CAPITOLO CLXXVI. Buonaparte in Italia. I Giacobini. Fine di Venezia.

Ogni rivoluzione divora i proprj figli; e come i monarchici erano stati uccisi dai costituzionali, poi i costituzionali dai repubblicanti, e questi dai puritani, e tutti dai terroristi, così venne il giorno che anche i teschi ferini di Danton, Robespierre, Carrier furono gettati nella pozza del sangue da loro versato (1794 luglio). Allora in Francia si osò mostrare umanità e quasi anche giustizia, a qualche innocente aprire le carceri, perdonare, permettere fino il culto; i moderati ripresero aura; i tanti arricchiti coi beni nazionali, colle forniture, colle eredità cascate dalla ghigliottina, col disordine ove sempre guadagnano gli scaltri, bramavano godere dopo tante privazioni e tanti sgomenti; sicchè invocavasi fine alle stragi, riposo dalle sanguinarie convulsioni. Ma poichè a quel terribile agguagliamento non era sopravvissuta che la forza, alla forza si dovette ricorrere per disarmare la plebaglia (1795) e trucidare i Giacobini più ostinati: nel che alla vigorìa di Barras servì l’inesorabile mitraglia del Buonaparte, richiamato dalle Alpi alla caduta di Robespierre. Allora si stabilì una nuova costituzione che tutelasse le acquistate libertà e la repubblica una ed indivisibile (9bre); visto che una Camera sola facilmente diveniva precipitosa e violenta, si volle associare la ragione e l’immaginazione istituendo un Consiglio di cinquecento persone, almeno trentenni, rinnovatesi per terzo ogn’anno; ed uno di ducencinquanta anziani sopra i quarant’anni, ammogliati o vedovi, rinnovatesi al modo stesso, che sanzionava le leggi proposte da quelli, ma che poteano discutersi soltanto dopo tre letture. Tutti i cittadini, dai ventun anno in su, nelle assemblee primarie nominano i membri delle assemblee elettorali, che eleggono i due Consigli, e questi il Direttorio esecutivo, di cinque membri, con ministri responsali; elettivi sono pure i magistrati giudiziali; libera la stampa, ma vietate le società popolari; espulsi per sempre quei ch’erano fuorusciti; sanzionata la vendita dei beni nazionali; liberi i culti, nè stipendiati dal Governo.

Raffazzonata così la civile convivenza, il Direttorio sconnette la coalizione nemica facendo pace con Prussia e Spagna; e poichè la principale sua avversatrice era l’Austria, pensò portarle guerra in Germania non meno che in Italia. E qui comincia l’età omerica della rivoluzione, colle grandi conquiste che le erano necessarie per farsi riconoscere e per diffondere le idee e i sentimenti suoi. Il generale Scherer ingrossato sulle Alpi, con Massena e Serrurier batte Devins e Colli (22-28 9bre), in una serie di fatti che denominaronsi la battaglia di Loano, prendendone tutta l’artiglieria ed il carreggio: i vinti precipitandosi in fuga, non meno che i vincitori stuprando e devastando, lasciarono tutta la Liguria esposta ai Francesi; onde se Scherer allora drizzava sopra Torino, non trovava ostacolo: ma ebbe paura dell’inverno; poi non finiva di rimostrare i bisogni d’un esercito che lasciavasi mancante di tutto; e non vedendosi ascoltato, mandò la dimissione, e fu surrogato da Napoleone Buonaparte (1796 23 febb.).

Discendeva questo da un Guglielmo di Pistoja, che nelle guerre del Quattrocento si stabilì a Sarzana, donde Francesco nel 1530 tramutò la famiglia in Corsica. Ivi i Buonaparte coi Saliceti parteggiavano per Francia; onde al sormontare del Paoli e dei Pozzodiborgo andarono proscritti. Ricoverati a Marsiglia, madama Letizia rimasta vedova, vivea dimessamente; le avvenenti sue figliuole facevano i servigi della casa; i molti maschi correano le fortune di quel tempo, e tra essi Napoleone, nato il 5 agosto 1769, educato dallo zio prete, scriveva in sentimento giacobino, firmandosi Bruto Buonaparte. Entrato nell’esercito, lo trovammo in Sardegna, poi alla difesa di Tolone come artigliere, poi a sedare sanguinosamente le insurrezioni in Parigi. Ora spedito sopra l’Italia, di cui le barriere in ogni parte già erano superate, prometteva, — Fra tre mesi sarò reduce a Parigi, o vincitore a Milano».

Al crescere del pericolo, l’Austria mandò sull’Alpi Beaulieu, generale esercitato sotto il maresciallo Daun, poi segnalatosi nel Brabante e a Fleurus e nel liberare Magonza dai Francesi, e che alla sperienza di vecchio univa spiriti giovanili. Ma non guidava più di trentaduemila soldati, oltre mille ducento cavalli napoletani; e la gelosia toglieva che gli alleati operassero d’accordo. I quali, mentre vantavano tutelare i troni e la società, ruminavano parziali ambizioni; il Piemonte sperava guadagnare la Lombardia a scapito dell’Austria sua alleata, dalla quale non volea lasciar occupare le fortezze; l’Austria di rimpatto sperava ciuffare il Veneto, e ricuperare la Lomellina e il Novarese, sicchè parve poco curare i disastri del Piemonte, persuasa a vicenda che a questo non rincrescerebbe vederla espulsa dal Milanese dov’è destinato a succederle. Il Direttorio dava dunque incarico a Buonaparte di rincacciare gli Austriaci oltre il Po, sicchè i Piemontesi isolati dovessero piegare a buoni accordi.

Buonaparte, moderato nell’ardimento, vedea bisognare altro sistema che le campagne metodiche; e che, colpita l’Austria, ai principotti italiani nulla resterebbe a fare; ma insieme che bisognava smettere la propaganda sovvertitrice; e «se noi (pensava) colla libertà attizziamo la guerra civile in Piemonte e a Genova, e solleviamo le plebi contro i nobili e i preti, ci facciamo rei degli eccessi di tali lotte. Sull’Adige invece possiamo eccitare il patriotismo contro lo straniero, senza nimicare le classi, le quali tutte alla parola Italia Italia, bandita non dal Ticino, ma da Milano o da Bologna, si accorderanno a ristabilire la patria italiana».

A Nizza (20 marzo) egli trovò trentaseimila Francesi in condizione deplorabile; non vesti, non denaro, non cavalli, non viveri; ma coraggio, costanza, impeto repubblicano e bravi capitani, quali Massena senza paura, Augereau spadaccino che trasfondeva il proprio valore ai soldati, il coraggioso ed istrutto svizzero Laharpe, il prode e metodico Serrurier, Berthier eminente nelle particolarità e nel colpo d’occhio, e Miollis, Lannes, Murat, Junot, Marmont, destinati a vivere nella storia quanto gli eroi di Grecia e Roma. Fra loro Buonaparte, smettendo le famigliarità repubblicane, si dà aria di capo benchè sia il più giovane; ai generali distribuisce quattro luigi per uno; ai soldati dice: — Voi male vestiti, male pasciuti; e il Governo che tutto vi deve, nulla può per voi. Io vi condurrò nel paradiso terrestre, dove piani ubertosi, grandi città, laute provincie; dove troverete onore, gloria, ricchezze».

Mentre Beaulieu aspettava d’essere attaccato per Genova, egli procede per la valle della Bormida; e vincitore la prima volta a Montenotte, poi al passo di Millesimo (11-14 aprile), sapendo profittare di quei quarti d’ora che decidono delle battaglie, sbocca sovra il centro nemico, separa gli Austriaci dai Piemontesi, avventasi sopra questi, e da Cherasco proclama: — Italiani, l’esercito di Francia viene a frangere le vostre catene; il popolo francese è amico di tutti i popoli; corretegli incontro; le proprietà, le usanze, la religione vostra saranno rispettate. Faremo la guerra da nemici generosi, e solo coi tiranni che vi tengono servi»; e vincitore a Ceva, Mondovì, difila sopra Torino.

Il re di Sardegna, inquieto anche per le turbolenze sarde (28 aprile), impetra un armistizio: ma tale debolezza, non che salvarlo, mette il suo paese al pieno arbitrio dei nemici, ai quali se avesse tenuto testa, poteva cambiare il corso delle vicende italiche. E nobili e Corte diedero il primo pascolo di adulazioni servili al giovane prode: il quale impose di cedere la Savoja, Nizza e le fortezze di Ceva, Cuneo, Alessandria, Tortona, strada fornita tra Francia e Lombardia; altre smantellarne; amnistia ai repubblicanti; pagar taglie e viveri pei soldati. La Brunetta, con tant’arte e tesori resa insuperabile chiave d’Italia, fu sfasciata senza ostacolo.

Buonaparte, con esercito pasciuto, coll’artiglieria acquistata, con volontarj accorsi, «riportate (com’egli diceva) sei vittorie in quindici giorni, presi ventisei vessilli, cinquantacinque cannoni, molte piazze, quindicimila prigionieri, guadagnato battaglie senz’artiglieria, passato fiumi senza ponti, marciato senza scarpe, serenato senz’acquavite e talora senza pane»[10], per la destra del Po cala verso Lombardia, in pingui convalli, sopra terreno proporzionato alla forza dell’esercito. Entrato sugli Stati di Parma e Piacenza, che sotto i Borboni si erano ristaurati dalle guerre e fiorivano d’agricoltura, arti, commercio, concede al duca armistizio per due milioni di lire, milleseicento cavalli e grano, oltre venti quadri dei migliori. E mentre i Tedeschi l’attendono dritto a Valenza, egli obliquamente passa il Po a Piacenza, batte Beaulieu tardi accorso (9 maggio), a Lodi varca sanguinosamente l’Adda (11 maggio), e arriva a Milano, donde l’arciduca era partito senza resistenza nè compianti, ma con grand’accompagnamento di persone, che dai repubblicani si salvavano sul territorio veneto. Ivi pure rifugge Beaulieu colle truppe austriache, sol tenendo Mantova; poichè il castello di Milano capitolò (29 giugno), e i disertori e migrati che v’erano furono consegnati al generale francese.