L’Europa aveva esultato alle fauste promesse d’una rivoluzione che accelererebbe l’attuazione del bene; e quegl’Italiani che aveano tenuto l’occhio ai progressi del secolo, si rallegrarono di veder assicurate quella libertà ed eguaglianza che da diciotto secoli erano state dal vangelo severamente annunciate e testè dai filosofi predicate gajamente. Ma come videro fondarle su canoni arbitrarj, dedurne sofistiche e fin scellerate illazioni, distruggere con intolleranza raggionacchiante gli acquisti dei secoli, delle dottrine de’ gran savj abbandonarsi l’applicazione al braccio della canaglia e allo schiamazzo delle meretrici, se ne stomacarono; e mentre dinanzi tesseano idillj con Elvezio, con Rousseau, col Filangieri, sbigottivano alle notizie che confuse ed esagerate giungeano traverso ai pochi giornali e alle proibizioni, parlando solo di decapitazioni, affogamenti, mitraglia, di provincie che mandavano lardoni per ungere la ghigliottina, di Giacobini che giocavano alle palle con teste di nobili, di deputati che prometteano strozzar l’ultimo re colle budella dell’ultimo prete.

Allora parve non solo dovere di principe ma d’uomo il mettere un freno a quel furore, se non altro il protestarvi incontro colla guerra.

Leopoldo II fu il primo che osò avventare la scintilla in quell’ammasso di polvere; e a Mantova combinò (1791 27 agosto), a Pilnitz conchiuse un’alleanza di principi per istrappar dalla prigione i reali di Francia, e la Francia dalle branche dei Terroristi. Questi in risposta gli gettarono la testa del re e di chiunque era sospetto; e quando Leopoldo morì, Francesco II suo giovane figlio e successore si trovò incontro la guerra, ruggente dal Reno alle Alpi, e Francia che, accettata la sfida di Austria, Prussia, Inghilterra, accingevasi a spandere dappertutto i principj che nell’interno avea fatti sanguinosamente trionfare.

Pio VI propose di raccogliere l’Italia tutta in una federazione sotto la sua supremazia. Era il concetto di molti suoi predecessori; il concetto che, cinquant’anni dopo, bastò a indiare chi lo ripropose: ma all’Austria la lega italica facea paura più che l’invasione nemica; Venezia e Genova non voleano pericolare i traffici loro nè i grossi capitali impiegati in Francia; il duca di Modena, sapendo che i suoi antecessori nelle lotte tra Francia ed Austria erano stati sbolzonati qua e là, provvedeva a mettere in serbo tesori; la Toscana parteggiava per le idee francesi e il ministro Manfredino di Rovigo, ne’ cui splendidi circoli brillavano il vecchio Pignoni e i giovani Fossombroni e Neri Corsini, era chiamato il marchese giacobino; laonde il granduca, tuttochè austriaco, fu il primo che riconoscesse la repubblica francese, e Carletti suo ministro a Parigi erasi fin reso sospetto per esuberante patriotismo.

In Corsica l’Assemblea Costituente (1792) avea richiamato l’esule Paoli, che accolto in trionfo a Parigi e per tutta Francia, rivide la patria sperando sarebbe resa libera da que’ Francesi stessi che l’aveano incatenata. E raccomandava di preferire la fusione colla libera Francia a un’indipendenza che troverebbe venditori e usurpatori: — Quante volte non fu a me offerta la sovranità dell’isola! altri potrebbe valersene. Invece noi potremo giovare alla patria come rappresentanti nell’Assemblea, la quale un giorno darà lume e norma all’Europa intiera. Chi sa che gli eloquenti periodi non facciano crollare i troni dei despoti». Insieme diceva: — Deh nell’Assemblea ci fossero meno oratori e filosofi! La Magna Carta degl’Inglesi è breve; breve il bill dei diritti; ma quelle basi della libertà britannica non furono stese alla spensierata. Ora i Francesi cercano l’ottimo, e temo si espongano a perdere il buono; vorrebbero far tutto in una volta, e niente finora han fatto che non possa subito disfarsi».

Poi la sua fede repubblicana vacillò quando vide la Francia divenir empia e sanguinaria, e trafficare di popoli: temeva vendesse la Corsica a Genova, e la barattasse con Piacenza; e in paese l’agitazione facesse prevalere gl’intriganti, i calunniatori, i ladri, gente che guadagna dei torbidi. — Se cotesti signori hanno in sospetto noi che col latte abbiamo succhiato l’amore della libertà e dell’uguaglianza, e per essa sofferto tanto, non sarà lecito a noi tenerci in guardia da certi, il cui patriotismo non data che da tre anni, e che per la patria non hanno sparso sangue, non sofferto esigli, non devastazioni di beni? Pare si voglia tenere la Corsica divisa in partiti, e per lo più chi risolve da lontano si appiglia al peggio». Poi ferito dalle solite ingratitudini popolane, disperò dell’esotica liberazione: — Non avrei mai creduto che ventun anno di despotismo avessero potuto distruggere tanta virtù pubblica, che in poco tempo la libertà avea fatto brillare nel nostro paese. Oh fossi morto il dì che seppi aver i Francesi donato alla nostra patria la libertà! Qual funesto avvenire non si offre alla mia mente! Siamo troppo lontani dal centro del movimento; il potere lontano non vede il male. Se lo vede, scrive lettere oratorie, che nulla valgono su animi impastati d’ignoranza e cupidigia, sconosciuti al mondo ed a se stessi, senz’idea del vero onore, e molto meno della vera gloria. Ah! e tanti sparsero il sangue sotto i miei ordini per dare la libertà a popolo tanto indegno!»

Accusato da compaesani (1793), l’uomo intemerato fu tradotto a scolparsi davanti ai manigoldi di Parigi nei giorni del Terrore. Il deputato Matteo Buttafuoco scrisse (Conduite politique du général Paoli) contro di lui e di Saliceti; ma l’opinione pubblica gli si rivoltò, e in molte parti la colui effigie venne arsa come d’aristocratico[2].

Alfine la Corsica, esacerbata dagli eccessi de’ rivoluzionarj diede ascolto agl’Inglesi e agli altri nemici di Francia, e si ribellò. La repubblica francese, che, minacciata da tutta Europa, a tutti intimava guerra, avea spedito l’ammiraglio Truguet ad occupare la Sardegna, ottima per assicurarsi il Mediterraneo e tener in soggezione i Côrsi. Erasi supposto che quell’isola fosse ostile a’ suoi re per irrequietudini precesse: ma l’ardor nazionale vi rinacque, e sopite le rivalità, ognuno s’avventò alle armi. Fra gli apprestamenti attorno a Cagliari uno è sopraggiunto dal suo personal nemico, che gli avventa ingiurie e minacce; egli ascolta, reprimendo la smania di vendetta, poi curvasi a far una croce in terra; e rialzatosi con fronte risoluta — Per questa croce e per la causa che insieme difendiamo, ora ti perdono: partiti i nemici, ti darò risposta».

Tra per questo e per una sformata procella, i Francesi dovettero ritirarsi lasciando qualche distaccamento; in quell’impresa fecero la prima comparsa due famosi; Massena, nizzardo al servizio piemontese, che vedendo non poter elevarsi perchè non nobile, era passato a Marsiglia, dove oscuro visse finchè la rivoluzione nol chiamò all’armi, e queste portò ai confini italiani, e contro Livenza patria sua, ch’erasi rivoltata ai repubblicani invasori: e Napoleone Buonaparte, giovane côrso, che contemporaneamente avea dalla sua patria assalite le isole dello stretto di Bonifazio, e dovette andarsene egli pure. Esultarono i principi d’Italia della vittoria sarda, faustamente ominandone alle divisate imprese: Pio VI mandava congratulazioni come di gloria immortale[3]: Paoli ne prese animo ad effettuare la sollevazione della sua patria, e cacciati i commissarj francesi, la offrì all’Inghilterra.

Non era a credere che Francia torrebbesi in pace lo smacco sofferto, tanto più che altri casi pareano provocarne le armi. Ucciso il re, la Convenzione deputò Semonville a Costantinopoli per farvi riconoscere la repubblica; ma aveva incarico dai moderati di passare in Toscana, mentre Maret andrebbe a Napoli, onde combinar le guise di salvare gli altri membri della famiglia reale. Per giungervi senza metter piede in terre ostili, essi vennero ne’ Grigioni, donde per la Valtellina passerebbero sul Veneto e al mare. Ma l’Austria, d’accordo coi Planta famiglia allora predominante nella Rezia, pose un agguato presso Chiavenna (25 luglio), e violando il territorio amico, rapì que’ Francesi, e li mandò di prigione in prigione[4].