Dagli archivj di Roma, i più ricchi del mondo, principalmente gli stranieri poterono trarne o i registri interi di alcuni pontefici, o di che riformare alcuni parziali giudizj. Laonde, se la podestà prevalente nel medioevo trovò sempre detrattori, massime fra i pedissequi dei Francesi, da altri fu considerata da più alto punto, come dal Trova nel Veltro allegorico, da Cesare Balbo nella Vita di Dante poi nel Sommario della storia d’Italia, libro di circostanza e perciò molto diffuso. A chi lo tacciava di avere in esso blandito al papato perchè tale correva la moda dopo il 1843, rispondeva che «un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti di tutti i quali palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie, hanno fatta italiana la moda nostra da vent’anni, cioè prima che fosse straniera»[256].

Il cassinese Tosti nella Vita di Bonifazio VIII e nella Storia del Concilio di Costanza e dello scisma greco applicò gl’intendimenti moderni. Quella della Lega Lombarda risente i tempi, invocando che Pio IX impugni la bandiera italiana, eccitando i fratelli a osare perchè «la storia degli uomini è compita, e beato chi scriverà la prima pagina della storia dell’umanità». Guelfo di fondo, caldo nell’esposizione, non evita sempre le pedanterie, nè cerca carte inedite[257]. In senso diverso Antonio Raineri napoletano, amico ed ultimo ospite del Leopardi, tessè la storia de’ primi nove secoli, nella cui introduzione annunzia che «l’uomo è un’anima incastrata in questo pianeta detto terra, la quale i veri filosofi considerano essa stessa come un grande animale, incastrato esso stesso fra le forze eterne... Come la terra è soggetta fatalmente alle leggi terrestri e universali. Ma fra la certezza dell’ordine materiale e intellettuale dell’universo, egli ha la libertà di operare in un modo piuttosto che nell’altro. E questa libertà non di sostanza ma di modo, non di azione ma di passione, non assoluta ma rispettiva, è bastante a salvare le ragioni della virtù».

E quanti non hanno almeno cominciato la storia d’Italia! e quanti non la interruppero perchè non trovaronvi un concetto unico, un’idea predominante! Il canonico Luigi Bossi di Milano (1758-1835), nella rivoluzione avuto incarico di spogliare archivj, formossi una ricca suppellettile di documenti e monumenti, ed una altrettanto ricca n’avea nella memoria. Di quella fece traffico, di questa abuso, giacchè fino lavori d’erudizione che impongono scrupolosa esattezza, tesseva a memoria, e mentre i vulgari stupivano a quello sterminato sapere, gli eruditi compassionavano. Certe vite beffarde di santi dovette sospendere; le molte storie che compilò perirono; ed anche la voluminosissima d’Italia, transunto di pochi libri, senza proporzioni, senza vedute, senza sincerità, senza stile.

Giuseppe Borghi, traduttore del Pindaro e autore di poesie encomiastiche e religiose, cominciò un discorso sulla storia d’Italia, amplificazione sempre in tono declamatorio e senza critica: e non trascese il ix secolo. È onorevole ricordare come gli apprestassero i fondi molti profughi, poi i generosi Siciliani. D’alta levatura è quella intrapresa per la parte antica da Atto Vannucci, per la moderna da G. La Farina, con viste politiche.

Sarebbe un non finir più il voler numerare le storie municipali; e fra quelle che ci passarono sott’occhio, a titolo di lode ricorderemo i Carraresi del Cittadella, la milanese di Carlo Rosmini per contraddizione alla filosofica del Verri; quella di Mantova del D’Arco, di Pavia del Robolini, di Valtellina del Romegialli; del Ciani sul Cadore, del Bianchi sul Friuli, la toscana dello Zobi, la bergamasca del Ronchetti, la lucchese del Mazzarosa, la comense di Maurizio Monti, del Rebuschini, dell’Arrigoni, di Cesare Cantù, la brianzuola del Redaelli e di Ignazio Cantù, la bresciana dell’Odorici, una di Lodi del Vignati, una di Todi del Leonj, due veneziane del Capelletti e del Romanin. L’affetto repubblicano appare nei lavori sul Canton Ticino e sulla Svizzera di Giuseppe Curti, di Stefano Franscini, lodevole uomo di Stato. Gaetano Milanesi pubblica documenti sulle arti in Siena, e annotando il Vasari avanza la storia, così importante e allettativa delle arti. Ed ogni città può dirsi abbia avuto uno storico; ma pochi che intendessero l’ufficio delle municipali, qual è di rivelare la vita del Comune, connessa colla nazione eppure avente glorie, dolori, turpitudini, interessi suoi proprj[258].

Di Chiese parziali s’occuparono l’Aporti per la cremonese, il Nardi per l’aquilejese, il Morcelli per l’africana, il Capelletti per le venete e in generale per le italiane, l’Emanuel per la nizzarda, il Semeria per quella di Torino oltre i secoli cristiani della Liguria; per quelle del Piceno il Lanzi, il Compagnoni, il Turchi, il Catalani, il Wogel, il Lancellotti.

La Storia del regno di Napoli del Vivenzio, il Progetto della Storia universale del Mazzarella, la Storia del regno sotto i Borboni del De Angelis, il Regno e la città di Napoli del Rosselli, il Dizionario storico del regno di Oliviero Poli e la Biografia degli uomini illustri del regno da una società di letterati, non vissero che il tempo d’essere lodati da giornalisti. Il duca di Ventignano nella Scienza della storia confutò leggermente la leggera del Delfico. Nella Storia della rivoluzione di Napoli Vincenzo Coco ha il calore di chi ne fu parte e il senno di chi profittò degli errori, non discredendo alla libertà, quantunque lodi i Napoleonidi d’aver rimesso il freno. Tornato il paese a’ suoi re, egli rimpatriò, ma dopo otto anni di mentecataggine morì il 1823. Nicola Palmieri, morto del cholera nel 36, oltre una debole storia lasciava un Saggio storico e politico sulla costituzione del regno di Sicilia fino al 1816. Più divulgossi quella del generale Colletta, che tolto dall’attività de’ tempi e sturbato dalla patria, si pose in età matura a imparare a scrivere da Gino Capponi, dal Niccolini, dal Giordani, il quale ne rivide sei volte il manoscritto, e alcuni brani rifece[259]: così acquistò, se non uno stile, una maniera, che da facili amici fu qualificata tacitiana. Anzichè chiarire le verità e accertare i fatti, cercò piacere col blandire contemporanee passioni.

La Sicilia ebbe una storia generale dal Ferrara, che attribuì molta attenzione alle antichità (1814); delle quali si occuparono pure Leante, Capodieci, Maggiore, Avolio, Politi, Judica, e più il duca di Serra di Falco. Napoli Signorelli ne fece la storia letteraria, poi il Narbone con troppe generalità, autorità cumulate e male discusse, divagazioni interminate, arrogando alla Sicilia glorie straniere, appoggiandosi al Ragusi, al Mongitore e simili, e sconoscendo i più moderni acquisti dell’archeologia e filologia. Domenico Scinà di Palermo (1765-1837) nel 1803 pubblicava un’introduzione alla fisica, dividendola in tre epoche, di Galileo, di Newton e l’odierna quando fisica e chimica formerebbero una scienza sola; divinazione notevole; nella Topografia di Palermo insegnò ad applicare tutte le scienze naturali allo studio speciale d’un paese; meglio ancora riuscì studiando Archimede, Maurolico, Empedocle, poi la storia letteraria della Sicilia nel XVIII secolo. Fautore del Governo costituzionale, avverso alla unione coll’Italia, onest’uomo ma superbo, intollerante e litigioso, nulla sperava, ripetendo, — Siamo birbi», e morì del cholera credendosi avvelenato.

Pompeo Litta milanese (1781-1852) nelle Famiglie celebri avviò un’opera di pazienza e spesa, la quale comechè inesatta per la cronologia e la genealogia, si distingue per giudizj non vulgari e passionati e per epifonemi. Opere fastosissime, come il Costume di tutti i tempi e di tutte le nazioni del Menin di Padova, e peggio il Costume antico e moderno che va col nome di Giulio Ferrari di Milano, sono compilazioni di nessun vantaggio alla storia. V’è qualcuno che scrisse cinquanta volumi storici senza meritare altro posto che nella bibliografia. Alcune biografie del Lomonaco piacquero per calore giovanile e per quelle passioni, alle quali poi indulgendo egli si uccise: alcune di Carlo Rosmini s’allargano all’importanza di storia. Gli Uomini illustri di Ravenna di Filippo Mordani tra frasi compassate e generiche non danno giusto concetto del lodato nè il fanno amare[260]. Sono più vivi il Fabretti ne’ Capitani dell’Umbria, il Ricotti ne’ Capitani di ventura, il Promis negli Architetti militari, e pochi altri che in tali lavori sanno far convergere que’ fatti minuti, privati e pubblici, che danno giusto criterio d’un uomo e della condizione d’un popolo[261].

Agli Annali musulmani del Rampoldi scema fede il non avere egli conosciuto le fonti e valersi delle traduzioni francesi, perfino nella trascrizione dei nomi; cita senza lealtà, e fin dicendo l’opposto; millanta Amari, dopo avere illustrato i Vespri siciliani, con amore e cognizione tessè la storia della Sicilia sotto la dominazione araba, grandemente esaltando quegli estranei signori.