La nostra divisione Delzons fu spedita un tratto oltre Mosca, e fu quella che spinse più avanti le armi napoleoniche: ma Alessandro, benchè avesse il vincitore nel cuore del paese, non rispondeva a proposte di pace, fermo come i Romani contro Pirro; onde Napoleone non potè più che pensare alla ritirata. Già la divisione Pino di quattordicimila fanti e mille cavalli, era ridotta a quattromila combattenti; uccisi da dissenteria e da stenti; soli duemila in battaglia. Partivano da Mosca (19 8bre) novantamila fanti e quindicimila cavalieri, cinquecentosessantanove cannoni, duemila settanta carriaggi e fucine, abbandonando i feriti, e cominciando la più funesta ritirata che si ricordi.
— Ora comincia la nostra guerra», dissero i Russi, e presa l’offensiva, molestarono i nostri fianchi senza mai affrontarci. Alcuni che il bottino fatto a Mosca desideravano conservare, scostavansi dall’esercito e trovavano la morte. Alcuni, discendendo una traversa, uno scenderello, lo seguivano sperando incontrarvi un villaggio, un ricovero; ma sorpresi dagli abitanti o dai Cosacchi erano uccisi e lasciati perire sul gelato terreno. Fortunato chi le ricche spoglie di Mosca può cambiare con un tozzo! Pure una volta si potè combattere a Malojaroslavetz (24 8bre); battaglia che Rapp ascrive all’esercito d’Italia: sir Roberto Wilson inglese, che combatteva da avventuriero dovunque vedesse libertà da sostenere, ammirava questi eroi italiani, che in numero di 16,000 aveano respinto 80,000 nemici: il russo Buturlin, di quella giornata dà tutto l’onore alla guardia del vicerè. E sarebbe stata decisiva se esso vicerè lasciava da Pino movere la guardia reale, ch’e’ tenne invece a spettacolo sotto i tiri del cannone. Perocchè Eugenio, prode soldato più che capitano, eccedeva nelle riserve, e spedendo le truppe a spizzico lasciava questi piccoli rinforzi distruggere senza risultato. Anche a Wiasma il valore degl’italiani liberò il corpo di Davoust stato tagliato fuori.
Già non combatteasi più per la vittoria, ma pel minore disastro: pure una speranza sopravvivea, l’avvicinarsi a Smolensko, ove riposo, caldo, viveri, la fine de’ patimenti. Ma giuntivi (13 9bre), odono che il corpo di Victor, che ivi credeano acquartierato con 30,000 uomini, erasi diretto contro Witgenstein, dopo consumate le provvigioni della città. Bisognò dunque uscir pure di qui; e i feriti che venivano abbandonati, dal giaciglio de’ loro dolori ghermivansi alle ginocchia de’ partenti, carponavansi dietro al camerata finchè li vedessero, e additavano i Cosacchi di cui cadrebbero preda e strazio: per la patria, per l’amante, pei padri supplicando di non lasciarli quivi al nemico e alle fiamme, almeno chiedeano una fucilata.
E intanto continuavasi a non trovare che villaggi arsi, che magazzini consumati; tutta la forza morale occorreva per sostenere la fisica: eppure ogni tratto erano costretti combattere un nemico forte e irritato. Se poteasi rinvenire una bracciata di combustibile, se rimanesse qualche capanna cui metter fuoco, vi si affollavano ingordamente, attaccavano la pentola, conservata preziosissima più che le gemme e gli argenti; e coceasi un poco di carne di cavallo sulla brace, un pugno di farina di segala salata colla polvere: ma a mezzo del rancio ecco si ode l’urrà de’ Cosacchi; onde pigliansi quei brani di carne, e così sanguinenti si divorano fuggendo.
Quattrocento miglia erano segnate da cadaveri d’uomini e cavalli, da feriti abbandonati, da cassoni di polvere fatti saltare, da vetture a pezzi, quando si arrivò al fiume Beresina (28 9bre). L’esercito italiano assottigliato, fu spinto da Napoleone come avanguardia; e sul ponte improvvisato affollaronsi i soldati, confusi, disordinati, gettando gli altri nel fiume chi avesse ancor forza di urtare, i sopraggiunti calpestando i caduti, i carri rovesciandosi sulla folla, nella comune pressa di sottrarsi ai Russi, che arrivavano ben provvisti, ben pasciuti, avvezzi al clima, e coll’entusiasmo di chi salva la patria. E questi giunsero allorchè sol parte dell’esercito era tragittato, ma per salvar l’imperatore si mise fuoco al ponte. De’ miseri rimasti sulla sinistra, chi bestemmiava, chi gemeva, chi s’agitava convulsamente, chi lanciavasi nel fiume bilanciandosi sui massi di ghiaccio, chi nelle fiamme del ponte per sottrarsi a una prigionia che equivaleva alla morte; molte migliaja caddero in man dei Cosacchi, che colle picche li spinsero verso l’esercito russo.
Dopo quel passaggio quasi più non rimase aspetto di ordinanza militare, non disciplina o servizio; appena qualche bajonetta luccicava tra le file; rozzi cenci e pelli avvolte ai piedi dopo mancate le scarpe, faceano più faticose le marcie: camuffati in grosse pelliccie, al capo acconciature strane, barba lunga, irti i capelli, gote scarne, occhi incavati, sozzi di polvere, di fango, di fumo, appena i più intrinseci conoscevansi l’un l’altro; procedeano con feroce serietà o riso convulsivo; trascinavansi dietro i magri cavalli, non più abili a portare il signor loro, e che sprovvisti d’ogni cibo, rosicchiavano le scorze degli alberi, pestavano il gelo per trovarvi sotto qualche bever d’acqua; poi non ferrati a ghiaccio, ad ogni mutar di passo scivolavano, sicchè sfiniti, cadeano, e a pressa a pressa se ne levava il cuojo per vestirsene, per tuffar le mani e i piedi nelle viscere ancor palpitanti, per divorarne qualche brano.
Col dicembre cominciò la neve a grandi falde; e ventata negli occhi, confusi cielo e terra, cancellate le strade, più non sapeasi ove s’andasse, erravasi per le sconfinate campagne, cadeasi ne’ pantani. Il vento toglieva il respiro; l’umidità penetrava ne’ laceri vestimenti; spenzolavano ghiacciuoli dalla barba e da’ mustacchi; i fucili cascavano dalle mani intirizzite; pareva il sangue fosse tutto salito al viso livido e gonfio. Era necessario un moto continuo, poichè fermarsi equivaleva a morire; gelavano le orecchie, il naso, le mani; prima perdeasi la vista, poi l’udito, poi la conoscenza, infine la potenza di moversi; un sasso, un tronco bastava a far cascare; e l’uomo più non sentiasi forza o volontà di rialzarsi, fissava quel che stavagli intorno con guardatura incantata degli occhi rossi, da cui spesso il sangue trasudava; ben tosto la neve lo sepelliva, e un piccolo rialzo accennava che ivi giaceva un prode.
Dopo il 6 dicembre il freddo crebbe sino a venti gradi; molecole ghiacciate volteggiavano per l’aria, cadevano uccelli gelati, il terreno era una superficie di cristallo; e il solenne silenzio dell’inverno non era interrotto pei nostri che dallo strepito de’ passi, dallo sgretolar della neve, dal lento cigolar delle ruote, dai gemiti de’ moribondi, cui volta a volta rispondeva il terribile urrà de’ Cosacchi. Alla fratellanza di giovani e di militari sottentra allora l’egoismo della conservazione; non più distinzione di gradi o di fortuna; non pensare più che alla salvezza propria; rubavansi a gara e disputavansi fin colla sciabola un seccherello di pane, un pugno di farina, una bracciata di legna o di paglia; vedeano cadersi a’ piedi il camerata, e non gli davano nè una mano nè una lacrima; l’amico passando presso l’amico ferito non mostrava conoscerlo per non dividere con lui l’esigua prebenda o un bicchier d’acqua, o sentirsi pregato d’ucciderlo; se alcuno cadeva, prima che fosse stecchito gli altri strappavangli le vesti per intiepidire se stessi. La convinzione che nulla potea toglierli a quell’infelicità, annichilava il vigore necessario per sostenervisi; molti cadevano in delirio, e già ciechi, sordi, cancrenati, dallo spasimo si morsicavano le mani e le braccia; aveano gli occhi pieni di lacrime che non potevano sgorgare; senza verun male, ma di pura inanizione molti cadevano nel cammino, e i seguenti gli accavalciavano senza badarvi. La notte sdrajavansi a piè delle betulle e dei pini o sotto i carri, il cavaliere colla briglia al braccio, il fante col sacco in ispalla, cumulati a guisa di mandre; s’abbracciavano un l’altro per tenersi caldi; la mattina trovavansi stretti ad un cadavere, e l’abbandonavano senza compiangerlo. Alcuni avvicinandosi improvvidamente al fuoco, n’aveano incancrenite spasmodicamente le membra; altri neppur sentendo l’impressione della fiamma, rimanevano bruciati; o addormentandosi in qualche casolare, vi erano soffogati dall’incendio, per la loro imprevidenza suscitato. Insomma ad ogni bivacco rimaneva un circolo di cadaveri.
Eppure non mancavano atti generosi: un coll’altro dividere l’ultima pagnotta e la biancheria; portar sulle spalle l’amico, il padrone; un vecchio trascinava sopra una slitta il figliuolo ferito e coi piedi gelati; una sposa recossi il marito a spallucce; uno ben coperto gettava la propra pelliccia sopra quel che gelava. Lucini velite, venuto cieco, da Pieroni e Tiraboschi fu accompagnato da Molodezno fino all’erta di Ponary, ove difendendolo furono uccisi. Altri consegnavano ai camerata la croce d’onore: un alfiere morendo sotterrò l’aquila ricevuta ad Austerlitz.
La nostra guardia d’onore era di cinque compagnie, tutte di nobili, serviti dalle ordinanze, destinati in origine alla persona del principe, e a scortarlo nelle cerimonie e ne’ viaggi. Nel 1809 aveano chiesto e ottenuto d’entrare nell’esercito attivo: vergognandosi di vedersi risparmiati, chiesero pericoli, incontraronli con onore, e produssero prodi uffiziali. Ora essi pure furono posti in marcia, anche perchè servissero a malleveria della tranquillità interna: e quelli di Piemonte e Toscana giunsero solo a Varsavia, come pure i loro veliti: ma quelli del regno d’Italia procedettero, ed obbligati a serenare e cercar lontano i foraggi, non avvezzi a servire a piedi, e portando stivali alla dragona, perivano miserabilmente.