Anche al regno italico sempre nuovo sangue e oro domandava Napoleone, senza mostrarne quel conto che avrebbe convertito in adoratori coloro che erangli servi. Eugenio, appena uscito di Russia, spietatamente scriveva al ministro della guerra, dei ventisettemila combattenti solo ducentotre rimanergliene (così credeva); si facesse coscrizione per surrogare i morti; nè una parola di lode lasciava cadere su questi; nè una ragione o un pretesto adduceva per indurre a nuovi sagrifizj un regno che pur doveva figurare come indipendente[134]. Poi da Napoleone fu spedito a Milano perchè tutto riducesse ad armi, allestisse ottantamila uomini sì del regno, sì de’ dipartimenti italiani aggregati alla Francia, traesse armi dagli arsenali. Eugenio emette cedole; chiede prestiti, pone in moto le guardie della città e della polizia; ma non giunge a compiere neppure i quadri di 50,000 soldati, tra francesi e italiani, mal in arnese e in armi, e troppo giovani e inesercitati; mentre si vantava come un esercito fortissimo, e vi si faceano figurare ancora i reggimenti distrutti in Russia sotto il comando di Grenier, Verdier e Pino, li pose nell’Illiria e nel Friuli per tenere in rispetto l’Austria che s’era rinforzata sulla Sava, e per impedire i due valichi di Lubiana e della Ponteba. Da Gradisca l’11 ottobre 1813, mostrato come ci venissero a minacciare gli antichi padroni, proclamava: «Italia! Italia! questo sacro nome che in antico creò tanti prodigi, sia oggi il nostro grido di convegno: a questo nome i giovani si levino, accorrano in folla a formare alla patria un secondo baluardo, innanzi al quale il nemico non oserà presentarsi. È invincibile il prode che combatte pei focolari, per la famiglia sua, per la gloria e l’indipendenza del suo paese. Sia il nemico costretto allontanarsi, e noi possiamo dire, confidenti al nostro sovrano: Sire, siamo degni di ricevere da voi una patria: abbiamo saputo difenderla».

Il 21 agosto erano cominciate le ostilità, ove molte vite preziose furono scialacquate con avvicendati successi: ma dopo l’infelice esito delle grandi battaglie, visto che l’Italia poteva essere minacciata verso il Tirolo, Eugenio si ridusse dall’Isonzo alla Piave, poi all’Adige; si fortificò in Verona, d’onde sortito, tanto per imitare la paterna prodigalità di sangue, sorprese il nemico (1813 15 9bre) a Caldiero, e lo respinse sull’Alpone; ma non potè seguitare la vittoria per tema che i Tedeschi scendendo dal Tirolo, non sollevassero le popolazioni. Tutta la speranza consisteva nell’esercito. Verdier e Palombini custodivano Peschiera e il ponte di Mozambano; Grenier e Zucchi Mantova con Eugenio[135], la guardia reale e la divisione Rougier; Quesnel il ponte di Goito; Freyssinet, Borghetto e Volta mantovana; la cavalleria di Mermet volteggiava tra Cereto e Guidizzolo. Ma il nemico s’avanza; Mayer blocca Mantova; Sommariva, Peschiera; Bellegarde con settantamila Austriaci entrato in Verona, e stabiliti gli avamposti a Pozzuolo, solo per riguardi politici non invade la Lombardia, e corre a Bologna ad affiatarsi con Murat. Eugenio, desideroso d’acquistare con fatti guerreschi l’affezione dei soldati, rinnovò sperimenti d’arme a Roverbella, a Borghetto, a Guastalla, a Parma, massime dopochè gli si furono aggiunti i veterani, reduci di Spagna: ma si sentì costretto a ricoverare dietro al Mincio[136].

Nugent avea messo il blocco a Venezia, comandata da Seras con undicimila soldati; i censessantamila abitanti non prendeano parte alla difesa, e cercavano distrarsi e divertirsi, indifferenti all’esito[137]; in carnevale si vollero e teatri e maschere; e quando Seras vietò di uscire dopo mezzanotte senza lume, folleggiarono uomini e donne girando con fiaccole e lampioni a forme e colori variati; con uva passa faceasi un tristo vinetto; l’acqua scarseggiava; pagossi fin sei lire una libbra di carne, trenta un cappone, cinquanta un tacchino, e quarantaquattromila poveri erano mantenuti dal pubblico; poi tra i militari scoppiò il tifo, che si comunicò ai borghesi, mal arrivati se tardava la liberazione.

Il blocco continentale e la guerra incessante aveano scosso gl’interessi privati: nel 1813 molti grossi fallimenti avvennero non solo a Venezia, ma a Milano, singolarmente quel della casa Bignami; locchè sminuì la confidenza, e fe serrare le borse, togliendo così molti spedienti al tesoro. I patimenti faceano le popolazioni più ardite a manifestare la noja della dominazione straniera; quell’obbedire forzato cessava col cessar della forza; i magazzini erano vuoti d’arme e di vestiti; l’imposta si incassava difficilmente; i soldati delle provincie occupate disertavano; nelle intatte, i coscritti rifuggivano ai monti in grosse squadriglie vivendo di ruba e le città formicolavano di accattoni, che a titolo di poveri coscritti, voleano denari per amore o per forza; fin Milano, così vantaggiata dall’essere capitale, soffocava l’entusiasmo stipendiato sotto all’universale scoraggiamento, e rinvalidava l’indestruttibile desiderio dell’unità e dell’indipendenza. Della prima ci lusingò Napoleone col nome di regno d’Italia, poi ben presto aggregò tanta parte della penisola all’impero francese, sancì la separazione del Napoletano, nè tampoco tentò ridurre la penisola a tre Stati soli, i due regni e il patrimonio pontifizio, confederati fra loro, senz’interesse d’offendere altri, e dalle altrui offese garantiti per la gelosia d’Austria e Francia.

Disperati d’ottenere da lui quest’unità dopo che il sentimento se n’era avvivato nella comunanza dei campi e dei pericoli, e nell’aggregazione a Governi o a vessilli stranieri, prepararono con società secrete, siccome quella dei Raggi a Bologna e de’ Carbonari nelle Calabrie; e parve porgervi buon destro il sinistrare di Napoleone. Al quale il ministro di polizia Fouchè da Roma scriveva il novembre 1813: — Qui, come in tutt’Italia, la parola d’indipendenza ha una virtù magica; sotto la sua bandiera militano certi interessi diversi, ma tutti vogliono un Governo locale; ciascuno si duole d’essere obbligato andare a Parigi per riclami della minima importanza. Un Governo così distante non presenta che pesi senza compenso. Coscrizione, imposte, vessazioni, privazioni, sacrifizj (dicono i Romani) ecco quel che conosciamo del Governo francese; nessun commercio nè interno, nè esterno; i nostri prodotti mancano d’esito, e il poco che vien di fuori costa un occhio».

Ed Eugenio a Napoleone da Verona (25 gennajo 1814): — Io non nascondo a V. M. che in Italia molti uffiziali, e più ancora la truppa si lasciano sedurre dall’allettativa che il nemico adopera, l’indipendenza d’Italia. M’è forza dire che, dacchè l’esercito di V. M. l’avrà abbandonata, l’Italia sarà perduta per assai lungo tempo».

Qual sarebbe il principe o l’uomo che alzerebbe la bandiera dell’italiana indipendenza? Si tentò in prima Eugenio; ed egli, esitando fra l’ambizione e il tradimento, non mostrò quella risolutezza che decida dei gran casi. Da Spreziano, ai 29 ottobre 1813, dirigeva a Napoleone un ragguaglio dello spirito pubblico: — Devo rendere giustizia agl’Italiani, che in generale non diedero accesso alle insinuazioni degli emissarj dell’Austria. Non la dominazione austriaca ribramano essi, non repugnano al Governo di V. M., ma una specie d’apatia, di non me n’importa, di abbandono irreflessivo gli ha presi: ognuno si chiude in un egoismo, di cui non vede il pericolo. Quelli che, posti a capo della società dalla fortuna e dagl’impieghi, dovrebbero dar l’esempio, non ne danno alcuno... Fa dolore che la sola attività rimasta agli spiriti sembri oggi esercitarsi in giudizj erronei sul presente, e vane congetture sull’avvenire. Ben più ho a dolermi, o sire, quando sento mescolare il mio nome a progetti, a combinazioni, a speranze del pari assurde e ripugnanti al mio cuore.... Lo dirò colla forza che mi dà l’indignazione; non per me mi sgomento, giacchè V. M. conosce il mio attaccamento e il mio onore: ma come non gemerei vedendo un tal pretesto dar ardire ai mali intenzionati, e accrescere l’inquietudine dei buoni, che fra tante funeste oscillazioni ben presto non sapranno su qual base appoggiar la loro debolezza».

Più opportuno agli speranti parve Murat; egli buon soldato, egli con un esercito alla francese, eppure dal francese staccato. Già reluttando alla aspreggiante supremazia di Napoleone, avea tardato a pagargli il milione annuo che quegli erasi riservato, e il frutto di quattro grandi feudi della Romagna, tenendosi offeso del veder questa data in titolo al principe ereditario. Passando per Milano e per Bologna non avea dissimulato che voleva ormai badare alla felicità de’ suoi popoli e alla sua indipendenza, e che aprirebbe i porti agl’Inglesi. Dei favori compartiti a Beauharnais prendeva gelosia; e gliela fomentava Napoleone sì in lettere private, sì nel suo giornale, facendo vilipendere l’uno, l’altro esaltare. Murat per dispetto decretò che soli Napoletani entrassero negl’impieghi civili e militari, e rimbrottato severamente, rispondeva: — Mille volte ribramo i tempi quando, semplice uffiziale, avevo de’ superiori, non un padrone. Fatto re, tiranneggiato da voi, dominato in famiglia, ho sentito bisogno d’indipendenza, massime che voi m’immolate a Beauharnais, più gradito perchè mutamente servile, e perchè gajamente annunziò al senato di Francia il ripudio di sua madre. Non posso al popolo mio negare col commercio qualche ristoro ai gravissimi danni della guerra marittima». Solo la moglie, correndo da Napoli a Parigi, aveva potuto impedire una rottura tra il fratello e il marito, il quale cominciò a dare ascolto a quelli che lo istigavano divenire spada dell’italica indipendenza. Quando poi ai geli settentrionali si fu avvizzita quella gloria ch’era sbocciata ai nostri Soli, i liberali se gli fecero attorno con maggior istanza: essere opportuna l’ora, vuota d’eserciti l’Italia, indecise le sue sorti; i popoli disgustati degli antichi e del nuovo dominio; gli alleati, intesi a dar libertà al mondo, non si brigherebbero dell’Italia, purchè la vedessero pronunziarsi contro Napoleone; gli antichi ostacoli a riunirla essere omai scomparsi quando le provincie aggregate alla Francia se ne staccavano per forza delle cose, e tutt’il resto fremeva di spirito nazionale; sorgesse dunque, levasse il grido a cui tutti risponderebbero; co’ suoi quarantamila uomini salisse incontrastato fino al Po, ivi si congiungesse coll’esercito d’Italia, formandone uno superiore a quello di cui potessero disporre Austria e Francia[138].

Murat non osò fidare nei popoli, e tenne pratiche con Bentinck, generalissimo delle armi inglesi in Sicilia; ma poichè questo esigeva ch’e’ cedesse il regno e accettasse compensi, egli si volse ancora verso Napoleone, e andò a combattere per lui in Germania, il suo scettro affidando alla moglie, disposta a immolarlo al fratello.

Al precipitare degli avvenimenti, re Ferdinando cercò ripigliare il governo della Sicilia; ma Bentinck, il quale vi operava da padrone, lo fece circondare di truppe, e separò da lui Carolina ispiratrice sua, la quale dovè recarsi a Vienna. Il vicario convocò il Parlamento siciliano, che eletto sotto gl’influssi forestieri sempre corruttori, molto discusse, poco conchiuse, e rivelò le insane gelosie dei Pari coi Comuni, le ire dei democratici contro i costituzionali. Da una cronaca che stampavano si dissero Cronici questi ultimi, e Anticronici i realisti puri; fazioni che si palleggiavano libelli e ingiurie, e nulla traevano a riva; sicchè il vicario sciolse il Parlamento, e Bentinck conservò la tranquillità colla forza.