Pavia era occupata da Augereau e Rusca, tutt’altro che moderati, i quali pronunziarono stava male in faccia all’albero della libertà la statua d’un tiranno; tale giudicando quel monumento di bronzo antico, detto il Regisole che non si sa qual cosa rappresenti. E subito la plebe gli fu attorno a ruinarlo, urlando morte agli aristocratici e ai preti. Questi invece pascolavansi della speranza che l’occupazione fosse momentanea, e ad un giorno fisso insorgerebbe Milano (23 maggio), e dal Ticino tornerebbero i Tedeschi. Due soldati prigionieri fuggiti si credettero l’avanguardia; si diè nell’armi; le campane delle ventotto chiese toccarono a martello, e barricate, e lumi; i soldati che non cadono uccisi hanno appena tempo di ricoverare nel castello, ove non avendo da vivere e da curare i feriti, capitolano in numero di quattrocento. Pensate che feste, che trionfi, che accorrere di popolo dalla campagna, che trescare di capitani improvvisati! Ma Buonaparte saputone, accorre; manda a fuoco e sacco Binasco che resiste; e poichè a Pavia spedì invano l’arcivescovo di Milano persuasor di pace, v’entrò a forza e abbandonolla al saccheggio. Molti perirono, fra cui il vicario d’esso arcivescovo; e Buonaparte giurava di volere la testa di cento aristocratici; poi s’accontentò di far passare per l’armi il curato di San Perone, il cancelliere di Bereguardo e alcuni altri, colpevoli o no; portare ostaggi sessanta fra nobili e preti; gettare una tassa; contento di atterrire coll’esempio in su quelle prime[12].
Anche altrove il popolo, sturbato nelle sue abitudini, offeso nelle sue credenze, si stomacava a subbugli di cui non sentiva i vantaggi, e di cui vedeva profittare soltanto i birbi e i trasmodanti. Quindi in molti luoghi insurrezioni: sul lago di Como si stringeva un’armata cattolica per scortare il Viatico e difendere il culto: a Como s’insultò all’albero, e benchè il vescovo e buoni cittadini calmassero l’improvvida turba, si volle sbigottirla con supplizj; così altrove, usando la ferocia d’un governo militare, mentre se ne facea testo a declamare contro i preti e gli aristocratici, imputati al solito di congiure. Saliceti, compatrioto di Buonaparte e famoso commissario, che dava mano agli esagerati, teneva mano ai ladri, scriveva al Direttorio: — Per assicurare la calma ho tolto le armi a qualunque abitante, di nessuno essendo a fidarsi. Da un ventesimo in fuori tutti affezionano l’antico Governo; e di quel ventesimo anche i più dichiarati pe’ Francesi sono spinti da interesse e cupidigia. Li conosco, ne cavo quanto posso, e non mi lascio togliere la mano».
Allora una febbre di mutare mestiere; un cattivo abate si rendeva politico, finanziere un filologo, oratore demagogo uno screditato giornalista, arruffatore di plebi un adulatore di re, libellista un serio filosofo inascoltato; alla democrazia, che schiude un’arena a tutte le forze e capacità, sottentrava quella che porta a spallucce i nani, che produce apoteosi senza virtù, avanzamenti senza merito, cariche senza cognizione nè probità; che alla moderatezza, alla riflessione, alla gravità, necessarj contrappesi dello smanioso moto, impongono di tacere e tirarsi da banda. Audacia, ciancie e convulsioni bastavano ai saccenti che vengono a galla ogniqualvolta si scuota la feccia, più abbondanti ov’è più negletta la politica educazione, e che per l’ingordigia d’essere qualcosa affollano mozioni e decreti, antesignani ogniqualvolta si tratta di diletticare i potenti del giorno, siano i re o i piazzajuoli, purchè lascino loro una settimana onde soddisfare un’ambizione, un rancore, una cupidigia. Il vulgo scribacchiante che pretende avere diretto il torrente, da cui si lasciò strascinare, e crede sue le voci di cui non è che l’eco, arrogavasi di rappresentare il popolo e l’opinione, gridando alto affinchè non s’udissero le ragioni. Quella bordaglia giornalistica, che ogni cominciamento di libera stampa contamina quasi col proposito di farla detestare, imbrattava fogli, tutti iracondia, fraterni vituperj ed empie diatribe, istigando contro chi non partecipasse al suo delirio, o non ne accettasse servilmente tutte le opinioni; scaraventava proclami, in cui la sola cosa degna di considerazione è il vederli, sentimenti e frasi, ripetuti in pari circostanze un mezzo secolo più tardi. Apostolavano un sistema di cui non comprendevano le obbligazioni; destri alle schermaglie della rivoluzione, non alle battaglie della libertà, usavano talento ov’era mestieri di carattere; e coll’audace franchezza onde aveano rovesciate le prime barriere, sfrenavansi da principj e da costumi, in libertà di oltraggio se non anche di delitto.
Quanto di più fermentativo aveano le varie provincie d’Italia, accorreva a Milano, portando lingue e penne anzichè braccia e spade: ivi il metafisico Poli e lo statistico Melchior Gioja, più esagerando per farsi perdonare l’unzione sacerdotale; il Valeriani, autore dell’esame delle XII Tavole; il valente medico Rasori; il Barbieri architetto romano; l’erudito Tambroni, lo storico Beccatini, il Custodi economista; ivi Latanzio, Salvadori, Salfi, Poggi, Abamonti stendeano giornali smargiassi, con lusso d’ingiurie e col limaccioso vezzo di voltare tutto in celia; ivi Ceroni, Fantoni, Foscolo producevano versi accademicamente rivoluzionarj; ivi il romano Gianni[13] improvvisava vituperj ai re ed apoteosi a Buonaparte, incontrastato Tirteo della Cisalpina, finchè non vi capitò il Monti a redimersi delle esagerazioni papali con esagerazioni regicide. Il fermento ne cresceva, e tanto più dacchè, a imitazione sempre di Francia, si apersero i club e il circolo Patriotico, ove persone, balzate dalla venerazione illimitata del potere all’idolatria dell’illimitata libertà individuale, gareggiavano a chi ne scaraventasse di più badiali, pindareggiando un eroismo scevro di pericolo: non v’era persona, non cosa che si rispettasse, non violenza che non si suggerisse o applaudisse, non verità che si tollerasse; bruciando i libri che opinassero diversamente dalla moda, o i giornali che dessero notizie non volute; tacciando di terrorista chi avvisasse de’ pericoli, e intanto supponendo pericoli immaginarj per giustificare provvedimenti smoderati. Da quei circoli partivano le proposizioni di non far assistere da preti i condannati per non allungare il supplizio; d’imporre la tassa progressiva sulle sostanze; d’istituire opifizj nazionali, e accomunare le proprietà; da quelli i sospetti lanciati al popolo in momenti in cui facilmente si convertono in furori; da quelli le denunzie contro vescovi che aveano visitato la loro diocesi senza permesso, o parrochi che aveano fatto una festa: tutto ciò in nome della libertà ed uguaglianza. Altri smaniavano d’originalità con proposte ridicole al buon senso, col guidare feste, organizzare dimostrazioni: fra i quali primeggiò un prete Ranza, maestro d’umanità a Vercelli, le cui smancerie divennero la parte comica di quegli avvenimenti e l’esercizio alle descrizioni del Botta.
Polacchi, Piemontesi, Papalini, Napolitani migrati vi portavano ciascuno declamazioni contro il tiranno del proprio paese; e quale esortava a far rinascere dalle ceneri del Vaticano la fenice dell’antica Roma; quale a sepellire nel Vesuvio i Borboni di Napoli; quale a sperdere le ceneri regali di Superga, e surrogarvi quelle de’ patrioti uccisi; tutti smisurati come chi parla e non opera. Le dottrine indecise di que’ declamatori palesano l’ignoranza delle grandi quistioni messe a dibattimento, ove la sapienza accumulata da’ nostri padri in diciotto secoli si vituperava per razzolare nelle ceneri di Bruto e Timoleone; vedeansi Regoli e Scevola e Scipj e Menenj Agrippa in ogni caporale, in ogni magistrato: in ogni donna prometteansi Clelie e Cornelie. Eppure tutto quel lancio era pretta imitazione; non si sapea che ripetere le massime divulgate in Francia; ogni re essere tiranno; puntelli suoi i preti e i nobili; sovrano unico il popolo, che può in qualsiasi tempo e modo recuperare gli usurpatigli diritti; unico Governo legittimo la repubblica democratica; unica fedeltà quella al popolo, e lode il tradire i principi; nessun intermedio fra l’uomo e Dio, e perciò non dogmi, non culto; tutti pari davanti alla legge, e la legge è arbitra delle vite e delle sostanze, come dominatrice del patto sociale. Dietro a ciò, fare elegie sul popolo, compatire come martire ogni uomo colpito dalla legge, come vittima chiunque fosse gravato da una tassa, o traversato in un suo desiderio; vedere oppressione in ogni ritegno alle inclinazioni, in ogni sacrifizio del comodo o dell’utile individuale al pubblico; iniquità in ogni disuguaglianza, despotismo in ogni autorità.
Fortunatamente v’era più da ridere che da fremere, più illusione negli spiriti, che non viltà e corruzione ne’ cuori: nè degli errori possiamo chiedere conto rigoroso ai nostri, giacchè non erano che stromenti ed ombre degli onnipotenti governatori militari. Un Despinoy comandante di piazza era il despoto di Milano: guai se la municipalità si raccogliesse senza sua saputa! guai se un provvedimento emanasse non da lui autenticato! Fu volta che snudò la spada e la battè fieramente sulla tavola dove si deliberava, intimando la sua volontà; sicchè il Parini abbrancando la sciarpa tricolore che portava sul petto, — Chè non ce la cingete al collo e la stringete?» A Como l’agente Valeri côrso, avuta in mano una satira a sua derisione, ordina che un tal giorno tutti i cittadini in su dai dodici anni si radunino in duomo. In tempi così sospettosi ne nacque un turbamento generale, un interrogarsi a vicenda su quell’ordine misterioso. Ed ecco arrivare i parrochi con dietro la loro plebe, arrivare frati, e tutti in pensosa apprensione: poi come furono dentro, egli ordinò che ciascuno scrivesse il proprio nome, sperando dal confronto de’ caratteri scoprire l’autore di quel libello.
E ferocie e lepidezze molte potrei narrare di costoro; e i nostri gl’imitavano. Un comitato di polizia, sostituendo l’arbitrio dell’uomo all’imparzialità della legge, destituiva, deportava per colpe d’opinione, per antichi meriti, per supposta malevolenza; pretendeva mettere in onore lo spionaggio, e apriva un’urna, ove ciascuno potesse deporre le accuse od offrirsi a delatore, sicuro d’una ricompensa e d’inviolabile segreto[14].
Cangiata la frasca, restava dunque eguale il vino; al posto d’un imperatore e d’un arciduca faceano da tiranno molti generali, commissarj di guerra, municipalisti, più duri perchè nuovi, più avidi perchè sorti di ventura, più tediosi perchè vicini. Peste di quella spedizione, i commissarj di guerra dilapidavano le provincie per impinguare sè e le bagascie; e dappertutto prezzi ad arte rincariti, finte carestie, contratti finti, finti soldati, finti magazzini; si requisivano tele per gli ospedali, e andavano in vendita; prometteasi preservare da imposte chi pagasse, e pagato che avesse veniva disanguato; della chinachina allora costosissima, faceasi traffico, mentre i soldati morivano di febbre; e Italiani teneano il sacco, e la connivenza de’ superiori compravano a prezzo della coscienza, delle mogli, della patria.
Buonaparte chiedeva, non già che costoro non rubassero, ma che, rubando a sazietà, rendessero almeno i servigi necessarj: ma «rubano (scriveva al Direttorio) in maniera così grottesca e sfacciata, che non uno sfuggirebbe al supplizio s’io avessi un mese di tempo». Per liberarsi da questi vampiri, i nostri offersero contribuire un milione al mese alla repubblica francese: fu accettato il patto, non cessò quella rabbia. Il Direttorio di Parigi faceva a mezzo, nè avea riguardo che all’esercito; l’Italia era pingue, e bisognava smungervi principi e repubblicanti; il Milanese sarebbe buono per dare in cambio della Savoja al Piemonte o de’ Paesi Bassi all’imperatore, dunque era bene rovinarlo sicchè men fruttuoso arrivasse a quelli; e senza pudore scriveva a Buonaparte: — Alla prima occasione di terrore, strizzate dai Lombardi quanto potete; fate di guastare anche i loro canali e l’altre opere pubbliche; ma prudenza!» Buonaparte guardavasi dal lasciarne trapelare, anzi blandiva le idee sempre allettatrici di libertà e indipendenza, e ripeteasi amico a tutti i popoli, e massime ai discendenti degli Scipioni e dei Bruti.
Intanto il contagio repubblicano s’appiglia a tutta Italia; e patrioti come si chiamavano da sè, o giacobini come erano chiamati dagli altri, scassinavano il vecchio edifizio. Ad esortazione di Buonaparte che, se non altro aveva il merito di mostrare la colpa e il danno delle nostre divisioni, deputati cisalpini andavano attorno a fraternizzare; la media Italia bolliva d’indipendenza, e Reggio per la prima mandava Paradisi e Re in Milano a festeggiare coi Cisalpini l’incipiente unità italiana. Modena resistette ai patrioti; ma Buonaparte, allegando violato l’armistizio e che «que’ ridicoli principotti cospiravano, ond’egli dovea prevenirli», dichiara decaduto quel duca e libero il suo paese. Bologna e Ferrara ergevansi in repubblica; e Lugo che fece movimento contrario, ebbe sanguinosa punizione da Augereau. Nella legione lombarda Italiani d’ogni paese dimenticavano le annose divisioni; nella polacca i compagni di Kosciusko e i profughi di Germania offrivano il loro valore per noi; i Reggiani affrontandosi cogli Austriaci, offersero le primizie dell’italico valore.