera libertà primitiva, che poteasi nè alienare, nè trasmettere; sicchè la volontà popolare è giustizia, è morale, è religione. Con questi o simili principi i filosofi voleano scomporre lo Stato in idea, per rifarlo secondo la ragion pura; i rivoluzionarj vollero distruggerlo in fatto, per costituirne uno nuovo razionale. Quelli contentavansi di transigere quando avessero la realtà contro di sè, e cercavano giustificare queste transazioni col supposto d’un tacito consenso, purchè se n’appagasse l’interesse teoretico: la rivoluzione invece volle annichilare ogni istituzione che non s’uniformasse a’ suoi predicati di ragion pura. Vedendo difettoso il sistema sociale, rappresentavasi qual tipo di perfezione l’uomo staccato da’ suoi simili, il selvaggio d’America, il figlio della natura. Perciò le costituzioni politiche riguardavano l’uomo isolato, invece di cercare ciò che in ciascuna età doveva convenire agli uomini a norma della precedente[1]: non si dà veruna associazione intermedia fra l’individuo e lo Stato; ben si formano colleganze d’individui e d’interessi, ma senza ordinamento permanente.

Così i teoristi puri; alcuni però vagheggiavano le istituzioni inglesi, non accorgendosi come esse richiedano reciproco spirito di moderazione, profondo sentimento dei diritti delle due parti che si trovano a fronte, e come in nessun paese quanto in Inghilterra sia tanto apprezzata la libertà individuale, eppur tanto diffuso lo spirito d’associazione, mentre i migliori Francesi d’allora predicavano l’apoteosi dell’individuo isolato.

Quest’è vero che, delle libertà che poi la Francia e l’Europa acquistarono, non una sola per avventura ce n’è che non fosse richiesta nelle commissioni che allora i comizj elettorali diedero ai deputati; i nobili abdicarono spontanei ai loro privilegi, e col clero s’eguagliarono al terzo stato; onorata la parola di popolo; formulati i diritti de’ cittadini; il re non essere che primo magistrato: sicchè assodando tali acquisti, poteansi anticipare quelle libertà, le quali invece si pericolarono in orridi esperimenti, che ad alcuni le fanno ancora spaventevoli. La rivoluzione, scoppiata quando appunto sembrava rinascere la concordia fra principi e popolo, dopo un secolo che si lavorava a redimere il genere umano col dargli, non la fede e la grazia, ma la volontà illuminata dalla ragione, mostrossi generosissima da principio, siccome un’ispirazione di sentimento; ma iniziata per improvvida leggerezza delle classi superiori, allattata da una filosofia che non riconosceva legittimo se non ciò che la ragione da sè riuscisse a creare e produrre, ingrandita dalle esitanze dei governanti, fu travolta nel vortice dagli ambiziosi, che, anelando ad un’influenza impossibile in tempi calmi, macchinavano la demolizione senz’ingerirsi della riedificazione; presto cadde in mano di sofisti, che la trassero negli orrori della demagogia; e da quella che prima parve una sommossa, uscì il totale spostamento della società civile dalle storiche sue basi. I deputati, raccoltisi per assodare il trono, gli si ritorsero contro; le assemblee primarie vollero governare; la plebe cominciò a tumultuare; i giornalisti e le conventicole, palestra di chi non ha nè l’elezion popolare, nè la consacrazione d’un carattere e d’un nome rispettato, faceano il loro consueto uffizio di seminar paure, malevolenze, furori, consigli esagerati; i rappresentanti vollero mostrarsi coraggiosi col sagrificare sentimento, opinioni, bene pubblico alla paura e alla popolarità. Luigi XVI, se non le amava, rassegnavasi alle novità che il secolo chiedeva; e al ben del popolo applicando le proposte dei filosofi, e filosofi assumendo a ministri, abbatteva le barriere da questi disapprovate, e dopo le dannose, anche le indifferenti, poi le utili, poi le necessarie; e di concessione in concessione, sempre persuadendosi che fosse l’ultima, si privò una dopo una di tutte le prerogative di re. Ben presto i deputati si eressero in Assemblea Costituente (1789 30 giugno); la parte puritana rivalsa, filantropicamente feroce scannava e scannava, e creava una società di mille ducento tirannicidi; giurati a togliere dal mondo i re. Non era più la nazione che operasse, bensì un partito, il club dei Giacobini, sicchè non impropriamente tutti i fatti di quel periodo sono popolarmente attribuiti, anzichè ai Francesi, ai Giacobini.

I quali dichiararono decaduto il re, poi mandarono al supplizio (1793 21 genn.) lui, sua moglie, sua sorella, e con loro uomini viziosi e uomini santi, intrepidi e codardi, sapienti e ignoranti, deputati e fanciulle, sacerdoti e miscredenti, bottegaj e marchesi, monache e meretrici, vittime e carnefici, con tremenda eguaglianza; centomila vite spegnendo fra gl’insulti d’una plebe cannibale, sopra decreto subitario di giudici implacabili perchè tremanti, i quali non so se più sia obbrobrio all’età passata l’averli prodotti, o alla nostra il pretendere giustificarli. Vedendo ai pensatori sottentrare gli uomini d’azione, poi i trascendenti, poi gl’invidiosi, poi l’infima ciurma, ciascuno strozzando i precedenti, ciascuno portato in trionfo prima d’essere trascinato alla forca, e stabilirsi la peggior tirannide, quella che si associa all’anarchia, molti vennero a discredere alla libertà e pensar necessario il despotismo, sciolto dalle forme e dalle consuetudini che prima lo tenevano nei limiti.