Egli, prendendo possesso della Lombardia, bandiva che «ognuno dovesse contribuire al bene generale; goder sicuro delle sue proprietà; esercitare i proprj diritti sotto la scorta della virtù; riconoscendo un Dio, praticando il culto che la sua coscienza gl’ispira; non altra distinzione fra gli uomini che il merito; si ricordassero che verun’opera riesce perfetta di primo getto, e i grandi errori si riparano colle virtù e colla moderazione». Lascia armare le guardie nazionali, fare grandi allegrezze, prevalere quelli ch’erano già capi nelle loggie massoniche, stabilire ritrovi politici e gazzette declamatorie; e tutt’insieme gitta venti milioni per tassa di guerra, cioè il quintuplo di quanto pagavasi in un anno ai tiranni espulsi, e non equamente ripartiti sul censo, ma riscossi arbitrariamente sopra gl’individui. In nome della libertà fece deportare i sessanta membri dell’antica congregazione di Stato; in nome della democrazia rapiva al povero il suo pane, cioè i pegni che aveva deposti ne’ Monti di pietà, e il suo lusso, cioè gli ornamenti delle chiese; tra i vanti di fede pubblica sospendeva i pagamenti del Monte; tra i vanti di protezione rubava i capi d’arte, mascherando d’entusiasmo i calcoli dell’egoismo.
Per dieci altri milioni e viveri e quadri concede armistizio ad Ercole III duca di Modena, buon uomo che, per ammansarlo, aveagli detto, — Ricordatevi che siete de’ nostri» e si udì rispondere, — Io son francese»; e che coi tesori adunati pagando i danni dei sudditi ai quali avea cercato far del bene, si ritirò a Venezia[11].
Buonaparte, alimentato l’esercito, può spedire al bisognoso Direttorio trenta milioni e cento cavalli di lusso, ed altro denaro all’esercito del Reno; atto inusitatissimo fra generali che solo pensavano a rubare e godere. Era suo divisamento di voltare nel Tirolo, e per la valle del Danubio ricongiungersi a Moreau e Jourdan sul Reno: ma il Direttorio ingelositone lo dichiarò chimerico e pericoloso, e ordinogli di lasciare mezzo l’esercito con Kellermann in Lombardia, col resto difilarsi sopra Roma e Napoli. Buonaparte che badava a vincere non a fare dispetti al papa o a un re, conobbe quanto pregiudicherebbe lo spartire il comando e addentrarsi nell’Italia come Carlo VIII; e per mezzo di Giuseppina, amante sua e dapprima amante del direttore Barras trafficante di favori, a disposizione del quale egli mise un milione depositato a Genova, stornò il Direttorio da quel proposito. Al quale scriveva: — Ho fatto la campagna senza consultare nessuno; a nulla di buono sarei riuscito se fosse bisognato acconciarmi col vedere d’un altro. Vinsi forze superiori sebben privo di tutto, perchè persuaso che voi fidavate in me: la mia marcia fu pronta quanto il mio pensiero. Se mi ponete pastoje, non v’aspettate nulla di buono: se mi indebolite dividendo le mie forze, se rompete in Italia l’unità del pensiero militare, avete perduto la più bella occasione d’imporre leggi all’Italia».
Allora egli si dispose ad assediare Mantova, ultimo ricovero della bandiera austriaca, e procedere su per l’Adige. Enumerati pomposamente i trionfi all’esercito, diceva: — Altre marcie forzate ci restano, nemici a sottomettere, allori a cogliere, ingiurie a vendicare. Quei che aguzzarono i pugnali della guerra civile in Francia, tremino: i popoli stieno sicuri; noi siamo amici de’ popoli. Ristabilire il Campidoglio, risuscitare il popolo romano da molti secoli di schiavitù, sarà frutto delle nostre vittorie. Il popolo francese, libero, rispettato da tutti, darà all’Europa una pace gloriosa che la compenserà de’ seienni sagrifizj. Voi tornerete allora ai vostri focolari, e i concittadini additandovi diranno, Egli era nell’esercito d’Italia».
Il pericoloso entusiasmo per la forza fortunata, allora fa eccheggiare dei vanti dell’eroe la Francia, che divezzandosi dall’anarchia, all’ebrezza della libertà va sostituendo quella della gloria; e l’Italia, sospesa fra ansietà, meraviglia e speranza. Egli a ventott’anni carezzato, adulato, chiamato Scipione, Cesare, Giove, sentì svilupparsi la grande ambizione, e conobbe di poter divenire un attore decisivo nella scena politica. — Io era giovane, balioso nella conoscenza di mie forze e avido di cimentarle. I vecchi mustacchi che sdegnavano questo imberbe comandante, ammutolirono davanti alle mie azioni strepitose: severa condotta, austeri principj pareano strani in un figlio della Rivoluzione. Io passava, e l’aria sonava d’applausi; tutto pendeva da me, dotti, ignoranti, ricchi, poveri, magistrati, clero, tutto ai miei piedi; il nome mio sonava caro agl’Italiani. Questo accordo d’omaggi mi invase così, che divenni insensibile a ciò che non fosse gloria; invano le belle italiane faceano pompa de’ loro vezzi; io non vedea che la posterità e la storia. Che tempi! che felicità! che gloria!»
Così, allorchè a Sant’Elena soccombeva al peso di importune memorie, tornava Buonaparte con compiacenza su questa spedizione, ch’è uno splendido episodio per tutta Europa, e una storia delle più attraenti per noi; vi tornava, e con rimorso invano dissimulato vedeva il bene che avrebbe potuto fare alla patria nostra; egli italiano come noi, egli braccio d’un popolo libero; egli capace di sentire la potenza dell’unione e l’efficacia dell’ordinata libertà: pure, dopo cessati gli adulatori, egli si adulava da sè, e, come quelli, arrestavasi sempre sulla gloria militare.
Dalla quale affascinati, i colti Lombardi che aveano letto gli Enciclopedisti poi le gazzette, partecipato a loggie massoniche, librato le innovazioni dei proprj principi, da lui ripromettevansi patria, gloria, libertà, e di diventare nucleo dell’Italia, risorta in poderosa nazione per volontà d’un popolo libero e liberatore. La turba stupiva delle subitanee vittorie dell’eroe italiano, e abbandonavasi volentieri al tripudio del fanciullo che improvvisamente si trova sfasciato, e alle illusioni d’un fausto avvenire; si affezionava a que’ Polacchi che, invano difesa la nazionale libertà, ora combatteano per la nostra; a quei Francesi vivaci, gentili, spassoni, che da lerci e cenciosi rimessi in panni e in carne, faceansi amare dagli uomini e più dalle donne, brillavano in frequenti rassegne, narravano le romanzesche vicende della rivoluzione e della guerra, e le stranianze d’una società che ridendo passò dalle cene voluttuose della Reggenza alla ghigliottina, dagl’idillj di Rousseau alla idrofobia di Marat; e colle canzoni sanguinarie e generose spargeano le idee d’una libertà soldatesca.
Dappertutto agli antichi Governi si sostituirono le municipalità, primo elemento delle nazioni che sorgono, ultimo rifugio dell’autorità che tramonta. A principio vi si collocarono persone, di cui il senno, la ricchezza, la dottrina fossero garanzia d’onorato operare, e fra essi a Milano Pietro Verri e Giuseppe Parini. Ma furono bentosto soppiantati dalla turba impacciosa, ch’è pronta sempre ad usufruttare di vittorie ch’essa non preparò, e che si regge adulando la ciurma colle smargiassate, adulando gli scribacchianti colle parole pompose, adulando i padroni colla codardia e i ladri colla connivenza.
Anche allora il primo uso della libertà consistette nel restringere le libertà; vietato l’andare in volta, e fin l’uscire di città senza passaporti; vietata ogni pubblicità di culto, anche il portare il viatico o sonare le campane; obbligati i preti a montare la guardia nazionale; vietati certi tagli d’abiti, sotto pena dell’arresto; il matrimonio fatto meramente atto civile; violato il secreto delle lettere; intercetti i giornali esteri; imposto agl’impiegati di giurare «odio eterno al governo dei re, degli aristocratici ed oligarchi». I nobili, in paese dove non esistevano nè servaggio nè banalità nè caccie riservate, erano bersaglio di scherni e di accuse quotidiane; e non che abolirne i titoli e spezzarne gl’inconcludenti stemmi fin sui sepolcri aviti, si obbligarono a pesi speciali in nome dell’eguaglianza; richiamati dalla campagna, costretti a tenere i servi, malgrado le decimate fortune. I preti, che non vollero buttarsi nell’orgia, nè menare una donna all’albero per isposarla, doveano subire frequenti insulti in mezzo alla popolazione che continuava a venerarli, ma non aveva energia a difenderli.
Adunque preti, frati, nobili e l’estesissima loro clientela sbigottivano delle irruenti novità, spargeano un cupo sgomento pei regicidi, pei terroristi, pei sovvertitori dei troni e della fede; e quando si videro le larghe promesse riuscire al latrocinio, alle insaziabili imposte, allo sprezzo della religione e delle consuetudini, il popolo fremette e si agitò.