Pertanto l’Austria che, nel secolo precedente, non teneva in Italia che il Milanese, separato dagli altri suoi Stati ereditarj, trovossi un regno di cinque milioni di abitanti e ottantaquattro milioni di rendita, con Venezia e trecento miglia di litorale, e selve e uomini per una forza marittima; da un lato aperti la Svizzera e il Piemonte, mal guarnito dall’indifeso Ticino; dall’altro assicurato il tragitto del Po colle guarnigioni di Ferrara, Piacenza e Comacchio; unite le sue provincie alle transalpine mediante il Friuli e la Valtellina, potea scendere per le valli tutte dall’Adda all’Isonzo; invece della sola Mantova, fortezza poco rassicurante, coprivasi colle robustissime linee del Mincio e dell’Adige; Legnago, perduta dapprima nelle basse pianure, diveniva importante anello fra Mantova e Verona: vuole offendere? può spingersi nella Romagna e nella Toscana, dimezzando l’Italia; è costretta a difendersi? le si prestano le linee del Po e del Ticino, dopo queste l’Adda, indi il Mincio, infine l’Adige, dove Verona ridotta a campo trincerato di prim’ordine, tiene alle spalle tutte le riserve e i depositi dello Stato, e per una serie di fortalizj da monte a monte si connette fino colla metropoli. Collocando parenti suoi sui troni di Toscana, di Modena, di Parma, l’Austria teneva la mano sulla media Italia. Se non che nei paesi italici si erano diffuse, durante la dominazione francese, idee mal consonanti col sistema di essa, onde avrebbe a stentare nel soddisfarle e nel reprimerle.

La dinastia toscana, quantunque compensata già con lauti possessi in Germania, ricuperò l’antico granducato, aggiungendovi que’ Presidj e la porzione dell’isola d’Elba che tanto erano costati a Napoli; nel principato di Piombino erano riservati i beni e i diritti proprj della casa Ludovisi Buoncompagni, la quale poi ne fe cessione per ottocentomila scudi romani.

La vedova del vivo Napoleone era figlia dell’imperatore d’Austria, onde si volle fosse collocata in una reggia: e le assegnarono Parma, Piacenza e Guastalla a vita, a scapito del Borbone già re d’Etruria, a questo attribuendo la libera Lucca, che alla morte di Maria Luigia lascerebbe alla Toscana per occupare Parma e Piacenza[148]: intanto Austria e Toscana gli pagherebbero cinquecentomila lire. In quel raffazzonamento nè tampoco si badò alle convenienze geografiche: Benevento e Pontecorvo papali rimasero chiusi nel regno; un distretto della Lombardia nella Svizzera; Castiglione e Gallicano lucchesi nel Modenese: a un brano di Toscana non si giungeva che traverso a Lucca, come i Modenesi doveano attraversare Toscana per giungere a Massa e Carrara: la Corsica fu tolta alla vicina Liguria, a’ cui padroni si lasciava invece la lontana Sardegna: Sicilia perdea la sovranità sopra Malta e Gozzo, pur conservando le smarrite isolette di Lampedusa e Pantelleria.

Il ristabilimento del re di Sardegna era sempre stato a cuore agl’Inglesi, che pensavano anche invigorirlo perchè fosse barriera alla Francia, attesochè soltanto per la debolezza del Piemonte era Buonaparte potuto penetrare in Italia: anzi dei prigioni di guerra aveano formato una legione reale piemontese. Al cadere di Napoleone (1814 27 aprile), il principe Borghese stipulò con Bellegarde e Bentinck che anche dal Piemonte si ritirassero le truppe francesi, consegnando agli Alleati le cittadelle d’Alessandria, Gavi, Savona, Fenestrelle, Torino; una dichiarazione del maresciallo austriaco Schwartzenberg annunziò agli abitanti di terraferma e del contado di Nizza: — I vostri desiderj sono appagati; voi vi troverete di nuovo sotto il dominio di quei principi amati che hanno fatto la felicità e la gloria vostra per tanti secoli»; prometteva oblìo del passato, lodando chi, sotto al dominio straniero, avea conservato la reputazione di valore e probità.

Tentata invano la Lombardia al momento della insurrezione di Milano, il re e il suo ministro Agliè trescarono al congresso di Vienna per spingere il dominio fino alla Magra e all’Adige; ciò tornar opportuno ad impedire gl’incrementi eccessivi dell’Austria; nè potersi considerare sicuro il Piemonte se non avesse Mantova e Peschiera. Altre influenze impedirono la domanda.

Al ricomparire di Napoleone, il Piemonte improvvisò un esercito di quindicimila uomini cogli avanzi del francese, e postosi in linea cogli Alleati, occupò i dipartimenti delle alte e basse Alpi, e sperò ottenere qualche brano che rendesse migliore questa frontiera, schiusa colle strade del Ginevro e del Cenisio: e in fatto mediante reciproche concessioni determinò i suoi limiti verso la Svizzera, e convenne che le provincie del Ciablese, del Faucigny, della Savoja a settentrione di Ugine godessero la neutralità elvetica, rimanendo sgombre di truppe in evenienza di guerra, e il re potesse fortificare come voleva. Il principato di Monaco fu conservato ai Matignoni, ma sotto la protezione della Savoja.

Bentinck, avuta per capitolazione Genova, dove stavano ducentonovantadue cannoni ma debolissima guarnigione, vedendo «il desiderio generale della nazione genovese essere per l’antica forma di governo, sotto cui ebbe libertà, prosperità, indipendenza, e tale desiderio parendo conforme ai principj professati dalle Potenze alleate di rendere a ciascuno gli antichi diritti e privilegi», ristabiliva lo stato come nel 1797 «colle modificazioni che la volontà generale, il bene pubblico, lo spirito dell’antica costituzione potessero domandare». Ma il proposito d’opporre nel Piemonte una barriera robusta alla Francia, fece che a quello si donasse Genova. Invano quel Governo provvisorio protestò richiamandosi all’indipendenza garantitale nel 1745 ad Aquisgrana; invano Mackintosh al Parlamento di Londra mostrava il Genovesato essere un territorio amico occupato da nemico, sicchè, espulso questo, rientra in proprietà di se stesso.

Perduta la speranza dell’antico stato, volevano almeno formare un principato indipendente, e si offrirono al duca di Modena, a Maria Luigia di Spagna; poi vedendosi «dati a un principe forestiero», almeno chiedeano assumesse il titolo di re di Liguria, con una costituzione garantita dalle Potenze. Non ottennero se non che agli altri titoli di re di Sardegna unirebbe quel di duca di Genova: la città avrebbe porto franco, senato, e Università, non imposte maggiori di quelle che allora subivano gli Stati sardi; in ogni provincia un consiglio di trenta possidenti ogn’anno si radunasse per trattare dell’amministrazione comunale, e dovesse aversene il voto per istabilire nuove imposte[149]. Così quella Casa che, contro il proprio interesse, erasi mostrata avversissima alla rivoluzione, conservava tutti i suoi dominj di qua e di là de’ monti, e veniva rinvigorita come guardiana dell’Alpi contro i due colossi confinanti. Gli Austriaci, dopo aver fatto saltare le mura di Alessandria e le opere esteriori in cui Napoleone aveva speso venticinque milioni, la sgomberarono, e divenne arcifinio verso la Lombardia l’indifeso Ticino.

Francesco IV d’Este, cugino e cognato dell’imperatore d’Austria, avea sperato la corona d’Italia, o almeno il Piemonte, nel quale intento aveva anche sposato Maria Beatrice figlia maggiore di Vittorio Emanuele suo cognato; ma non ebbe che gli Stati di Modena, nei quali sedutosi alla morte di sua madre, proclamò ancora il codice del 1774 e le leggi vigenti prima del 97.

Si parlò di confederare gli Stati italiani fra loro; ma le gelosie degli uni verso gli altri e di tutti contro della preponderante impedirono un fatto, che gli avrebbe tolti dal rimanere zimbello della politica esterna[150]. Sulle isole Jonie poteva ostentare qualche pretensione la Russia; ma il disinteresse d’Alessandro o la gelosia de’ suoi amici fecero riconoscerle repubblica sotto il protettorato dell’Inghilterra, la quale vi teneva guarnigione e un lord commissario, e nominava il presidente del senato.