Questo paese per la vicinanza di Francia fu il primo a sentirsi in pericolo. Vittorio Amedeo III (1773-96), non eroe, neppur guerriero benchè soldatesco, seguiva materialmente la politica de’ suoi avi. Devoto, e imparentato con una sorella e con due fratelli di Luigi XVI, credette dovere di cristiano, di re, di parente l’armarsi; diè ricetto ai nobili francesi che uscivano di patria non come vittime ma come ribelli, e che a Torino macchinavano una controrivoluzione; il conte d’Artois che fu poi Carlo X, di là sparpagliava agenti dappertutto, e trovava piacentieri, e prometteva soggiogar presto la Francia; ma il popolo li chiamava quelli della settimana ventura per le sempre prorogate speranze. Re Vittorio cogli altri potentati s’accordò sui modi di soffogare questo che credeva incendio momentaneo, e togliere qui speranza ai novatori, i quali si manifestavano con parole e con qualche mal represso movimento, specialmente in Savoja dove Thonon insorse per unirsi alla repubblica francese e alla ginevrina. Quando Semonville fu spedito a proporgli alleanza colla Francia (1792 7bre), egli nè udire tampoco lo volle; anzi, sollecitato dai fuorusciti e dal nuovo imperatore, allestì a guerra la Savoja e Nizza, e conchiudeva con lord Grenville alleanza contro la Francia, obbligandosi a tener in piedi cinquantamila uomini.

Armi e viveri non mancavano; guarnite le fortezze e gli arsenali; l’Inghilterra, oltre spedire nel Mediterraneo una flotta, lo sussidierebbe di ducentomila sterline l’anno; ordinate preci nelle chiese, su tutta la linea dall’Isero al Varo si distesero truppe piemontesi, poi rinforzate dagli Austriaci. Il movimento era concertato con quel di tutt’Europa, sorta contro la Francia: ma questa pose tre eserciti che tenessero in freno gli alleati sul Reno, il quarto con Montesquiou volse alla Savoja. Avea appena quindicimila uomini, scompigliati, sprovvisti, ma teneva intelligenze nel paese. Benchè da quarantacinque anni godesse pace, e se non contenta fosse almeno tranquilla, con imposte lievi, non cresciute da sessant’anni, pochissimi delitti, nobiltà moderata e non esclusiva, emancipate le persone e le proprietà, a Chambéry ed altrove s’erano insinuati i sommovitori, e sospiravano la libertà francese. Sebbene la Convenzione avesse dichiarato non voler fare conquiste, Montesquiou insisteva perchè s’assalissero i diciottomila Piemontesi; e l’ottenne, incolpando questi re di cento falli speciosi o contestabili, mentre la ragione vera stava nel voler sconcertare gli alleati mediante un grande colpo, e poter condurre anche quest’esercito alla difesa del Reno. Adunque, in nome della nazione francese, e vantandosi di «esser il primo a introdurre le bandiere della libertà in un paese che n’è degno», violò ogni diritto e ogni forma col neppure darne avviso; e dopo fatto giurare alle truppe (7bre) «di rispettare le persone e le cose, non combattere che i satelliti dei tiranni, e proteggere la libertà de’ popoli», egli entrò in Savoja fra gli applausi de’ patrioti, e i balli attorno all’albero, ch’erano alla rivoluzione d’allora ciò che furono i banchetti a quella del 1848. Al 1º ottobre non vi restava più un soldato piemontese; e nello stile enfatico de’ bullettini scriveano i commissarj dell’esercito delle Alpi: — Superammo senza la minima resistenza la barriera che separava la repubblica da un popolo schiavo; l’albero della libertà, i colori nazionali, il ça ira moltiplicavansi sui nostri passi; e i più semplici montanari c’indicavano la strada per la capitale della nuova Francia».

Parve un artifizio quella ritirata, tanto più che la minima resistenza potea scompigliare il piccolo esercito francese quando appunto la guerra volgeasi in peggio sul Reno, e la disobbedienza propagavasi nell’esercito[7]: ma come si conobbe il vero, Lazzari capitano de’ Piemontesi fu sottoposto a consiglio di guerra e degradato, e quest’esercito in tutta Europa tacciato di vile, prima che se ne vedessero di ben più gagliardi e agguerriti fuggire davanti a quei militari improvvisati. Perocchè la nazione intera si avventava alle frontiere, e giovani eroi briachi d’entusiasmo introdussero una tattica nuova, senza riguardi alle vite o ai disagi dell’uomo, nè quartieri d’inverno, nè riposi da marcie, nè tende o baracche; sicchè davanti a quel misto di generosità, di cupidigia, di terrore, che fu carattere della Rivoluzione, anche i migliori ordini degli altri paesi dovettero soccombere alla forza, divenuta supremo movente. Poco andò che anche Nizza fu presa, e scrittovi sulla cattedrale Temple de la raison; e nella festa del 10 agosto 1793 si diede il volo ad uccelli che portavano l’atto costituzionale, per annunziare al mondo la fraternità francese.

Dall’invasa Savoja, i rifuggiti, soliti sparnazzatori di vanti e di sgomenti, fuggirono a torme sopra Torino: ma sebbene l’esercito fosse sfasciato, le popolazioni avverse ai Giacobini sfogavansi in vendette; e coll’antico nome di Barbetti, masnade assalivano e trucidavano alla spicciolata i Francesi nelle montagne nizzarde. Sul mare, Oneglia era centro della pirateria contro la Francia: ma avendo percosso una nave mandata con proposizioni, l’ammiraglio Truguet la bombardò (1792); tutta la gente fuggì, eccetto i frati che si credeano inviolabili, e che furono tutti trucidati, ed arsa la città.

I grossi capitali che i suoi negozianti aveano in Francia, obbligavano la repubblica di Genova a circospezione; d’altra parte unirsi al Piemonte non osava, sapendone la lunga cupidigia; non all’Austria, di cui aveva spezzato i ferri; talchè teneasi di mezzo fra le pretensioni opposte di Parigi e di Londra. Quest’ultima, abusando della marittima superiorità, sorprese in porto la Modesta, fregata francese, e mandò intimare ai Genovesi cessassero ogni comunicazione con Francia, e non ne ricevessero veruna nave: prepotenza inaudita! Poi i Côrsi, alzata bandiera inglese, sfogavano l’odio antico, corseggiando sulle coste.

Essendo chiuso dagl’Inglesi il porto di Genova, la Toscana avrebbe potuto vantaggiarsi collo spedire olj, saponi, grani in Francia: ma Inghilterra le intimò cacciasse tutti i Francesi (11 8bre) e anche l’ambasciadore entro quarantott’ore; e il granduca, avuta garanzia de’ suoi Stati da quella potenza, abbandonò la politica d’interesse per quella di sentimento, e armò, rinnovando la milizia paesana al modo del Machiavelli.

Anche Napoli, malgrado la neutralità stipulata colla Francia, promise unire alle forze inglesi seimila uomini, quattro vascelli di linea e quattro minori ed altrettante fregate e più occorrendo; impedire ogni commercio colla Francia, aprendo invece i porti (12 luglio) alle navi inglesi. Difatto le napoletane corsero colle flotte alleate a predare il ricchissimo arsenale francese di Tolone; ma trovandolo difeso da Napoleone Buonaparte, dovettero ritornarsene con molto spesa e nessun profitto, per propria scusa esagerando il valore e la fierezza de’ Francesi. Subito il re rifece l’esercito, e Acton e Carolina vigilavano personalmente, animavano, faceasi denaro di tutto.

Quando poi Montesquiou, conquistatore della Savoja, fu destituito (1794) dalla repubblica perchè mettea freno ai patriotici assassinj de’ Nizzardi, e le arcadiche atrocità di Robespierre esacerbarono sì che parea le popolazioni si rivolterebbero contro la tirannide de’ Terroristi, la coalizione si rannodò col disegno d’invadere la Francia. Per verità, il Piemonte se avesse concentrate le forze s’un punto solo, e preso accordo coi Lionesi, coi Provenzali, cogli altri Girondini e Federalisti, avrebbe sostenuto la prima figura in quei tentativi, e fors’anche mutato le sorti di Francia[8]. Ma re Vittorio, di molto coraggio e niun’abilità, preferì distendere le sue truppe lungo la frontiera in aspetto di difesa, e aborrendo dallo stendere la mano agli uccisori di suo cognato, preferiva operare di conserva coll’Austria, colla quale a Valenciennes (23 maggio) convenne sulle spartizioni; i paesi che si togliessero a Francia verso Italia, cadrebbero al re in compenso d’altri verso il Milanese ch’e’ cederebbe all’imperatore.

Ma anche nell’esercito piemontese diffondeansi i dogmi rivoluzionarj, propagatore principale il côrso Cervoni, che per compenso fu poi eletto a generale di brigata nell’esercito italiano. I Sardi si erano valorosamente schermiti da’ Francesi; ma non per questo rassegnavansi all’oppressione piemontese, e spedirono una deputazione dei tre ordini a Torino, domandando fossero levati molti abusi, mantenuti i privilegi, raccolti gli stamenti. La Corte la trattenne lungamente a Oneglia, poi permessole di venire, sei mesi le tardò udienza, infine non diè che parole (1793 28 aprile). Avutolo per un oltraggio, Cagliari insorge, nè la forza basta a reprimere; il vicerè e l’arcivescovo partono, s’adunano dappertutto gli stamenti, e si rinviano i Piemontesi impiegati e i vescovi; poi subito i contadini ricusano le prestazioni ai baroni, la demagogia gavazza fra disordini e sangue; e tutto è peggiorato dalle rivalità degli Angiò e dei Petzolo.

Così l’Italia era disunita e fiacca; intanto che la Francia, tuffata la guerra intestina in un mare di sangue, spediva Kellermann (1793), che con cinquantamila uomini rincacciò i Piemontesi, tornati nella Savoja; un altro esercito per la riviera invade Ventimiglia e Oneglia; altri Francesi versavansi dal Cenisio sul Piemonte, non rattenuti che dal forte della Brunetta; e le creste delle Alpi e degli Appennini divennero teatro di fiere battaglie, dove il valore piemontese riscattò gli smacchi della prima campagna, respingendo anche più volte i Francesi. Ma questi procedeano; presero anche l’inespugnabile Saorgio e Col di Tenda. I re, tentennanti di paura, moltiplicano minaccie, arrestano, uccidono, raddoppiano di vigilanza, interdicono ogni convegno anche letterario. Ma dal re di Napoli non si possono ripromettere soccorsi, perchè ha il fuoco in casa: all’Austria, paga di avere assicurata la sua Lombardia dall’invasione, poco caleva che re Vittorio recuperasse i territorj perduti, e mentre accalorava le imprese in Fiandra, qui spediva solo pochi reggimenti comandati dal barone Devins, buon allievo di Laudon, ma vecchio, podagroso, avaro, mentre vecchio e malaticcio pur era il barone Colli, austriaco nato a Vigevano, che ferito nel petto a Belgrado, doveva farsi portare in lettiga, eppure era stato chiamato a capitanare le armi piemontesi[9]. Francia senza perder tempo assale gli alleati nel campo di Dego, li riduce a ritirarsi, e baldanzosamente spiega la bandiera tricolore sulle Alpi marittime e sulle savojarde, a guisa di turbine addensato sulle vette minacciando la sbigottita Italia.