I Carbonari napoletani spasimavano d’una costituzione: ma Murat napoleonescamente ne abborriva; sicchè i Carbonari, vedendo che, per interposto inglese, l’aveano ottenuta i Siciliani, legarono intelligenza con questi e col Bentinck, il quale assicurava l’avrebbero se fossero ripristinati i Borboni. N’ebbe sentore Murat, e proscrisse i Carbonari, raddoppiò di vigilanza, spedì in Calabria il formidabile generale Manhés, che usò violenze come ancora si trattasse di masnadieri: per basso tradimento ebbe preso e ucciso Campobianco, fattosi capo d’una repubblica a Cosenza. Così, mentre perdeva il prestigio della vittoria, perdeva anche l’opinione di bontà.
Gioachino combatteva ancora alla testa degl’imperiali quando diede ascolto agli alleati che gridavano, — A chi vuol tradire Napoleone noi assicureremo i possessi», e che conobbero come egli potrebbe fare utilissima diversione alla Francia. Quando, dopo la rotta di Lipsia, egli fu tornato nel suo regno, il ministero inglese ordinò a Bentinck di sospendere le ostilità «contro la persona che occupava il trono di Napoli»; e per quanto paresse ignobile il patteggiare con uno che volevasi guardare soltanto come un capobande, Inghilterra ed Austria se gli allearono (1814 gennajo), promettendo egli portar contro Francia trentamila uomini, e non fare accordi se non insieme con loro: esse di rimpatto lo conserverebbero re del napoletano, accresciuto con brani dello Stato romano per quattrocentomila abitanti. Subito riapresi il commercio, e rifluisce il denaro nel Reame: ma gli Inglesi pretendeano per garanzia Ischia, Procida, Capri e tutta la marina napoletana, e tenere venticinquemila uomini a combattere co’ suoi. Queste precauzioni doveano aprire gli occhi a Murat; e Fouché, spedito per tenerlo ben edificato, gli ripetea, — Voi fatto re da Napoleone, non resterete re senza di lui; dietro di voi guardate la famiglia borbonica, che da niun altro che da Napoleone può essere frenata». Gioachino or da una parte pendeva, ora dall’altra, come gli uomini non fatti alle grandi risoluzioni; alfine mosse l’esercito, dando al generale Pignatelli Strongoli speciale incarico di disporre gli uffiziali e i patrioti a sostenere l’indipendenza italiana. Se, deliberato a salvare il suo creatore, si fosse unito ad Eugenio sull’Adige, poteva ricacciare gli Austriaci nell’Illiria, spingersi sul Reno alle spalle dei nemici di Francia, e difilare sopra Vienna; ma essendosi fermato coll’Austria, costrinse Eugenio non solo dall’Adige a ritirarsi sul Mincio, ma a mettere truppe sulla destra del Po per custodire Parma e il passaggio del fiume a Piacenza. L’esercito napoletano occupò Ancona, Roma, Firenze, Lucca quasi senza ferir colpo, giacchè i Francesi si raccoglievano nelle fortezze: e la Toscana, dispettando il suo Napoleonide, acclamava Francesco I e Ferdinando; nelle Romagne alzavasi la bandiera italiana.
Gioachino, tolta forza all’antico, non osava piantare un governo nuovo; pure da Bologna proclamava: — Fin quando credei Napoleone combattesse per la pace e felicità della Francia, feci della sua voglia la mia: vistolo in perpetua guerra, per amore de’ miei popoli me ne separo. Due bandiere sventolano in Europa: su l’una è scritto religione, morale, giustizia, moderazione, legge, pace, felicità; su l’altra persecuzione, artifizj, violenza, tirannia, lagrime, costernazione in tutte le famiglie. Scegliete». Ancor più francamente il suo generale Carascosa da Modena arringava gli abitanti dell’alta Italia: — Dopo secoli di divisione, di debolezza e d’occulte virtù, spunta per noi il desiderato giorno in cui, combattendo per gli stessi interessi, difendendo la stessa patria, non abbiamo che ad unirci intorno al magnanimo re, al primo capitano del secolo, per essere sicuri d’arrivare di vittoria in vittoria al placido e tranquillo possesso dell’unità e dell’indipendenza. Italiani! confondetevi nelle nostre file, abbandonate quelle de’ vostri oppressori, e non date all’Europa lo spettacolo lagrimevole d’Italiani del mezzogiorno combattenti con quelli d’oltre il Po, nel momento in cui un magnanimo li chiama ugualmente all’onore, alla gloria, alla felicità».
Quest’italianità fece mal suono a Bellegarde, comandante degli Austriaci in Italia, e intonò un proclama (5 febb.) nella chiave d’allora, ma di conclusione differente: — Italiani, di tutte le nazioni che l’ambizione di Napoleone curvò sotto il suo giogo, voi siete l’ultima per cui sonò l’ora della redenzione: vedete in noi i vostri liberatori; noi veniamo a proteggere i vostri legittimi diritti, e ristabilire ciò che la forza e la superbia abbatterono; vi chiamiamo alla difesa comune. Italia, come le altre nazioni, faccia prova di forza e di coraggio. È tempo che le Alpi s’inorgoglino di nuovo delle loro cime inaccessibili, e formino una barriera insormontabile: è tempo che quelle strade aperte per introdurre nel vostro paese la schiavitù, siano distrutte, nè più si vedano Brenni in Campidoglio». Ma seguendo, affrettavasi di ricordare le antiche e future divisioni; i Piemontesi, dalla natura e dal coraggio destinati primo schermo alla bella Italia, accorressero alla bandiera del loro re; i Toscani rivedrebbero ben tosto l’amato loro principe, e con lui le lettere, le arti, la felicità; ricomparirebbe l’antica Casa d’Este; la prima città del mondo cesserebbe di essere la seconda d’un impero straniero; volere i sovrani alleati voler ricostruire l’antico edifizio sociale sulle basi che aveano portato tanta felicità.
Gl’Italiani, abboccavano l’adulazione, non faceano riflesso al fondo; Gioachino sì: onde cresceangli le titubanze, manteneva carteggio con Eugenio, modificava le operazioni degli Austriaci, sbigottivasi di qualche avvisaglia ben succeduta a Napoleone in Francia, e del vedere gli alleati non volere far pubblico il trattato con lui conchiuso, anzi gl’Inglesi dalla Sicilia inviare una spedizione in Toscana senza dargliene contezza.
Napoleone vedea tutto e se n’arrovellava, ma non potea più nè impunemente insultarlo nè punirlo. E a Murat si erano rannodati quei che nel regno d’Italia covavano rancori contro Eugenio, pretessendo l’indipendenza e l’unità italiana; e principali Giacomo Luvini capo della polizia, e i generali Giuseppe Lechi e Pino, il quale, avverso a Montanelli ministro della guerra, e per sospetti tolto dal governo di Bologna, ritiratosi a viver privato in Milano aspettava gli avvenimenti. Ma nè costoro, godeano opinione nel popolo, nè la godea Murat, sì pel carattere personale, sì perchè francese.
Intanto il generale austriaco Nugent, più non avendo a combattere Francesi in Istria, da Trieste venne a Ferrara per assalire Venezia, e dal Po si stendea sino a Faenza, trescando nelle Legazioni, e da Ravenna intonava agl’Italiani: — Abbastanza soffriste un giogo insopportabile. È del vostro interesse il farvi strada colle armi al risorgimento, e vi sarete protetti ed assistiti. Fatti indipendenti, in breve sarà invidiabile la sorte vostra, ed ammirata la vostra situazione». L’Inghilterra che avea sorpreso Lucca, ordina a Bentinck d’avvicinarsi al Genovesato, e incoraggiare i movimenti che vi prevedeva: ed egli, sbarcato con quindicimila uomini a Livorno, difila per la Riviera drappellando sugli stendardi libertà e indipendenza italiana[139]. Insomma Tedeschi e Inglesi, Murat e Beauharnais promettono le cose più diverse e le meno attendibili agl’Italiani, che in quella sospensione affannosa non sapevano a chi credere, nè credeano abbastanza in se stessi; onde abbandonandosi alla decisione dell’armi, perdettero quel preziosissimo momento. Fin allora non si era pensato che a ridurre la Francia entro i confini del Reno; ma i re, di colpo rifatti dalle perdite d’un decennio, ripigliano l’ambizione di nuovi acquisti: Pozzodiborgo, uno dei tanti Côrsi che portavano a stipendio altrui o il valore o il talento, e che serviva alla Russia con un odio da compatrioto contro Napoleone, persuadendo a marciare sopra Parigi «decise delle sorti del mondo», e potè vantarsi, — Non son io che l’uccisi, ma gli gettai l’ultima palata di terra». Alessandro smaniava d’entrare a Parigi a capo della sua guardia imperiale, «giusta retribuzione delle calamità inflitte a Mosca, Vienna, Madrid, Berlino, Lisbona dal desolatore d’Europa», e farvi mostra di clemenza, a contrasto colla desolazione della sua città santa.
Or dove sono i tanti acquisti che avea fatti la Rivoluzione? dove quella magnifica Francia? dove quell’esercito che essa avea commesso a Napoleone affinchè assicurasse la pace? Tutto egli ha consumato, e due milioni censettantremila coscritti; e in diciotto mesi indietreggiò di settecento leghe. Ciò solo si ricorda, e il pensiero represso, il commercio estinto, la libertà conculcata, la Francia affidatagli nel colmo della prosperità, ed ora calpesta dai cavalli ungheresi e cosacchi, e l’onda della Senna bevuta dai Baskiri. Pure Napoleone si terrà per vinto finchè la bandiera tricolore a Venezia, Genova, Mantova, Alessandria? Osi uno dei suoi gran colpi; passi le Alpi con cencinquantamila uomini e rinnovi il duello sui campi che gli hanno dato la prima gloria, e che se non altro gli assicureranno condizioni onorevoli.
In fatti è a capo d’un rinnovato esercito, ma sentesi abbandonato dai popoli. Risoluto all’estremo, ordina ad Eugenio che getti guarnigioni in Mantova, Alessandria, Genova, pel Cenisio raggiunga Augereau in Savoja, a Lione si metta capo delle truppe, assalga Bubna, salvi la Francia. Meglio per lui se obbediva! ma anche senza supporlo preso alle blandizie degli Alleati[140], il buon esito d’alcune avvisaglie diede ad Eugenio speranza di poter ancora sostenersi in un regno che gli era promesso o lusingato.
Anche l’esercito napoletano avea preteso vincere le dubbiezze di Murat col deliberare sui modi della guerra; e diciassette generali, fra cui Colletta e i due Pepe sottoscrissero un indirizzo per ottenerla; i Carbonari già tengono Calabria e Abruzzo, e proclamano la costituzione, onde il re è costretto prometterla; intanto introduce riforme, allevia i dazj, abolisce la coscrizione. Sbigottito poi da alcune vittorie francesi, rinnova proposte ad Eugenio di spartirsi l’Italia e offrire la loro alleanza a Napoleone; ed Eugenio lo tiene a bada affinchè resti inattivo, lascia che dal regno italico riceva e viveri e soldi, poi ne rivela le ambagi agli Alleati; ond’egli, per cancellare il sospetto, opera più sbrigato ed efficace, chiarisce guerra alla Francia, ma dopo udita la catastrofe di Napoleone. Perocchè il senato raccoltosi a Parigi, decreta decaduti Napoleone e la sua famiglia; e gli alleati pronunziano non tratteranno più con questo, ed entrano in Parigi fra gli applausi 2 aprile; mentre a Napoleone si va a cercar l’abdicazione in quel palazzo di Fontainebleau, ove testè egli teneva prigioniero Pio VII. Ed egli «pel bene della Francia e la pace del mondo» abdica (11 aprile), riservandosi la sovranità dell’isola d’Elba e due milioni di rendita per sè; per Maria Luigia il ducato di Parma e Piacenza; ad Eugenio uno stabilimento fuori di Francia; dei popoli neppur parola; e l’ultimo suo saluto non è alla nazione, bensì all’esercito.