Perocchè egli, erede della rivoluzione il cui vanto più bello era stato l’abolire le lettere di sigillo e distruggere la Bastiglia, otto prigioni di Stato avea stabilite, e senza processo, per mero decreto vi mandava i suoi avversarj: vescovi e preti, traversate le città ammanettati, empivano il forte di Fenestrelle[128], ove, se cercavano un breviario, riceveano un volume di Voltaire. Poi al papa fu intimato «divieto di comunicare con veruna chiesa o suddito dell’impero, sotto pena di disobbedienza dalla parte sua e dalla loro; cessi d’esser organo della Chiesa colui che predica la ribellione, e la cui anima è tutta fiele; e poichè nulla può tornargli il senno, vedrà che l’imperatore è potente quanto basti per fare quel che altri suoi predecessori, e deporre un papa».

Un giorno Pio VII è secretamente chiuso a chiave in una carrozza, con abiti mutati; e senza permettergli d’uscirne giorno nè notte, è portato di là del Cenisio, mentre a Savona si continua a fingere che sia presente. Sentendosi malato e incerto dell’avvenire, volle ricevere il viatico, e dispose di tutto come in articolo di morte, riperdonò ai persecutori; pure giunse a Fontainebleau, e in quel palazzo fu detenuto a voglia di chi tutto poteva, e finchè questo non cessò di tutto potere. Ma colà pure ripeteva: «Coraggio e preghiera. Coraggio e pazienza. Può darsi che i nostri peccati ci rendano indegni di rivedere Roma, ma i nostri successori recupereranno tutti gli Stati che loro appartengono».

Lo Stato Pontifizio, ridotto a 800,000 abitanti, fu diviso nei due dipartimenti del Tevere e del Trasimeno; si nominò un senato di cinquanta cittadini, ma non seppero mai a qual uso, nè mai si radunarono, nè la promessa costituzione comparve mai, tutto regolando la consulta, composta di Miollis, Saliceti, Degerando, Janet francesi, e del piemontese Dal Pozzo. Roma, benchè dichiarata seconda città dell’Impero, e desse titolo regio al principe ereditario, decadde. Il Governo decretò si potesse usare nei tribunali e negli atti anche la lingua italiana; anzi si facessero annui concorsi onde premiare gli scritti «più capaci di mantenere essa lingua nella sua purità; un istituto di beneficenza, e un milione per abbellimenti, si fecero dissotterrare antichi edifizj, massime l’anfiteatro Flavio, i contorni del Foro Romano e il Foro Trajano; si posero giardini pubblici sul monte Celio e sul Pincio; si favorì la manifattura de’ musaici per copiare i quadri napoleonici; si divisò l’asciugamento delle paludi Pontine.

Erano scarsi compensi alla vedovanza del Vaticano, e al vedere tanti vescovi, canonici, parroci, deportati o rinchiusi per non avere voluto giurare fedeltà a un sovrano che non credeano legittimo. Il Canova, che lungamente ricusò d’immortalare «quello che avea tradito la sua patria, poi vendutala all’Austria», per insinuazione del papa che temea corrucciare il Grande, si recò a Parigi onde ritrarlo, e della confidenza artistica si valse per cantargli molte verità, e come Roma giacesse al fondo della miseria dopo perduto il principale alimento della sua vita. In fatto il debito (luoghi di monte) elevato a 50 milioni di scudi, spariva in gran parte perchè abolironsi le Opere Pie, che n’erano le principali creditrici; il resto fu liquidato a due quinti del valore originario. La popolazione di Roma che, fino al 1796, era stata di 165 mila anime, e per la prima invasione francese erasi ridotta a 135 mila, adesso venne a sole 113 mila[129]. I moltissimi poveri, al cui alimento provvedeano le istituzioni religiose, costarono 5 milioni di franchi in quattro anni. Al 3 giugno 1811 festeggiossi la nascita del re di Roma, ma il pontefice vietò di prendervi parte, nè gli ecclesiastici prestavano il giuramento all’usurpatore, onde 500 furono deportati; e i monaci cacciati dai chiostri ricusavano fin la pensione di cui avrebbero dovuto vivere. Al papa spossessato mandavansi sempre offerte e omaggi, e durava con esso un’attiva corrispondenza, che l’occulatezza della Polizia non riuscì mai ad interrompere. «La resistenza di questi pretocoli fu veramente meravigliosa: fu la sola resistenza italiana del tempo». Queste parole sono di Cesare Balbo, che giovinetto affatto, servì di segretario alla consulta, e se ne dolse sempre.

Confessano anche i Francesi che il più deplorabile errore di Napoleone fu l’ostilità col papa; Francia n’era vergognosa; Italia fremeva in silenzio, e si inchinava al prigioniero. Invano Napoleone fece pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto l’impero, dove l’obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare veniva posto fra i comandamenti di Dio: le coscienze restavano turbate, i preti vacillavano nell’eseguire gli ordini dello scomunicato, la plebe rabbrividiva e pensava.

Di tutto ciò cresceva il malcontento della popolazione, «la cui esistenza, sotto il papa, era stata dolce e tranquilla, più che brillante, e il cui carattere piegavasi facilmente al Governo de’ suoi principi»[130]; e sotto alle feste chiassose, agli sfolgoranti circoli della Corte e de’ ministeri, a’ festini, alle mascherate, ricantateci ancora tuttodì dai gaudenti di quel tempo, sentivasi un fremito silenzioso e iracondo, guardavasi donde verrebbe il sassolino che abbatterebbe la statua di bronzo, e la splendida cometa apparsa nel 1811 parve il preludio straordinario della caduta dell’uomo straordinario.

Ma a lui, nell’apogeo di sua grandezza, dovevano incutere spavento maggiore le grida di patria e d’indipendenza che rintronavano d’ogni parte: tradì la libertà, e in nome di questa insorgeano i popoli e perfino i re: tradì la religione, e la voce di questa dalle coscienze doveva risonare nelle volontà, ed attestare solennemente che la forza non è tutto, e che un Governo deve soccombere quando immorale.

CAPITOLO CLXXXII. Campagne di Spagna e di Russia. Caduta dei Napoleonidi.

Obbedito da 72 milioni di sudditi, temuto da tutti i re, guardato tra meraviglia e spavento da tutte le nazioni, con esercito impareggiabile, e co’ migliori generali formatisi nelle guerre della rivoluzione, con un tesoro non limitato da riguardi o da opposizione, con profondo disprezzo dei sentimenti di coloro che volea vincere, del sangue e dei beni di coloro con cui volea vincere, Napoleone non era disposto a tollerare la pace se non a patto che tutto procedesse a sua obbedienza. Non cessavano l’Inghilterra drizzargli incontro la potenza dell’oro e delle navi; Spagna la potenza del popolo; tutti sordamente l’inestinguibile desiderio dell’indipendenza, la riazione della dignità contro la violenza, dell’attività individuale contro il comando di reggersi e pensare e operare come Francia. Alessandro di Russia, che erasi un tratto invaghito di quella forza anormale, negò poi di sagrificarle i suoi popoli; onde Napoleone deliberò andar a ferirlo nel proprio paese, e come già s’era seduto nelle reggie di Madrid, di Dresda, di Berlino, di Vienna, così troneggiare in quelle di Mosca e Pietroburgo. Nol si potrà che con torrenti di sangue. Che importa? purchè s’arrivi a domare la barbara Moscovia e l’avara Albione, e dare la pace al mondo, cioè l’incontrastata servitù.

Il punto cui più mirava Napoleone nel regno d’Italia, come negli altri suoi paesi, era la coscrizione. La Cisalpina, appena creata, armò guardie nazionali e corpi regolari di giovani, che incideansi sul braccio Repubblica o morte; come accadde nelle subitanee scosse, s’improvvisarono sino dal principio prodi uffiziali, Lahoz, Fantuzzi, Pino, Teulié, Ballabio, Fontanelli, Rossignoli, Porro, Pittoni ed altri, che ben comparvero alle battaglie d’Arcole e Bassano, alla presa di Mantova, Faenza, Ancona, ed altre fazioni. Nel 1801 l’esercito cisalpino constava di 22,000 uomini: la repubblica italiana ne aggiunse 60,000 di riserva, comprò dalla francese i cannoni delle proprie piazze per quattro milioni, e prese a stipendio due mezze brigate e un reggimento di cavalleria leggiera polacca; ebbe due equipaggi da ponte, armeria a Mantova e Pizzighettone, mille seicento gendarmi, un reggimento di granatieri per guardia del Governo, oltre la guardia nazionale de’ cittadini dai diciotto ai sessant’anni. Nel 1803 una divisione sotto Teodoro Lechi campeggiò coi Francesi da Genova a Napoli; un’altra sotto Pino preparavasi a Boulogne per invadere l’Inghilterra; per la quale impresa noi avevamo offerto quattro milioni di lire milanesi onde costruire due fregate e dodici scialuppe cannoniere col nome dei dodici dipartimenti. Stabilito il regno, l’esercito fece di sè bella mostra all’imperatore nella spianata di Montechiaro; ed avendo i Borboni di Napoli accennato un movimento, Eugenio concesse ad ogni dipartimento l’onore di spedire da cinquecento a mille uomini, e un corpo di guardie nazionali, che accolse fra Modena e Bologna, gente inesperta e divelta alle case. Militare fu tutta l’intenzione del viaggio che Napoleone fece nel 1807, e postava corpi di riserva sul Po e sull’Adige, flottiglie in mare. Il Piemonte, incorporato all’impero, diede a questo i soldati suoi: Genova, fortificata come Alessandria, dovette assegnare tre milioni per la marina, aver arsenale da costruzione, e mantenere almeno due vascelli da settantaquattro, due fregate, quattro corvette.