Roma, sbigottita d’una rivoluzione germogliata dall’empietà, e dell’empietà proclamatrice, interruppe i grandiosi suoi lavori, ospitò generosamente le vittime e i preti perseguitati; e Pio VI sfogava i suoi dolori in concistoro esclamando: — Ah Francia, dai predecessori nostri chiamata specchio di tutta cristianità, come ci sei oggi avversata? come resa più fiera di quanti mai v’ebbe persecutori? Ahi Francia, Francia!»[5] Pure guardavasi dal provocare i furori rivoluzionarj. Ma allorchè vide abolita la religione, trucidati i sacerdoti, invaso il territorio ecclesiastico d’Avignone e del Venesino[6], minacciato se stesso nelle canzoni patriotiche, ove preconizzavansi nuovi Galli alla Roma dei preti, nel suo stemma che bruciavasi, ne’ fantocci che si strascinavano e impiccavano a contumelia di lui, lanciò la scomunica contro la repubblica.

Il cardinale Bernis, perchè ricusò dare il giuramento costituzionale che i rivoluzionarj esigevano dai preti, aveva cessato d’essere rappresentante della Francia a Roma; e verun altro essendovi stato aggradito, lasciavansi regolar le cose dalla legazione di Napoli. Quando si trattò d’esporre lo stemma della repubblica francese, come già erasi fatto a Genova, a Venezia, in Toscana, il papa ricusò. Makau, residente francese in Napoli, scrisse al cardinale Zelada segretario di Stato, poco importare che il papa riconoscesse la repubblica francese, la quale esisteva per propria volontà; ma volere che fra ventiquattro ore fosse posto quello stemma; e in caso d’opposizione o d’oltraggio ad alcun Francese, la gran nazione piglierebbe severa vendetta. Questa intíma egli fece presentare solennemente (1794 31 genn.) da La Flotte uffiziale di marina, e da Ugo Bassville segretario di legazione, i quali da alcuni mesi soggiornavano a Roma trescando; e La Flotte colle parole gravò il tono della lettera, la quale anche fu divulgata.

Nè l’un nè l’altro vestivano carattere uffiziale; onde il Governo avrebbe potuto punirli come sommovitori, eppure trangugiò. Ma quei due uscirono pel Corso colle nappe tricolori, e il popolo ne assalì la carrozza, e gridando — Viva il papa, viva san Pietro» uccise Bassville; a fatica i soldati papali camparono gli altri e l’accademia francese dalla plebaglia, che si buttò a rubare, spogliar botteghe, assalire il ghetto; e per più giorni continuò urlando non voler più Francesi. Alle grida impotenti con grida terribili rispondeva Francia, imprecando all’intolleranza dei preti e agli stiletti degl’Italiani. Ma altrove occupata, per allora dovette contentarsi di mandare emissarj a disporre colle opinioni il trionfo delle armi.

Grande stromento a ciò erano le loggie muratorie; e quelle di Napoli, tratto ardimento dalla vicinanza della flotta francese di La Touche, concentraronsi in un club rivoluzionario, ove discutere di legislazione e di riforme. Donato Frongillo vuolsi ne abbia dato spia; Rey, che Luigi XVI avea destinato ministro di Polizia e che era fuggito a Napoli, vi raccolse prove contro ventimila rei e cinquantamila sospetti di massoneria. Carolina, come austriaca e come sorella di Maria Antonietta, esecrava i Francesi, e la fomentavano Acton e gl’Inglesi, sperando ridurre quell’importantissima regione al loro patronato. Veduta la lunga lista dei proscritti, il marchese del Gallo le diceva, — Mandateli a far un viaggio in Francia, e se sono giacobini torneranno realisti»; ma essa, dalla paura resa spietata e detestando quel vieto pregiudizio che affigge infamia al delatore, empì il paese di spie; di rei e di sospetti le fosse di Castel Sant’Elmo e di Messina; istituì una giunta di Stato che, di cinquanta arrestati, tre mandò a morte, di cui il maggiore avea ventidue anni; altri relegati o in carcere; undici sciolti. Del processante marchese Vanni, giudicato con passione come si fa sempre di questi manigoldi, fu detto esacerbasse i rigori, inventasse le colpe ove non potea trovarne; che processando fin Luigi Medici capo della Polizia, valente uom di Stato, gli contestasse lettere venute di Francia; ma che un giudice integro dimostrò essere scritte su carta fabbricata a Napoli.

A Palermo, scopertasi una congiura (1793 agosto) di trucidare (diceasi) nel venerdì santo l’arcivescovo e i principali e stabilir la repubblica, fu decapitato un De Blasis, impiccati molti. Intanto invitavansi i possidenti a formare sessanta battaglioni di ottocento uomini, e venti squadroni di censessantacinque; si levò straordinariamente il sette per cento sui beni ecclesiastici, e gli argenti non necessarj delle chiese al tre e mezzo, e contro cedole di credito il denaro de’ banchi pubblici, i quali erano ricchi di settanta milioni di franchi per intenti di beneficenza; si raccolsero fin a trentaseimila armati, centodue legni di varia grandezza, con seicentodiciotto cannoni e ottomila seicento uomini di ciurma; e la fame spingea moltissimi ad arrolarsi.

V’ha esagerazione evidente in quanto si disse allora e si scrisse poi contro quel Governo da chi aveva interesse a screditarlo: ma certo esso mancava di buona fede; non osando far appello al patriotismo, domandava gli argenti a titolo di «rimettere in vigore le antiche leggi suntuarie, tanto utili allo Stato»; faceva armi, nè dicea contro chi e perchè: i giovani, insofferenti del bastone tedesco, disertavano; degli altri moriva gran numero ne’ micidiali campi di Sessa e di San Germano.

Insomma i principi d’Italia, non appoggiati all’opinione, sentivano il nembo dalla Francia avvicinarsi alle loro teste; nè di forze tampoco tenevansi provvisti, perchè le precedenti guerre aveano mostrato che da armi straniere si decidevano le sorti nostre, e perchè la succeduta pace ne gli aveva divezzati; e tutti pensavano quel che il granduca diceva: — Principoni, soldati e cannoni; principini, ville e casini». Questo in fatti non armava che quattromila soldati; un migliajo e mezzo Genova, stupendamente fortificata; altrettanti il Modenese; men del doppio Parma; due centinaja Lucca; seimila il papa colle fortezze del Po, d’Ancona e Civitavecchia. La Lombardia, forte per Mantova, Pizzighettone e Milano, non teneva in piedi più di ottomila uomini, cerniti dagli ergastoli o feccia venale; i Francesi nel 1705 v’aveano sperimentato la leva sforzata, ma invano; quando Maria Teresa nel 1759 la ritentò, i giovani fuggivano; Giuseppe II ne esentò questa provincia; e adesso che, scoppiata la guerra della rivoluzione, Francesco II richiedea mille trecento reclute per compire i due reggimenti italiani Belgiojoso e Caprara, lo Stato se ne sgravò coll’obbligarsi di centomila zecchini l’anno finchè tornasse la pace.

Venezia muniva Peschiera, Legnago, Palmanova verso il continente, Zara e Cataro nella Dalmazia, Corfù nel Jonio; l’arsenale ben provvisto, nel 1754 potè allestire cinquanta legni di diversa portata; i duemila suoi soldati erano Schiavoni e Albanesi, nè ai patrizj permetteva i comandi di terra; ma faceva ammaestrare ed esercitare dappertutto le cernide o milizie campagnuole, che erano forse trentamila uomini; e nelle varie provincie tenea da venticinque condottieri di armi, nobili che in compenso d’ottenuti privilegi dovevano alla chiamata comparire con cento uomini a cavallo, armati a loro spese.

Di trentacinquemila uomini era l’esercito napoletano; ma fatto e rifatto in pochi anni, mancava di solidità, e d’uniforme e consentita disciplina. Le somme spese da Acton, e l’apparato belligero davano a credere ai popoli che il Reame figurasse come potenza di mare: ma quella flotta era vistosa abbastanza per compromettere lo Stato, non abbastanza forte per difenderlo. Ed ecco il La Touche con nove vascelli di linea e quattro fregate si presenta a Napoli, intimando alla Corte riconosca il nuovo plenipotenziario francese, tengasi neutrale, disapprovi una nota del suo ministro a Costantinopoli in discredito dell’ambasciatore francese, o bombarderebbe. Si dovette piegare la testa, e Ferdinando IV fu il primo re che riconobbe la repubblica francese.

Solo il Piemonte, dalla sua postura chiamato ad ingrandire per le armi, alimentò lo spirito guerresco con trentacinquemila uomini e quindici castelli. Sotto Carlo Emanuele III una scuola militare fiorì alla disciplina di Alessandro Papacino de Antoni, che scrisse ad uso di quelle l’Architettura militare, l’Esame della polvere, l’Uso delle armi da fuoco, l’Artiglieria pratica e altre opere, tradotte anche in francese, oltre un racconto della guerra del 1753. Vittorio Amedeo III, che diceva stimar più un tamburino che tutti i membri dell’Accademia, nel grosso esercito che riformò nel 76, poi di nuovo nell’86, profuse il tesoro paterno, e crebbe a cenventi milioni il debito pubblico; fabbricò la fortezza di Tortona, compì quella d’Alessandria: ma l’essere sempre generale supremo il re, e alla nobiltà riservati i gradi, impediva di formarsi valenti capitani e di eccitare i soldati colla speranza.