La meta comune, la grande speranza era Vilna; e quando vi giunse (9 xbre) lo scheletro del grand’esercito, sulle porte urtandosi, premendosi, s’ammazzavano tra loro; ma ecco vedonsi chiudere le case, non trovano nulla di preparato; ond’essi, furibondi dalla fame, sfondano le porte; fan ogni oltraggio ai poveri abitanti; chi trova cibo e viveri, se ne satolla in modo che muore; alcuni svanite le speranze, non vollero più partire, immaginando non poter incontrar di peggio di quel che aveano sofferto; gli altri si rimisero in marcia verso Kowno, costernati al sentire che restassero ancora pericoli.
I Russi ingrandivano delle nostre ruine; ai cannoni da noi abbandonati per via aggiogavano i loro cavalli, e li spingevano contro i nostri; entrati in Vilna, a nome di patriotismo trucidarono i malati nello spedale di san Basilio. Due leghe da questa città ergesi la montagna di Ponary, tutta ghiaccio, e il sormontarla costò innumere vite. A Kowno, nuova speranza d’acquartierarsi, e nuovamente delusa; mancando ogni ordine, si diguazza nelle provvigioni, e ubbriachi gettandosi per terra sulla neve, non sorgono più. Il giorno dopo (13 xbre) si parte per Gumbinen, e le fiamme de’ magazzini di Kowno attestarono ai Russi che i nemici non erano più entro le loro frontiere. Essi pure quanto non soffrirono! ma Alessandro gl’invitava a tripudiare nel chiudersi d’un anno eternamente memorabile. Le loro campagne rifiorirono anche pe’ nostri cadaveri, le città rifabbricaronsi, sono cancellate affatto le traccie del guasto, e conservaronsi indipendenti; e diedero una gran lezione a chi deve riscattare o vuol conservare la patria.
Allora incontrammo i Prussiani: i quali alleati per forza e persuasi di dovere la loro schiavitù ai Francesi, gioivano in vedere così miserabile l’esercito, da vent’anni vincitore; e presto si arrolarono col nemico (1813). Dell’esercito italiano cinquemila soldati rimasero alla Beresina; e all’appello non risposero che ottomila ottocento. Passato il ponte di Brison, trovavansi ridotti a duemila seicento uomini; al fine della campagna, a Marienwerder il vicerè non contava più che centoventun uffiziali e cendodici tra bassi uffiziali e soldati; talchè in censessantacinque giorni eransi perduti ventiseimila trecento novantasette uomini, novemila cavalli, cinquant’otto cannoni, trecentonovantun cassoni, settecentodue carri di trasporto[133]; e non per la salvezza del proprio paese, nè tampoco per la sua gloria.
Qual altro eroe potè inaffiare i proprj allori colle lacrime di 450,000 soldati, spenti, agonizzanti, prigionieri senza gloria e senza esaltamento?
In Italia, come in Francia e in Germania, la mesta taciturnità di tanti orbati, privi o scarsi di notizie cercanti sulle mappe quelle non più intese lontananze, e una speranza in qualche lettera o in qualche rara gazzetta, veniva addolcita dal ripetuto annunzio «che il nostro esercito era nel migliore stato, ed ottimo quel dell’imperatore e del vicerè», quando di colpo nel XXIX bullettino (1813 18 xbre) Napoleone annunzia il gigantesco subbisso; perchè gli uomini non n’avessero il vanto, lo attribuisce al freddo, e quasi insultando ai patimenti soggiunge: — Quelli cui natura non avea dato tempra robusta contro le vicende della fortuna, perdettero il gajo umore, e non pensarono che a disgrazie e catastrofi; quelli che essa creò superiori ad ogni evento, conservarono la vivacità e le maniere consuete, o videro nuova gloria nelle difficoltà da sormontarsi», e conchiudeva: — La salute di sua maestà non fu mai migliore».
Se ne consolino tanti padri, tante vedove e amanti! egli è sano: di 533,000 soldati che aveano passato il Niemen, 350,000 sono periti, 100,000 prigionieri; ma sua maestà è sana; e non ha una voce di compassione per gli estinti, non una consolazione pei sopravvissuti!
Sentendo la necessità di ritornare nel centro d’una macchina che solo per lui sta connessa e si muove, di comprimere le speranze eccitate dal suo disastro, e di preparare nuova carne ai cannoni, Napoleone fugge dai tanti che avea trascinati a perire, e cede a Murat il comando. La costui spada avea servito mirabilmente in quella campagna; ai Cosacchi ispirava uno spavento misto d’ammirazione, che esprimevano coll’urlare qualora lo vedessero in quello sfarzo scenico, tutt’oro e pennacchi, avanzarsi come un cavaliere antico per compiere prodigi di valore. Ardito però alla carica, nulla valeva a una ritirata; e poichè Napoleone non avea lasciato ordini, e, come avviene nel despotismo, tutto in lui riteneva, Murat si desola della responsabilità che gli pesa addosso, avvezzo a obbedire non sa comandare, inveisce contro Napoleone che mette in pericolo tutte le Corone napoleoniche, e non volendo che un re abbia a restar prigioniero, fugge anch’egli (17 genn.) senza aspettar ordini da Parigi, e da Posen vola a Napoli. Perchè sarebb’egli stato eroe più del suo padrone?
Invece di Ney, vero corifeo di quella ritirata, si conferì il supremo comando ad Eugenio, perchè regio. Ogni reggimento contava appena cinquanta o sessanta uomini, pure aveano tutte le bandiere e le aquile in mezzo a loro. Presto agli antichi rimasugli si unirono nuove reclute. Ma esercito non potea più dirsi; miserabili drappelli scomposti e assaliti incessantemente; e se i Polacchi e i Prussiani s’affrettavano a dar pane e pietose cure, poteva anche temersi cogliessero l’istante per farli tutti prigionieri.
Perocchè all’annunzio di quella ruina fu un’esultanza fra le nazioni, che di Napoleone non aveano provato che la tirannia. Anche nell’interno i disgustati antichi e nuovi s’alenano ne’ maneggi, sperando vendetta e preparandola: ma mentre la popolazione stanca di tanto sangue, di tante perdite, di tanti insulti alla nazionalità ed alle coscienze, si sfoga in allusioni e in pasquinate, Napoleone palesava la potenza della sua amministrazione. Perocchè, appena arrivato a Parigi, loda, rimprovera, rincalorisce le idee monarchiche, domanda nuovi sacrifizj senza voler ripagarli con concessioni ai popoli, ai quali i re hanno parlato di libertà. Non resta più artiglieria, non cavalleria, non denaro, non gioventù; eppure egli favella come nei giorni della grandezza, fa il quadro d’una prosperità che tutti sentono mendace, con attività implacabile chiama a servizio di terra gli artiglieri di mare, anticipa un’altra coscrizione, move il primo bando della guardia nazionale, toglie i fondi dei Comuni e gli obbliga a levare prestiti; dai prefetti, dai corpi dello Stato si fa mandare congratulazioni e offerte; tutto può, giacchè nulla lo rattiene, neppur la compassione.
Stupì il mondo al vederlo rialzarsi (aprile) di tratto contro tutt’Europa (1813), e rinnovando i prodigi della Convenzione, comparire in Germania, ripigliare l’offensiva con coscritti, e spiegare la sua grande strategia. Avesse avuto a combattere solo contro eserciti, vinceva ancora, benchè l’Austria avesse ritorte contro di lui (15 agosto) le duecento mila bajonette che aveagli date in sussidio, avrebbe egli ancora potuto conservare la barriera al Reno che la Rivoluzione aveva conquistata; a Lützen (maggio), a Wurtchen, a Bautzen la vittoria gli sorride di nuovo; ma dietro agli eserciti rugge la voce de’ popoli germanici, che ebbero anche quel che mancò agl’Italiani, poeti nazionali in Körner, Arndt, Schenkendorf, e la libertà esultò sotto i vessilli dei re, in quella che gli stranieri intitolarono battaglia delle nazioni. Napoleone, vinto a Lipsia (16-18 8bre), ridomanda sangue per supplire al secondo esercito distrutto; intima l’insurrezione generale; prefetti e podestà armino chiunque appena lo può; il minimo ostacolo abbiasi per fellonia: ma allora apparve che neppure in guerra la forza è tutto. Finchè aveva significato difesa dell’indipendenza e grandezza nazionale, la Francia erasi rassegnata all’interminabile guerra e vinse: quando la vide a mutare in conquista, cioè immolamento delle nazioni all’ambizione d’un solo, più non secondò il genio, e proruppe in desiderio accesissimo di venire a un fine. Napoleone perdea la sua legittimità perdendo la sua fortuna; sconnetteasi quell’edifizio, tenuto solo dalla vittoria; i re, i duchi improvvisati ch’egli avea sparpagliato sui troni, antipatici ai popoli, deboli come dipendenti, devoti solo per necessità, rubano e fuggono; Illiria e Tirolo si scuotono; Italia freme d’indipendenza; Murat da Napoli, Elisa da Firenze patteggiano coi nemici; ultima la Svizzera si unisce agli alleati.