Ridotto, come scriveano gli Alleati, «a quella degradazione che sì bene avea meritata, abbandonato da tutti i suoi, non potendo ispirar più che la pietà dovuta dai cristiani agl’infelici», ritirandosi verso l’isola d’Elba fu costretto stravestirsi per isfuggire all’indignazione del popolo. E si sarà lamentato di quell’ingratitudine che a piene mani avea seminata.
Allora Eugenio a Schiarino Rizzino presso Mantova (16 aprile) patteggiò un armistizio con Bellegarde, sicchè venticinquemila Francesi con quaranta bocche d’artiglieria comandati da Grenier ritornassero in Francia; le truppe italiane conserverebbero la linea del Mincio e del Po, finchè del regno fosse deciso; Venezia, Palmanova, Osopo, Legnago si consegnassero agli Austriaci. Eugenio, congedando quelle truppe francesi parlò da re: dover rimanersi in mezzo ad un popolo generoso, buono, fedele, che gli affidava una felicità la quale era stata e sarebbe lo scopo di tutta la sua vita; volendo così illudere gli Alleati col farsi credere voluto dal popolo, illudere il popolo col parere predestinato dagli Alleati.
Per verità, appoggiato dal re di Baviera suo suocero e dall’imperatrice Giuseppina sua madre, avea molti fondamenti di speranze, e brogliava per ottenere indirizzi dai reggimenti italiani, e perchè il senato italico lo cercasse re. Questa idea sorrideva a molti, perchè la sospirata indipendenza si otterrebbe con solo mutar il capo, senza quei cambiamenti che tornano sempre di noja, di spesa, di titubanza. Ma troppe avversioni aveva eccitate Napoleone, troppe Eugenio stesso colle maniere soldatesche, col conculcare le piccole ambizioni e i sentimenti, colle indiscrete galanterie, col condiscendere a indegni favoriti. Fin nell’esercito, unica rappresentanza della nazione, unico fondamento ragionevole delle speranze, Eugenio era contrariato da molti uffiziali, fra’ quali e fra i cospiratori otteneva preferenza Murat, miglior soldato, già re, ed alleato coi vincitori. Nobili, preti, e il grosso della popolazione propendeano per l’Austria, rimpiangendola, come sempre si suole i governi caduti; sicchè anche allora ai partiti mancava quel senso supremo d’intelletto politico, il saper sottomettere gl’interessi, le idee, le passioni particolari alle comuni, non badare a ciò che ciascuno preferirebbe, ma a ciò che vogliono tutti; anzi l’uno tacciava l’altro di vile, di traditore, di venduto allo straniero. Ben è degno di riflessione, che, in uno stato di cose qual tuttodì ci viene citato con ammirazione, nessuno si trovò a sostenerlo; e quelle migliaja d’impiegati senza convinzioni, plaudenti finchè trattavasi di ciancie e di feste, s’acquetavano nella persuasione che anche sotto nuovi padroni sarebbero cancellieri, secretarj, consiglieri.
Tra i discordi prevalgono gl’intriganti. Il senato, corpo senza volontà nè virtù, in secreto deliberò di deputare Guicciardi e Castiglioni agli Alleati cercando l’indipendenza. Uscì sentore dell’adunanza, se ne ignorava la decisione, e temendo si fosse cercato re Eugenio, si fa correre un epigramma — Re no chi vicerè Italia spogliò e disprezzò»; e un epigramma a Milano può sempre moltissimo; si grida, si protesta; una petizione firmata da Confalonieri, Luigi Porro, Ciani, Verri, Bossi, Trivulzio e cencinquant’altri domanda l’indipendenza come Spagna e Germania. Nuovo perditempo quando l’importanza consisteva nel pronto e uniforme risolvere; intanto la bordaglia, che sente rotte le catene ed è istigata da’ suoi adulatori, infuria sotto al palazzo del senato, ed esige che richiami la deputazione e convochi i collegi elettorali, rappresentanza nazionale; applaudisce e insulta ai senatori man mano che arrivano; v’entra anche, e dopo rotte le effigie napoleoniche e i segni dell’antico potere, corre alla casa del Prina ministro delle finanze, e coltolo lo trascina brutalmente per le strade fin a morte (20 aprile). La guardia civica messa in piedi salvò la città dai soliti eccessi d’una plebe, cui eransi lasciati gustare il sangue e il saccheggio.
Così fu disonorevole quell’assassinio, così sciagurate le conseguenze, che ciascun partito volle riversarlo sopra l’avverso; consueto refrigerio delle colpe irreparabili. Villa, prefetto della polizia, che iniziò processi contro i tumultuanti, fu congedato. Possibile che Luvini, ministro di polizia ignorasse la trama? diceano non volle prevenirla perchè muratiano, come non volle reprimerla Pino che messo a capo delle milizie, blandiva la plebe, e ne accettava gli evviva sin come re. Confalonieri ed altri redenti poi dal martirio, certamente comparvero tra le prime file, e poterono scusarsi non iscolparsi. Altri vollero al solito vedervi l’oro austriaco, e anche oggi si asserisce che un conte Ghislieri avesse celatamente coi partigiani dell’Austria spinto a quell’assassinio.
Napoleone andandosene di Francia aveva detto: — Addio terra de’ prodi; qualche traditor di meno, e saresti ancora la regina delle nazioni»; spiegazione vulgare, e fu la stessa che la plebe diede allo sfasciamento del regno d’Italia; ma certo i partigiani nocquero quanto i traditori. Quell’amministrazione ardita, prodigiosa, sprezzatrice d’ogni ostacolo, non avea fondato alcuna istituzione che da se stessa si reggesse, nulla che potesse sopravvivere alla volontà creatrice; era una meccanica dotta, sotto cui si cancellavano la ragione, la sorte dei popoli, la dignità umana, sempre svilita dal giogo straniero. Come un decreto l’avea costituito, così un decreto sciolse il senato; convocati i collegi elettorali, s’istituì una reggenza provvisoria, la quale rabbonacciò promettendo «dimandare quel ch’è il primo bene e la principale sorgente della felicità d’uno Stato»; vale a dire si abbattè il sicuro e regolato per avventurarsi in cieche eventualità, e fare che nè amici nè nemici potessero e dovessero tener conto di un regno che da dieci anni sussisteva. Entrata la consueta febbre degl’indirizzi, tre deputazioni si misero in corso, una dal senato, una dall’esercito, una dai collegi elettorali; moltiplicità che convincea gli Alleati come non avrebbero a lottare con una volontà nazionale risoluta; sicchè col pretesto di reprimere il tumulto, essi passano il Mincio ch’era il confine stipulato, ed occupano Milano. Allora il bel modo, le gazzette, i libelli a sputacchiare caduti quelli che dianzi aveano incensati; chiamar malefico, orco, senacheribbo, anche codardo colui, del quale fin allora aveano leccato la spada insanguinata; tacciare i ministri d’aver rubato, massimamente Prina e Fontanelli; mentre l’unica loro colpa era l’essersi creduti ministri del re, anzichè del regno; e Luigi Giovio, gran napoleonista, aprendo i collegi elettorali dicea: — Possano le Alpi, le une sopra le altre ammassate, separarci per sempre da quella nazione, che sempre portò l’infortunio e la desolazione nella patria nostra».
La reggenza provvisoria cercò popolarità coll’abrogare le istituzioni che più offendevano; rimandò a casa i nuovi coscritti, chiese dalle Potenze i prigionieri di guerra; abolì il blocco continentale, il registro, le corti speciali, le caccie riservate; attenuò i dazj e le regalìe; e soldati che rimpatriavano vivi, coscritti refrattarj che uscivano dai boschi, prigionieri di Stato o per contravvenzione finanziaria che rientravano nella società, pareano preludj d’un secol d’oro; si gavazzavano i soliti carnevali sulle ruine, anzichè pensare alla ricostruzione. Quella reggenza non avea fatta la rivoluzione nè la intese; ed insufficiente ad ore piene di tanto dubbio avvenire, credette suo unico uffizio il trasmettere il paese senza trambusti da un padrone all’altro[141]; ai deputati dell’esercito di Mantova, venuti ad offrirsi alla patria, il generale Pino rispondeva: — Fate torto alle alte Potenze col dubitare non vogliano l’indipendenza italiana; bisogna fidarsi interamente alla loro probità». Sempre gli stessi inganni, le stesse lusinghe, fin le parole stesse!
Beauharnais, vedendo perduta la sua partita fra il popolo e sperando ancora dai re, per dispetto rende a Bellegarde Mantova 1814 23 aprile e l’esercito che non era suo ma dell’Italia; e con molte ricchezze traversato il paese non senza pericolo, massime nel Tirolo indignato della perfida fucilazione di Hoffer, passa a Parigi a trescar anch’egli sul tavoliere dove si biscazzavano le sorti del mondo e le nostre.
Quando nel 1805 si ordì la terza coalizione fra i nemici di Francia, nelle combinazioni preparate dalla Russia pel caso di vittoria era che si costituisse pei reali di Savoja un regno subalpino, composto del Piemonte, con Genova, la Lombardia ed il Veneto; Savoja colla Valtellina e co’ Grigioni formerebbe un cantone svizzero; una federazione di cui il papa sarebbe grancancelliere, unirebbe il regno col pontefice, colle Due Sicilie, col regno d’Etruria e coi piccoli Stati di Lucca, Ragusi, Malta, isole Jonie, alternandone l’egemonia fra i re del Piemonte e delle Due Sicilie. Questi concetti poteano effettuarsi adesso, quando in nome della nazionalità e delle istituzioni liberali si erano mossi gli Alleati; ed Alessandro, graziosa personificazione del regio liberalismo, inclinava a metter Eugenio a capo d’un regno indipendente; gli ambasciatori esteri fomentavano le aspirazioni nazionali nei nostri, e ai deputati della reggenza provvisoria[142] quel d’Inghilterra diceva: — Vuolsi avere idee e sentimenti liberi; manifestateli, e la grande mia nazione vi proteggerà». Ma allorchè essi inviati presentaronsi a Francesco I d’Austria, questo rispose: — Lor signori sapranno che la Lombardia m’era già assicurata nel trattato di Chatillon; non v’è dunque a disputare d’indipendenza italica nè di costituzione; Milano dovrà decadere, cessando d’esser capitale; mia cura sarà che decada lentamente: del resto so non convenire all’Italia le leggi austriache; chiamerò a Vienna gl’Italiani più illuminati d’ogni classe per formolare l’ordinamento del paese». Era un accertare che non poteasi più sperare se non nella clemenza d’un vincitore; ch’era sfuggita un’altra di quelle occasioni, che, non così rare come cianciano i poltroni, Iddio manda a questa bella parte d’Italia, e ch’essa scialacqua.
Napoleone, al primo tornare di Russia, era corso a Fontainebleau, e a Pio VII, vecchio, infermo, non cinto che da cardinali ligi all’imperatore, timoroso per la Chiesa quant’era intrepido per se medesimo, strappò la firma d’un concordato, in cui rinunziava al dominio temporale, e se tardasse sei mesi l’istituzione ai vescovi nominati, autorizzava a darla il metropolita o il vescovo anziano. Napoleone ne esultò come d’un trionfo, e aperse le carceri ai cardinali. Ma il rinunziare all’istituzione de’ vescovi importava ben più che il ceder Roma, poichè toglieva al pontefice il diritto di escludere i prevaricanti e servili: onde Pio VII, «pieno di pentimento e di rimorso»[143], divulgò una protesta contro quest’atto di sua debolezza. Ne infuriò Napoleone, ed espulse di nuovo o imprigionò i cardinali: ma quando si vide perduto, ordinò che Pio fosse riportato a Savona. Caduto lui, il nuovo Governo di Francia ordinava la liberazione del papa, il quale allora s’avviò a’ suoi Stati in trionfo. Murat, che li occupava militarmente, mandò insinuargli di non avventurarsi in paesi troppo lieti d’essersi sottratti alla dominazione pretina: ma egli procedette, e accolto dappertutto festosissimamente, si fermò a Cesena sua patria, ove fece accordo che il re tenesse le Marche promessegli dagli Alleati, restituisse Roma, l’Umbria, la Campagna, Pesaro, Fano, Urbino.