Carolina Buonaparte, che virilmente erasi condotta in que’ rovesci, ottenne d’essere trasportata a Trieste coi figli, dopo sofferti gl’insulti della plebaglia. Gioachino con pochi fedeli e poco denaro andò fuggiasco, raccomandandosi al terzo, al quarto; dopo lungo ascondersi e romanzesco vagare approdò in Corsica, e rifiutando l’asilo offertogli come privato in Austria, raccolse un pugno di fidati per imitare lo sbarco di Napoleone, e ravvivare in Calabria contro i Borboni la guerra minuta ch’essi aveano alimentata contro di lui. Sgominati da fortuna di mare, egli con solo ventotto raggiunge terra a Pizzo, ed alza la bandiera; ma è preso, e da Napoli, che ad un tempo intese il pericolo e la salvezza, viene ordine: — Il generale Murat sarà tradotto avanti una commissione militare; non sarà concessa al condannato che mezz’ora per adempiere ai doveri della religione». Era dunque sentenziato prima che processato; ed egli non rispose agl’interrogatorj se non — Sono Gioachino re delle Due Sicilie; un re non può esser giudicato che da un altro re».

Aveva appena quarantott’anni, e sul punto di essere fucilato scrisse: — Carolina mia, l’ultima mia ora è battuta, fra pochi istanti non avrai più marito. Non dimenticarmi. La vita mia non fu contaminata da veruna ingiustizia. Addio, Achille mio! addio, mia Letizia! addio, mio Luciano! addio mia Luigia! mostratevi al mondo superiori alla sventura e degni di me. Vi lascio senza regno, senza beni, in mezzo a numerosi nemici: siate sempre uniti. Pensate cosa foste, e Dio vi benedirà. Non maledite la mia memoria. Quel che più m’accora è di morir lontano da’ miei figliuoli. Ricevete la mia benedizione paterna, il mio amplesso e le mie lacrime: nè mai vi cada di memoria il vostro povero padre».

È gemito d’uomo, quale non mai risuona nelle memorie di Napoleone: ed egli veramente apparve il più eroico fra i soldati di Napoleone, il solo cavalleresco. Intrepido in battaglia, fu povero ed irresoluto di consigli, e colpa in parte la sua presunzione, in parte le circostanze, ne trasse apparenza di menzognero: ma cuore mostrò; e il popolaccio, sparando contro lui, puniva in esso le colpe napoleoniche[146]. I suoi seguaci furono rimandati senza processo.

La morte di esso scioglieva da gravissimi imbarazzi l’Austria che avevagli promesso un aumento di territorio nelle Marche, e gli altri Alleati che aveano promesso un compenso a Ferdinando in Italia. Il quale allora ricuperava anche la terraferma; ma non che ottenere accrescimenti come gli altri principi tutti, fu scemato de’ Presidj di Toscana, di Piombino, e di parte dell’Isola d’Elba, posseduti da tre secoli, per darli al granduca austriaco[147].

Contro di Napoleone intanto si era confederata tutta Europa, bandendo due milioni sulla testa di lui, come ai tempi barbari; ricusando ogni accordo come d’uomo alla cui parola non si può fidare. Tre eserciti avventatigli, d’Austriaci con Schwartzenberg, d’Inglesi con Wellington, di Prussiani con Blücher, a Waterloo (18 giugno) riescono vincitori; il francese va sperperato; Napoleone fuggendo traverso a morti e morenti, arriva a Rochefort per tragittarsi agli Stati Uniti, e non trovando navi, rendesi agl’Inglesi, che considerandolo prigioniero di guerra, lo portano a Sant’Elena, isola perduta nell’immensità dell’Oceano, dove visse fino al 5 maggio 1821.

I sovrani alleati ripigliano il congresso per rassettare l’Europa. Vi primeggiava fra i re Alessandro, che aveva potuto comandare s’incendiasse la sua capitale e comandare si risparmiasse la capitale del gran nemico: e secondo il tono di lui, liberali massime si professavano; principi e popoli non dovere far guerra che per indispensabile necessità; la schiavitù e il servaggio abolirsi, qualunque ne sia la forma; connettersi religione, politica, morale; la spada non conferire diritti; aver ognuno a rispettare l’indipendenza dell’altro; ai Governi esser necessario fondarsi su canoni precisi ed espressi; ai popoli competere il diritto di partecipare alla legislazione, di determinare le imposte, di liberamente manifestare il pensiero colla parola e colla stampa. Sciaguratamente fra le precedenti combinazioni di difesa o di assalto nessuno erasi preparato all’opera della restaurazione; e sbalorditi dalla rapidità degli avvenimenti, quando uscirono trionfanti dal rinnovato tumulto operarono con maggiore fretta e minori riguardi: non che ridurre in fatto quelle intenzioni generose, nè tampoco seppero risolversi francamente tra la scuola storica e la razionale, tra lo spirito teutonico e il liberale; e tutti sentivano bisogno di riposo, d’una soluzione a tanti viluppi, qualunque ella si fosse, comunque si sentisse non duratura. E poichè ogni rivoluzione ed ogni riazione dee avere una parola d’ordine, qui fu la legittimità, inventata da Talleyrand pel caso speciale di salvare la Francia dalle minacciate sottrazioni, estesa dagli Alleati a tutte le altre quistioni, talchè l’opera loro dovesse parere un rintegramento del passato, una restituzione dei diritti che l’usurpatore avea tolti ai principi.

L’Austria erasi mostrata la più pertinace, in una lotta quasi incessante di ventidue anni non badando a sagrifizj, a spese, ad affetti, a dignità; ultima sempre a ritirarsi dal campo, sempre nella pace allestendosi alla guerra, e nell’alleanza col nemico spiando le occasioni di dargli il colpo. Dritto parve dunque che, non solo ricuperasse quanto avea perduto in tante guerre e paci, salvo i Paesi Bassi, ma anche ringrandisse con comode comunicazioni verso Italia, e con opportunità di tenere la briglia alla Francia. Se la legittimità proclamata avesse riguardato i popoli, non soltanto i re, Venezia, non rea d’avere favorito Napoleone, sarebbe dovuta risorgere: invece fu assegnata all’Austria insieme colla Lombardia, cresciuta della Valtellina, e col territorio dell’antica repubblica di Ragusi.

Il Canton Ticino, sotto pretesto del contrabbando, era stato occupato dalle truppe del regno d’Italia, e le brighe per unirlo a questo venivano secondate da coloro che ambivano cariche e denaro, o lasciavansi abbagliare dalle gemme del diadema napoleonico, senza vedere che eranvi incastonate col sangue. Caduto l’imperatore, anche i vecchi signori svizzeri ridomandavano i loro sudditi: ma il congresso di Vienna riconobbe la libertà di tutti, e il Ticino formò un cantone della Confederazione elvetica, che dovette darsi una costituzione ristretta, secondo il volere di chi allora poteva, ma che venne poi riformata nel 1830, indi ancora nel 1847 quando la Svizzera abjurò le sue locali tradizioni per aspirare alla centralità come i regni.

I Grigioni ridomandavano la Valtellina; dove in fatto il basso popolo rimpiangeva l’antica tranquillità, e il non pagare, e il non militare, e il sale buon a mercato, e il privilegio di commercio e di transito; e Parravicini e Juvalta, capi della sollevazione del 1809 (pag. 191), ora sollecitavano l’unione agli Svizzeri. Ma troppi ambivano tenersi uniti alla ricca Lombardia, e ad una Corte che poteva dare pensioni, titoli, impieghi; Diego Guicciardi, spedito a Vienna a invocare la fusione colla Lombardia, ostentava le ragioni per cui la valle non potea essere svizzera; e se Capodistria, rappresentante della Russia, esaltava i vantaggi dello stato libero, Guicciardi rimbalzavali col solito pretesto che i Valtellinesi non erano maturi per la libertà. Quasi non potesse dirsi altrettanto de’ Ticinesi! L’Austria carezzò quest’opportunità di congiungere a’ suoi dominj d’oltre alpe il cisalpino; e l’ottenne allorchè lo sbarco di Napoleone fece sentire la necessità di tenersela amica nel nuovo frangente; Guicciardi ringraziò a nome del popolo, godendo di gridare egli primo — Viva Francesco I nostro imperatore e re»; e la Valtellina rimase provincia del regno lombardo-veneto.

Della cui istituzione Bellegarde pubblicando (16 aprile) la regia patente, diceva: — Una tale determinazione conserva a ciascuna città tutti i vantaggi che godeva, e ai sudditi di sua maestà quella nazionalità che a ragione tanto apprezzano». Subito l’esercito italiano fu sciolto, e molti uffiziali cercarono fortuna altrove, come Ventura che andò a sistemare gli eserciti del re di Lahor nelle Indie, Codazza che nelle repubbliche dell’America meridionale fece da ingegnere, e colonizzò l’alta regione della Cordiliera marittima del Venezuela, e così altri. A Venezia erano in costruzione sette grossi legni francesi e quattro italiani, e molt’altri in armamento, e gran cumulo di quanto occorre ad attrezzare: e furono interrotti i lavori, legnami e boschi venduti agl’Inglesi, che li fecero spaccare.