L’erudizione è lavoro preparatorio indispensabile, e lo sprezzarlo è come sprezzare la chimica e l’anatomia: ma deve condurre al frutto suo più elevato, la storia. Sì strepitosi eventi e tanto cumulo d’esperienza doveano elevar a considerare gli avvenimenti umani non più come una successione fortuita, ma come la manifestazione di leggi costanti, ove le perturbazioni, vale a dire gli accidenti e il capriccio, hanno parte tanto più piccola quanto più grossa è la moltitudine su cui operano; mentre nella genesi delle istituzioni sociali si procede da un avvenimento all’altro per forza d’evoluzione. Eppure in Italia ottengono lode di storia mere esercitazioni letterarie. Carlo Botta da San Giorgio nel Canavese (1766-1837), narrando l’indipendenza dell’America[250], della quale gli erano estranei e gli uomini e le cose, procedette senz’ira e partito; e diffidente ancora di sè, non trinciava a baldanza, nè giudicava per epifonemi, rispettando se stesso e i lettori[251]. Mescolatosi nella invasione francese e presto disgustatone, collocossi a Parigi, dove campò tanto da vedere suo figliuolo Emilio (-1870) raccomandarsi alla posterità per le antichità di Korsabad che scoperse sul presunto posto dell’antica Ninive. Carlo, per ispirazione borbonica avea scritto la storia d’Italia dal 1790 in poi. Già vecchio, in soli quattro anni dettò la continuazione del Guicciardini, per due secoli e mezzo pienissimi di eventi, ciascuno dei quali esigerebbe diuturne ricerche; ma egli, già sicuro della propria fama, lavorò di seconda mano, nè tampoco correggendo materiali falsità, nè accordando due autori qualora di uno non si contenta, «dilatandosi ove trova materiali già disposti»; eccellente dipintore delle esteriorità, dilungasi in marcie[252], battaglie, tremuoti, fami; e non istà a vagliare quando gli capitano avventure straordinarie, orribili, pittoresche; pago di recamare su altrui orditura frasi galanti, colle quali e colle aggiunte arbitrarie guasta le particolarità caratteristiche; e nella impreveduta composizione riesce sproporzionato. Tale compilazione scarsa e illaudabile pel contenuto, anche per la forma resta inferiore alla precedente. Avea cominciato cogli arcaismi ripescati nel vocabolario, finì col neologismo più sbadato, eppure non mondo di affettazione: la brevità del periodare solo dagl’inesperti può farlo giudicare un Tacito, mentre è appena uno Svetonio. Quanto alle cose, il medioevo ritrae come età pazza, scarmigliata, degna delle cronicacce di frati e di castellani ignoranti; un «misero tempo, in cui le promesse e le minaccie della vita futura regolavano la macchina sociale». Vi porta qualche barlume il gran triumvirato italiano, poi la luce si effonde mercè della insigne famiglia dei Medici. Come a questa grandezza venisse o compagna o seguace la servitù d’Italia, non ebbe egli a raccontare, nè mostrò comprendere; ma descrisse i patimenti indecorosi della nazione dal 1534 fino alla rivoluzione. L’unica grandezza superstite all’Italia non conosce; anzi i papi ne considera come la peste; sul sinodo Tridentino celia, come il Sarpi che copia a man salva; nei frati vede soltanto oziosi mascalzoni, o gabbamondo. Alla fine i principi, ispirati dai filosofi, dai Giansenisti, da quegli insigni che caldeggiarono la libertà del principato, avviavano a meravigliosi progressi l’Italia, quando sopraggiunse un’orda di Giacobini, guidati da un fortunato che, sbagliando sempre, sempre vinceva. E il lato orrido e lo schifoso unicamente ravvisa il Botta della rivoluzione; s’adira alla ghiotta prepotenza delle amministrazioni militari e ai pazzi imitatori delle pazzie francesi: eppure della descrizione di quegli effimeri delirj empie la sua opera, ben dieci libri consumando attorno a un anno solo; a qualche festa d’un giorno, alle mattìe d’un esaltato concedendo lunghissime pagine, mentre sorvola alla creazione d’un regno, meravigliosa fino ai nemici; non nomina o appena tanti letterati e scienziati che rabbellirono, e il prode esercito; se impreca alle prepotenze forestiere, anche nei nostrali non riconosce che vigliaccheria e ferocia; sol quando vengano a soccombere li largheggia di compassione, scuse, elogi. Vero è che diffuse sugli Italiani piuttosto beffa che infamia, come si piacquero altri dappoi; sentesi ch’egli ama la nazione, quantunque non mostri stimare che i Piemontesi; benchè il fosse non solo senza pericolo ma per condiscendenza, tiene del liberale quel parlare del Buonaparte con un’ira che somiglia disprezzo, e il continuo protestare contro la forza in quella Francia, dove ben presto una colluvie di storie, di canzoni, di pitture, di opuscoli popolari ed elementari dovea rinnovare quel fascino della gloria, che è il dissolvente della libertà.

Ma la libertà il Botta non intendevala alla moderna; professa di «non amare gl’imperj dimezzati»; si accanisce contro le costituzioni fino ad esclamare che in Italia «le nazionali assemblee sono pesti»; l’Europa chiama «feroce, miseranda»; non crede che «paese più matto di essa sia stato al mondo» (lib. XXXII); sprezza l’umanità, sprezza l’uomo, questo «verme in cui la formazione ha fallato..., razza gladiatoria ove chi non accoltella è stimato goffo»; nè crede a perfezionamento, a ragione o a compassione; «un anelito ferino l’umana razza conserva, e il diavolo la trae»; e «pazzo chi vuole seminare, tra gli uomini odierni, semi salutiferi».

Di ciò sarebbe a domandargli severo conto s’egli mostrasse quell’unità che rivela un autore serio, un intento ponderato. Ma il suo bestemmiare o deridere è vezzo di scuola; chè del resto il fondamento di soda politica, il criterio morale, la chiara intelligenza dei tempi gli mancano, del pensare dispensandosi mediante comodissime frasi, «il fato, la fortuna, ritirare verso i principj». Amplificazioni dove prevale l’accessorio e nelle particolarità si perde ogni senso degli universali, dove non sia nè amor del vero, nè studio di cercarlo, nè critica di distinguerlo, nè lealtà di esporlo, non costano sforzo all’autore nè fan profitto al lettore; e nessuno certamente vorrà imparare dal Botta le vicende patrie: ma poichè quel libro sarà raccomandato sempre per la pulizia del dettato e la varietà di modi e il dire italianamente tante cose inusate, e la serenità dell’esposizione, e la spiccata evidenza di ciascun fatto, quale appena si trova nel Boccaccio, converrebbe con sobrie note avvertire degli errori di fatto, e delle opinioni illiberali, acciocchè, ammirandolo come arte, non se ne assorbano falsità e sconsideratezze. È vero che bisognerebbe annotare quasi ogni periodo; ma è pur vero che tuttodì ai giovinetti si porgono autori latini, pieni d’inesattezze di fatto e d’errori di giudizio, che non potrebbero darsi i peggiori quando si trattasse non di educarli, ma di pervertirli[253].

Lusingati da quest’esempio, molti ingegni diedero frondi d’elocuzione ove chiedeansi frutti; niun peggio dell’Angeloni nell’Italia, e del Drago nella Storia della Grecia antica, ridicoli per frasi rugginenti. Della Grecia nuova scrisse con toscana semplicità Luigi Ciampolini. Lazzaro Papi da Lucca (1763-1834) si perigliò al gran dramma della rivoluzione francese, ma al modo che si narrerebbe quella di un popolo antico; inoltre fece lettere sulle Indie orientali, una traduzione del Paradiso perduto ed altre dal greco. Il duca di Lucca lo fece bibliotecario e precettore di suo figlio; e quando poco dopo morì, voleva erigergli una statua.

E per l’origine sua pisana, e per la lunga dimora, e più per l’affetto onde guardò le cose nostre vuol qui menzione Carlo Sismondi da Ginevra (1773-1842). Nel Quadro dell’agricoltura toscana (1801), ai vasti poderi e agli uniformi ricolti che avea visti in Inghilterra paragona quella suddivisa coltura, dove ogni arboscello è accurato dal padrone, e dappertutto trovasi luogo a un gelso, a un fico, a un olivo, mentre la vigna s’arrampica sulle nude pendici, e ad ogni svolta d’angolo una coltivazione diversa, e piccole cascine modello di pulitezza, dove un proprietario lo accoglieva ospitalmente, e dall’aja, ch’è il piano più vasto dell’esigua tenuta, gli mostrava il sorriso di quella natura, e i sudanti villani che talvolta sospendeano i lavori per ricrearsi al canto, e le forosette che riposavansi novellando sotto all’arancio e ai pergolati di gelsomino. Il Sismondi ammirava l’agiatezza così diffusa; quelle fatiche il cui eccesso non rapiva la bellezza nè prostrava le forze; quella diuturnità di possesso o di coltivazione, che faceva fratelli tutti i conterranei; quel culto cattolico, che ogni tratto raccoglie alle stesse pompose cerimonie il ricco col povero, l’ignorante col dotto, ed eccita l’immaginazione e moltiplica i riposi. A Pescia comprò un poderetto, coltivato da un mezzajuolo; e quest’associazione del capitale col lavoro, del possidente col colono, il Sismondi continuò tutta sua vita a invocarla per tutti, e ripetere che la terra è la cassa di risparmio ove il povero deposita a frutto ogni istante di libertà, e su cui fonda il riposo e la prosperità fra le vicende politiche. Solo lagnavasi che gl’incrementi economici degradassero la condizione del contadino, e il monopolio invadesse non solo la campagna di Roma in poche mani restringendo i latifondi, ma anche la Toscana col sostituire grandi bigattiere all’individuale operosità de’ villici.

A queste idee filantropiche si conforma l’amore dei Governi popolari. Con madama di Staël, che cercava impressioni pel suo romanzo Corinna, egli percorse la nostra penisola, rintracciando documenti e ispirazioni per la Storia delle repubbliche italiane. La pubblicò dal 1808 al 18 in sedici volumi; ed era una protesta contro gl’incensi che alle idee militari e assolute prodigava la letteratura. Scrivendo del paese ch’è centro all’unità cattolica, dell’età organata sopra la Chiesa, e dove la potenza prevalente erano i papi, e manifestazione lo splendore delle arti e del culto, fu pregiudicato dall’aridità calvinica e dal razionalismo: e noi, riconoscenti a un amico che confortò i primi nostri passi come avea ispirato le prime nostre concezioni storiche, dovemmo spesso contraddirne le asserzioni, più spesso i giudizj (tom. VII, pag. 355).

Anche per la Biografia universale del Michaud egli dettò articoli che concernono gl’Italiani; e nella Letteratura dell’Europa meridionale ragionò dell’italiana con franchezza non ispassionata e colle intenzioni romantiche. Volentieri egli tornava in Italia e nella sua Toscana: stabilitosi poi presso Ginevra, che piacevagli come «ultimo rifugio ove l’amor della città si confonde coll’amore della patria», passò vent’anni amato, riverito, ospitale ai forestieri, largo di conforti e di pietà alle vittime delle rivoluzioni italiane del 1821; esultò a quelle del 30 profetizzando l’avvenire d’Italia, poi compianse ai disinganni; e pure guardando la Francia come «il solo paese su cui possa farsi conto per mettere barriere al despotismo», deplorava il mancarvi stabilità. Sebbene considerato come gran liberale, e applaudisse i tentativi verso più larghe condizioni politiche, egli professava che «nelle rivoluzioni i ciechi poteri delle bajonette e della ghigliottina surrogansi a tutta la forza che l’ordine desumeva dianzi dal rispetto o dall’abitudine»; crede alla sovranità del popolo, ma s’eleva contro la tirannia della maggiorità, ch’e’ distingue dalla volontà nazionale. Quando poi vide Ginevra mettersi in fuoco per proteggere le tresche di Luigi Buonaparte, si oppose, e n’ebbe scherni e minaccie dal vulgo subornato. Poi venuta su una gente nuova, ci toccò di vedere il venerabile vecchio escluso dagli affari pubblici, che sono tanta parte della libertà cittadina, e vilipeso come aristocratico.

Il Sismondi aveva saltata a piè pari quistioni cardinali della storia nostra, la condizione de’ natii sotto i Barbari, e l’origine de’ Comuni. Questa era stata piuttosto tocca che discussa fra noi, i più col Pagnoncelli derivandoli dai Piomani: ma un discorso del Manzoni intorno ai Longobardi fece conoscere qui la distinzione che Agostino Thierry diffuse[254] in Francia, tra il popolo vinto e il vincitore, e così un nuovo modo di valutare la condizione degl’italioti nelle età barbare. Secondo il qual modo furono meditati quei tempi da Carlo Troya napoletano, autore d’una Storia del medioevo d’Italia così ampiamente divisata, che non era a lusingarsi di vederla inoltrata. Analizzò egli scrupolosamente ogni parola degli scarsissimi documenti dell’età lombarda, dispensandoli in un ordine cronologico che bastava a dissipare cento vecchi pregiudizj, invano rimpellati da articoli e opuscoli che improvvisavano la confutazione d’un lavoro di lunga fatica e di austera coscienza. Allora tal quistione e quelle che ne derivano furono agitate da molti, principalmente con idee venuteci dai Tedeschi[255], i quali, poniamo che esagerassero, convinceano che molto doveva attribuirsi all’influenza germanica.

A dare cognizione del medioevo contribuì la passione invalsa di pubblicare documenti. In alcuni paesi un villano sperpero e un turpe mercato n’era avvenuto allorchè furono aboliti i conventi; poi s’ammucchiarono in archivj, senza quelle cure che alcune corporazioni vi avevano applicate nel secolo precedente. Altrove se ne trasse profitto, e principalmente del ricchissimo archivio di Lucca si cominciarono a pubblicare gli atti, regnante Elisa e colle vedute d’allora, sicchè i primi volumi sono lontani dall’elevazione ora raggiunta dalla storia; nei posteriori il Borsacchini ed altri mostrarono intendere l’erudizione nuova, sia in fatto di governo, sia di filologia. Delle scritture riferentisi all’Italia nelle biblioteche parigine, fece un catalogo il Marsand con iscarsa intelligenza, e preziose lettere ne ricavò Giuseppe Molini. Eugenio Albéri, autore d’un’apologia di Caterina de’ Medici, stampò le Relazioni d’ambasciadori veneti, tesoro di cognizioni positive intorno ai varj Stati nostri e forestieri, continuata da Guglielmo Berchet e Barozzi. A Firenze l’Archivio storico del Vieusseux raccoglie opere, sconosciute la più parte, scelte con senno, bene edite, e con que’ sobrj e savj avvertimenti che ne agevolano l’uso a chi una volta avrà potenza di ridar vita alle aride ossa.

Il Piemonte, che sentì il bisogno di mostrarsi italiano più che nol potessero le avite tradizioni, cercò sollecito nel suo passato; il Cibrario per ordine regio trasse dagli archivj nostrali e forestieri I sigilli della monarchia di Savoja, una storia di questa, una di Torino, una di Chieri, una dell’economia del medioevo, una delle finanze del regno: lavori che desidererebbero migliore forma. Gli atti dell’Accademia torinese ridondano di dissertazioni intorno a monumenti o a punti speciali della storia dell’alta Italia. Gli archivj di quel paese rimasero chiusi alle istanze del Muratori e agli studiosi fin quando Carlalberto non istituì una deputazione che gli indagò, pubblicandoli con intelletto e con amore. L’istituzione fu poi imitata in tutte le parti d’Italia. Nè vogliamo dimenticare i lavori del Muletti sulla città e i marchesi di Saluzzo, del Carruti su Amedeo II, del Sauli sulla colonia di Gálata, del Bottazzi e del Carnevale su Tortona, del Promis sulle monete ossidionali e quelle dei principi di Savoja e Piemonte, di Leone Menabrea sulle Alpi, di Novellis su Savigliano, di Vallauri sulla letteratura, di Sclopis sulla politica e la diplomazia, del La Margarita sui trattati pubblici della Casa di Savoja, del Manno e del Martini sulla Sardegna, dell’Adriani sui Fieschi di Lavagna e su altre famiglie. Fanno casa a parte quelli di Genova: Girolamo Serra ne racconta la storia civile fino al 1483, ove comincia il Casoni; cercatore coscienziato e lucido spositore, scevro di forestierume e di arcaismi, ma senza genio; e la costante ribrama della patria libertà, che avea tentato rialzare nel 1814, fa che giudichi gli avvenimenti con parzialità municipale. Dalla quale traggono anima i recenti lavori del Canale sull’intera storia, e del Celesia sull’episodio del 1747, e la storia popolare del Bargellini.