Moltiplicaronsi traduzioni dal greco, come l’Erodoto dal Mustoxidi, italiano d’adozione, in maniera arcaica; e gli altri che formano la Collana del Sonzogno. Più vantate sono le poetiche, l’Iliade dal Monti, l’Odissea dal Pindemonti, ed entrambe dal Mancini; i Tragici dal Bellotti, il Pindaro dal Borghi e dal Mezzanotte, l’Aristofane dal Cappellina, il Callimaco dallo Strocchi, l’Apollonio Rodio dal Rota; ai quali vanno aggiunti l’Orazio da Gargallo e Colonnetti, il Virgilio da moltissimi, facilmente superiori al Caro in fedeltà, non in impasto e candore. Da noi lo studio delle forme è ancora sì riputato, che alcuni salsero in fama con null’altro che col ben tradurre.

Lo studio filosofico sulle lingue chiarì che non sono risultanza del caso, ma prodotto normale e necessario dell’intelligenza e dell’organismo umano; le variazioni da popolo a popolo, i cambiamenti d’età in età hanno cause intime, che coll’attenzione possono ridursi a leggi generali. È questo il proposito della filologia comparata, sorta può dirsi colla grammatica tedesca di Jacobo Grimm nel 1819, e che gl’idiomi aggruppa sotto varj capi, e ne coglie le somiglianze e le differenze. In tal genere, a tacere le compilazioni, quali l’Atlante etnografico del Balbi e le promesse del Biondelli, a vasti intenti si elevarono Janelli nelle Lingue criptiche e nell’Ermeneutica jeroglyphica, il Vegezzi, il Marzolo ne’ Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola: ma ci resta troppo ad imparare dagli stranieri. Da Samuele Luzzato professore a Padova, che nel Giudaismo illustrato (1838) portò gran luce sulle dottrine e le credenze ebraiche, nacque Filosseno (1829-54), che indagò l’elemento sanscrito nelle lingue assira ed egizia, studiando le iscrizioni di Persepoli e Korsabad, e illustrò varj punti della letteratura giudaica; ma morì giovanissimo. Ne ereditò i meriti l’Ascoli, il quale nella piccola Gorizia maturò studj linguistici, ove poi divenne maestro, e quasi fondatore della nuova filologia che studia il linguaggio nelle sue relazioni col pensiero e le lingue nell’interna loro struttura e nelle analogie e dissomiglianze loro. Le ardite interpretazioni bibliche proposte dal romano Lanci, caddero con esso. Su quelle esposte dal Tiboni nel Misticismo biblico pendono i giudizj, che da noi sogliono venire tardi, e per lo più di riporto[248]. Il milanese Ottavio Castiglioni (1785-1849) s’approfondò sulle medaglie cufiche e sul gotico antico. I Lazzaristi faticano intorno agli autori armeni, letteratura che da Venezia fu rivelata all’Europa. Rosellini ebbe gare col Chiarini professore a Varsavia intorno ai punti vocali del testo ebraico, ch’egli crede antichi ed autentici. La festa delle lingue che si fa ogni epifania alla Propaganda di Roma, cresce sempre il numero di quelle, in cui si porge sperimento agli attoniti e non competenti spettatori.

Portentoso poliglotto fu il Mezzanotte, ed ancora più il bolognese Mezzofanti (1774-1849), che la meravigliosa facilità a imparare le lingue sviluppò versando negli ospedali pieni di soldati d’ogni nazione nel 1799, poi cogliendo ogni occasione di parlare con missionarj stranieri e d’avere dizionarj, e così acquistò moltissime lingue, e i loro dialetti. Però in lui la potenza di generalizzare fu piuttosto d’istinto che di ragione, nè indagò per qual meccanismo arrivasse a tanta cognizione, nè studiò quel ch’egli potea meglio d’ogni altro, la parentela fra gl’idiomi, e ingenuamente diceva: — Il Signore mi concesse grazia di capire; è Domenedio che mi ha data tanta memoria».

Più proprio del nostro paese fu l’illustrare le antichità, che qui abbondano e che sempre nuove si scoprono, seguitando le traccie di Ennio Quirino Visconti (t. XII, p. 525). Sulla storia romana si moltiplicarono indagini parziali, massime dacchè il Niebuhr aperse orizzonti così arditi alla congettura. Contro di lui l’Orioli sostenne la genuinità dei re di Roma, e pretese trovare nella loro successione un ordine speciale cognatico. Bartolomeo Borghesi da Savignano, assiso nella piccola repubblica di San Marino, acquistò fama di primo archeologo, principalmente nell’illustrare i fasti consolari. Labus descrisse i musei di Mantova e di Brescia sua patria, singolarmente perito nel supplire le lapidi mutilate e in un metodo di asseverare le parentele fra gli antichi.

Luigi Canina di Casal Monferrato (-1856), che diede la storia dell’architettura greca e romana, delle basiliche primitive, della via Appia, tolse a «dimostrare la Campagna romana nello stato antico, cominciando dal tempo in cui si ebbero memorie storiche dei popoli primitivi, sino a tanto che la sede imperiale venne trasferita in Oriente», e conservossi devotissimo agli antichi, a costo d’essere tacciato di credulità. M. Nicolai molto si occupò dell’Agro romano, non solo chiarendone la geografia antica, ma cercandone i miglioramenti, e soprattutto discorrendo delle paludi Pontine[249]. Gaetano Pinali, oltre le fabbriche del Sanmicheli, illustrò le molte anticaglie di Verona, Aldini le epigrafi comasche, Kandler le triestine. Il romano Guatani proseguì i Monumenti del Winckelmann, e pubblicò i sabini; come quelli della Sardegna ebbero luce da La Marmora, da Martini, da Spano. Ogni paese ebbe qualche studioso che dalle ruine dedusse più ampia cognizione del passato.

Sulle antichità ecclesiastiche è a dolere sia rimasta in tronco l’opera del padre Marchi intorno alle catacombe, animata da ben più eccelso sentimento e da scienza più profonda che non la divulgata di Raoul Rochette: superato anch’egli dal De Rossi.

L’erudizione ebbe a rinnovarsi totalmente mercè le grandiose scoperte di monumenti, siano artistici, siano scritti. Intorno ad Ercolano e Pompej proseguironsi dotte elucubrazioni, massime dall’accademia Ercolanense: ma l’attenzione de’ nostri e de’ forestieri si portò più arguta sulle mura ciclopiche, le necropoli, le città etrusche. Una società di corrispondenza archeologica, da Prussiani istituita a Roma, divenne centro di studj, e pubblicò anche una descrizione di Roma, con novità qualche volta paradossali, ma spesso correggendo errori canonizzati dai ciceroni e da quelli che su di essi farciscono le guide. Francesco Inghirami, ritiratosi nella badia fiesolana, vi allevò giovani nella tipografia e calcografia e nel disegno, e con questi sussidj compì l’opera de’ Monumenti etruschi in dieci volumi, e le Pitture de’ vasi fittili per servire allo studio della mitologia ed alla storia degli antichi popoli, oltre la descrizione del museo Chiusino e la storia della Toscana in sette epoche distribuita. Giambattista Vermiglioli (1799-1855), uomo tutto degli studj severi e principalmente degli archeologici, trovò ampio pascolo nelle antichità che continuamente rivela la sua Perugia, sempre e unicamente fedele al sistema greco-latino. Secondo questo, interpretò le iscrizioni perugine, e quella scoperta nel 1822, ch’è il maggior documento di essa lingua; come il più importante cimelio di quella civiltà è il sepolcro dei Volunnj, aperto a Perugia il 1840, pure illustrato dal Vermiglioli. Lasciò lezioni elementari d’archeologia, dissertazioni sulla topografia perugina nel secolo XV, sugli storici perugini, su altre materie storiche talvolta offuscate da vanità di patria. Il Coltellini contraddisse a lui ed al Lanzi quanto alla lingua etrusca, che il gesuita Garucci vorrebbe spiegare coll’ebraica, e che, malgrado tante fatiche, e gli studj del Corsen, rimane arcana.

Bisognerebbe che i nostri dessero col fatto la mentita a quell’asserto del Niebuhr, che da noi si dissotterrano medaglie, si dicifrano lapidi, ma è la dotta Germania che di tempo in tempo ne fa la rivista, e le anima colle idee. E per verità nessuno ancora è comparso a trarre una sintesi dai lavori dell’Avellino, del Fabretti, del Momssen, dei gesuiti Secchi e Marchi, di Pietro Visconti, del Garucci, del San Quintino, del Guarini, dello Zanoni, del De Rossi, del Minervini, del Conestabile, del Promis..., e a darci una storia de’ primitivi tempi italici, ove la congettura sia appoggiata da quanto l’erudizione offre di positivo. Giuseppe Micali (-1844) la tentò nella Storia degli Italiani avanti i Romani (1810), ma nella Storia degli antichi popoli italiani (1833), era mero divulgatore; cresciuta la messe, dopo molti anni dovette rifonderla: l’entusiamo patriotico non lasciogli ponderar bene le divergenti opinioni; e qui pure noi generalmente camminiamo sulle orme altrui, echeggiando le novità che ci vengono di fuori, e che spesso non consistono che in una più compita monografia, in una definizione più precisa, in una denominazione calzante.

L’Egitto, aperto dalla spedizione di Buonaparte agli scienziati europei, dopo la pace destò interminabili ricerche, sino a credersi d’avere alfine trovato il modo di leggere quelle enormi pagine di granito, esposte da quaranta secoli agli occhi di tutti, quasi ad insultare l’umano orgoglio, che non riuscì ancora ad accertare la lezione d’una sola. Belzoni (1778-1825), figlio d’un barbiere padovano, perlustrò quel paese aprendo alcune piramidi, e descrisse con verità, sebbene insufficiente di erudizione e di quella penetrativa che somiglia a divinazione. Mentre cercava la misteriosa Tomboctu, egli morì al Benin. Il piemontese Amedeo Peyron, inesauribile nell’erudizione classica, indovinò che il copto era la lingua antica degli Egizj, e che ad esso bisognava ricorrere per interpretare i geroglifici, il cui studio di molto egli fece progredire; e dicifrò i papiri del museo torinese, impreziosito dai monumenti vendutigli dal piemontese Drovetti. Quando il Governo francese mandava Champollion ad esplorare l’Egitto, la Toscana gli associò Ippolito Rosellini di Pisa, col naturalista Raddi e dieci disegnatori; il frutto di loro indagini si espose nei Monumenti dell’Egitto e della Nubia. Il Valeriani, il Segato ed altri divulgarono su tal conto le nozioni esposte dai Francesi. Salvolini di Faenza, allievo del Mezzofanti, nell’Analisi grammaticale de’ varj testi antichi egizj (Parigi 1836) tentò spiegazioni diverse dal Champollion.

Più in là sta l’India, terra di misteri, e che sotto una maestosissima lingua involge le origini e i primordj della civiltà di tutto l’Occidente. Ad essa ed a quei libri sacri e poetici si rivolsero alcuni nostri, come il Flecchia, il Maggi e principalmente il Gorresio, che, secondato dal Governo sardo, fece un’edizione e traduzione del Ramayana.