Ma i soldati per Napoleone non figuravano che da macchine da guerra; loro danno se non erano di bronzo come i cannoni. La coscrizione, sempre gravosa a popolo non avvezzo, andò via via ingrossando; ed acciocchè le classi elevate non se ne sottraessero, nei veliti della guardia non s’ammettevano supplenti, e per ogni soldato dovevano le famiglie 200 lire l’anno; un reggimento di dragoni della guardia, due compagnie d’artiglieria a piedi, una di leggera, una di marinaj, oltre l’antico reggimento di granatieri. Le guardie d’onore erano principalmente destinate alla pompa regia, ciascuno provvisto dalle famiglie con 1200 lire. Ben presto avemmo corpo del genio e della marina, armerie nelle Marche e nelle Legazioni, fonderie a Brescia e Pavia, e collegi per gli orfani, spedali e ricoveri per gl’invalidi. Pei disastri del 1809 trentasettemila uomini, cinquemila cento cavalli dell’esercito nostro trovaronsi ridotti a 20,000 uomini e ottocento cavalli.
Scoppiata la famosa guerra di Spagna, vi fu mandato Giuseppe Lechi con un nerbo di 2963 uomini, poi una divisione di 13,280 col general Pino: poi un’altra con Severoli, e quattro reggimenti napoletani. Ma di 30,183 soldati che vi passarono dal regno d’Italia, ne uscirono appena 8858; 1800 de’ 10,000 Napoletani.
L’antico valore rinasceva alle scuole, alle bandiere, ai guiderdoni promessi o sperati. Ma i nostri non campeggiavano che sotto marescialli forestieri; e i loro nomi figuravano appena in seconda fila; mentre riportavano le imprecazioni dei popoli cui andavano a porre il giogo[131]. — È necessario armarsi per divenir nazione; qual vanto il partecipare ai vanti d’un genio immortale!» così ci ripetevano: ma per quanto sia comune l’entusiasmo per quel macello che s’intitola gloria militare, archi e trofei mal coprivano i tanti sepolcri; l’esercito non guardavasi più con meraviglia ma con compassione, dacchè parea certa morte il marciar là dove sì pochi ritornavano; e il buon senso avvertiva che i nostri giovani, rapiti in sempre maggior numero e sempre più giovane età, non militavano pel bene della patria, ma per ambizioni estranee ad essa; soffrendo e morendo non poteano acclamar la libertà nè tampoco la gloria, ma soltanto Viva Napoleone; nell’inneggiar le vittorie domandavasi qual causa buona avesse vantaggiato, e conchiudevasi che il miglior governo sia quello ch’è più parco del sangue e dell’avere de’ cittadini, e che meno n’impaccia l’industria e l’azione. Molti dunque sotterfuggivano alla dura legge[132], buttandosi armati al bosco o alla montagna: anzi il valore italiano mostrossi meglio, perchè indipendente, nelle riscosse contro la dominazione forestiera a Verona, a Salò, in Valsabbia, a Napoli, ad Arezzo, al Bisagno, a Civitavecchia, ad Orvieto, in Piemonte, negli Abruzzi, nelle Calabrie.
Il regno trovavasi in arme 75,000 uomini, due divisioni in Ispagna, quattro in Dalmazia e in Italia; allorchè sonò di nuovo l’intimazione di guerra (1812), non sapeasi per dove nè contro chi, ma bisognava far soldati e marciare, marciare tutti. Fu sistemata nell’impero e nel nostro una guardia nazionale, iscrivendovi anche la gioventù che la sorte aveva campato dalla leva, e divisa in tre bandi, dai venti ai ventisei nel primo, dai ventisei ai quaranta nel secondo, nel retrobando quei dai quaranta ai sessanta: gran riserva di sangue per quando sarebbesi esausto quel di cinquecentomila soldati. L’esercito italiano, comandato da Eugenio vicerè, prese nome di quarto corpo della grand’armata, la quale ne avea dieci; e formavanlo due divisioni francesi, parte della guardia reale italiana sotto Lechi bresciano, una divisione sotto Pino e una brigata di cavalleggieri sotto Villata milanesi. Re Gioachino, che aveva in piedi cinquantamila Napoletani, guidava la riserva della cavalleria.
Il 18 febbrajo 1812, dopo scarnovalato nelle varie città, trentamila Italiani si mossero gaj, speranzosi, disciplinati, confidenti nel capo e in sè: e giunti a Kalwary di Polonia (1812 29 giugno), conobbero ch’erasi intimata guerra contro la Russia. Passato il Niemen a cinquecento leghe dalla patria (1 luglio), fra meteore spaventose e diluvj di pioggie e faticosissimi bivacchi, sfavillavano di ambizione, di cortesie, di fidanza.
Il Governo polacco, lusingato da Napoleone colla speranza dell’indipendenza, confortava i nostri a liberare un paese tanto simile al loro, e come il loro sbranato dalla prepotenza; nel tempo medesimo i Russi ritirandosi lasciavano proclami, dove eccitavano gl’Italiani a disertare dal loro tiranno. Però ai nostri non vennero meno la fedeltà nè il coraggio, benchè Napoleone non gli onorasse neppure di una rivista, nè quasi di menzione ne’ bullettini; benchè Eugenio rammentasse troppo che non era italiano, e non dissimulando la diffidenza, in un alterco 28 giugno si lasciasse fuggire, — Non temo nè le vostre spade nè i vostri stili».
Re Gioachino entrò primiero sul territorio russo, prese Vilna; e avanti, avanti. Ma le marcie diventavano sempre più faticose; i nemici si ritiravano distruggendo viveri e case; i Cosacchi scorrazzavano continuamente sui fianchi, uccidendo chi tardasse o si sperdesse. Stracchi morti si arrivava talvolta in una situazione, piantavasi il campo; chi si gettava al sonno, chi a preparare il cibo; ma ecco batter l’appello di levarsi e partire. Gli spossati che bisognassero d’un riposo, gli arditi che sviavansi a foraggiare, cadeano in man de’ nemici: il cattivo vivere, la pessima acqua moltiplicava le malattie, talchè sformavasi la bella disciplina.
Pure s’andava innanzi vincendo: il Boristene, dove le aquile romane arrestarono il volo, lo passarono primi i nostri, ma ausiliarj e servi: a Smolensko, prima città russa, si ebbe alfine una battaglia (17 agosto), dove entrambe le parti cantarono vittoria; ma i nostri entrarono sulle ruine della città.
I veliti e granatieri italiani decisero della giornata di Borodino sulla Moskowa (7 7bre), contrastata da 132,000 Russi con 587 cannoni: ma i soliti canti non esultavano dopo una vittoria che costava ventottomila vite: poi non si avea pane, non vedeasi riposo, nè potea sperarsi se non in Mosca. Napoleone, che credeva consistere la vittoria nella presa delle capitali, prometteva colà riposo nella svernata e abbondanza. A quella si spinsero dunque fra inenarrabili patimenti. Ma perchè niun tumulto di viventi attorno a quella città? perchè non viene incontro nè un amico nè un nemico? è insidia? è frode? No: la città fu abbandonata; non restano che pochi miserabili; e Napoleone, uso entrare fra le acclamazioni a Vienna, a Madrid, passa in silenzio per le vie della Sionne russa, e assidesi nel Kremlin (14 7bre), santuario e reggia dei czar.
Il primo giorno cominciano a scoppiare incendj, creduti accidentali; ma eccoli riprodursi, crescere; invano faticano i soldati per ispegnerli; sui loro passi più non aveano che carboni ardenti. Era uno di que’ sagrifizj che imporre può soltanto immenso amor di patria o immenso dispotismo: tutta in fiamme la città e i magazzini e le armerie, l’esercito dovette accampare alla serena, vincitore attorno una città divampante. Per le campagne allagate dalle pioggie con quadri e mobili alimentavansi i fuochi, intorno a cui coricavansi uffiziali e gregarj, laceri, bruciacchiati, fangosi, ma sdrajati sopra scialli di cachemire, pelliccie di Siberia, stoffe di Persia, fra una profusione di posate, piatti, coppe di argento: qui il velite era trasformato in un cosacco, il cacciatore in un pope, là il milanese vestiva da baskiro, il savojardo da taurico, il romano da cinese; e toccavano ghitarre, flauti, violini, pianoforti superbi, per distrarsi da un immenso disastro, che non voleasi ancor confessare.