Chi possiede quest’infelice abilità della satira, invece di fomentare gl’istinti malevoli e codardi, far caricature bugiarde, cospirare coi violenti nell’esporre qualche nobile idea o qualche bel nome alle risate degli sciocchi, e usurpare l’uffizio del delatore disponendo colla celia alla spudorata calunnia o alla cupa denunzia, potrebbe esercitarsi nell’ispirare benevolenza ed azione, al livido spregio surrogare la riflessione riformatrice, battendo le ambizioni materiali, la faccendiera insolenza, gli sbagli della vanità, la grettezza positiva, le anguste convenzioni sociali, l’inerzia camuffata d’eroismo e la paura coperta di ditirambiche vanterie, la credulità surrogata alla fede, l’elegante fatuità eretta giudice della pensosa sapienza, la leggerezza cittadina fatta negatrice di virtù che la mortificherebbero, denunziatrice di atti che non è capace di comprendere, e la legge, or imposta a chi vale e vuole, d’inchinarsi sotto alla sferza di chi nè sa nè fa, e alla petulanza di chi decide di tutto, eppur non crede a nulla.

Poco fu compresa la radicale riforma della tragedia, nella quale si avventurarono Tedaldi-Fores, De Cristoforis e molti altri, e meglio Carlo Marenco da Ceva, che si propose innestare i due generi classico e storico: ma restò lontano come dallo stile del Niccolini, così dalla sapienza storica di Manzoni, deducendo la sua quasi unicamente dal Sismondi, e all’intima intelligenza cercando supplire colle particolarità esteriori. Ciò vuolsi inteso pure dei molti drammi in prosa, più vicini alla commedia, come quei del Battaglia, del Sonzogno, del Sabbatini, del Revere, ove talvolta con felicità vediam posti in azione personaggi o momenti capitali della storia nostra: ma più spesso non si fa che chiedere alla storia un nome siccome tipo d’un carattere o d’una passione; o procurasi coll’intrigo eccitare nella frivola e logora folla emozioni fittizie, incessantemente rinnovandole.

E in questi, e più nella commedia, anzichè le festive ispirazioni della critica morale e urbana che si propone abusi veri da correggere, attuali ridicolaggini da colpire, troppo comune si sente l’imitazione; colpa del recitarsi quasi sole composizioni francesi, e dell’accontentarci alla pittura triviale della vita, senza i grandiosi prospetti di chi guarda da ben alto. Dalla lepida vivacità del Goldoni quanto non distano i compassati dialoghi del Nota! Dallo spiritoso Avelloni, dall’ingegnoso Gherardo de Rossi, dal Giraudi, dal barone di Cosenza, dal Brofferio, dal Bon, dal Fambri, dal Gherardi del Testa, dal Ferrari, dal Servadio, dal Gualtieri, dal Giacometti, dal Fortis... si potrebbe cernire un repertorio da reggere a petto de’ forestieri, se l’accattar da questi non ci avesse svogliato dei nostri, se non si scrivessero o nel francese italianizzato che parlano le botteghe, o in quel gergo freddo e povero che si chiama lingua letteraria. Io non so che alcun dramma nostro sia passato nella lingua e ancor meno sulla scena di stranieri.

Entrata la febbre politica, anche il teatro ne venne invaso, adulterando perciò la storia, e all’azione supplendo colla declamazione, e aprendolo all’ira, alla beffa, alla denigrazione: ma stiamo tuttora osservando se, coi misfatti d’Aristofane, ci si presenti qualcuna delle immortali sue bellezze[247].

L’avvocatura non avea mai taciuto in Italia, e principalmente rinomata era l’eloquenza de’ Veneziani. Il regno d’Italia, indi i paesi dove sopravvisse o rivisse la pubblicità de’ giudizj, continuarono ad offrire esempj di quello stile prodigo che designa per avvocatesco, e che trovò poi a sfoggiare nei Parlamenti, ancora contaminati dalla retorica.

L’eloquenza evangelica, usata nelle missioni e nelle istruzioni improvvisate, non si scrive; e la fama del Quadrupani, del Devecchi, del Valdani, del Branca appartiene alla pietà più che all’arte: la scritta eccitò ad ora ad ora applausi e rinomanze, che poi il tempo e la lettura cancellarono, Giuseppe Barbieri da Bassano, che più di tutti ebbe encomiasti e detrattori, cominciò con tono filosofico, non opposto ma scevro di teologia; si mise poi ai dogmi, ma l’unzione gli mancò sempre: quand’è eloquente, l’è in maniera ingegnosa, non mai ingenuamente e di slancio; sempre l’arte lascia sentire anzichè la santità; e la frase lambita, ridondante, il periodo pretensivo non possono che nuocere all’effetto di quella parola santa, che vuol essere ornata sol di se stessa.

Della letteratura nostra molti scrissero le vicende; e trasandando le compilazioni del Maffei, del Cardella, del Salfi, del Levati, vuote d’ogni concetto, pinze di nomi e date, e rassegnantisi ad oracoli altrui ed ai pregiudizj, Antonio Lombardi modenese continuò quella del Tiraboschi per tempi la cui vicinanza risparmiava la fatica d’indagini; eppure, invece di pronunziare in testa propria come chi lesse, si adagia fino alle peggiori autorità, quelle de’ giornali e delle necrologie. Giambattista Spotorno non compì la storia letteraria della Liguria, e mostrò scienza ed ira nell’asserire a Genova sua la cuna di Colombo. Pezzana illustrò la parmense, laboriosamente supplendo all’Affò; Vermiglioli la perugina, Fantuzzi la bolognese, Cesare Lucchesini la lucchese, Vallauri la piemontese, Boccanegra, Sorio, Barbieri la napoletana, Carbone la sicula, Marini e Audifredi la romana, Nannucci quella de’ primi secoli. Camillo Ugoni continuò i Secoli della letteratura del Corniani con maggior franchezza di stile e di sentenze. Emiliani Giudici si propose di «dedurre le vicende della letteratura dai grandi avvenimenti della mente umana»; pur rimase dispettoso alle novità e ai maggiori moderni; sebbene venisse dopo tanti emendatori dell’opinione vulgare, dopo sì copiosa eruzione di documenti, scrive di Manfredi, di Corradino, del Vespro siciliano, di Federico II, di Bonifazio VIII colle favole del secolo passato; accampa orribilità di vizj politici, non temperate da virtù private, onde suona ragionevole quel suo desiderare che la stirpe umana venga sterminata. Diede anche una storia de’ Comuni: ma arrivato a Enrico VII, la cui fine egli considera come la maggior disgrazia d’Italia perchè diroccava le speranze de’ Ghibellini, fu costretto accorciare il resto, levando le annotazioni e intere parti, «affrettandosi come pellegrino traverso un orrido deserto».

E come dagli stranieri si accettarono le storie de’ fatti nostri che vennero più divulgate, dal Laugier e dal Daru quella di Venezia, dall’Hurter, dall’Hock, dal Ranke, dal Rohrbacher, dall’Henrion, dall’Artaud quelle dei papi, dal Roscoe quella de’ Medici, dal Leo la generale d’Italia, perfino dal duca di Dino, dal Ballaydier, dal Monier, dal Brunner, dal Goureau, dal D’Arlincourt quelle delle ultime vicende, così fu applaudita la storia letteraria del Ginguené (1748-1815) (tom. VII, pag. 358), il quale non avea veduto il nostro paese oltre Milano, e la tesseva accademicamente senza idee ferme nè proporzione, talchè compito il terzo volume, vide la necessità di restringersi, e presto la morte gli troncò il lavoro.

L’erudizione troverebbe natural campo in Italia, dove è parte del patriotismo, e dove ad ogni mutare di passo urtiamo in monumenti e cimelj. Quella di gergo ciarlatanesco che accumula testi anche su punti già consentiti, ed appoggiasi all’autorità invece di indagare la verità, resta abbandonata a qualche prete e a qualche segretario. Quando il Monti volle sfoggiarne intorno ai cavalli di Arsinoe, buscò le beffe: e si dubita sia uno scherzo lo studio di Foscolo intorno alla chioma di Berenice: nessuno ignorando quanto dai lessici e repertorj sia facile accatastare erudizione. Il Forlanetto di Padova mostrossi molto addentro nel latino con particolari illustrazioni e colle aggiunte al Vocabolario del Forcellini; opera compita col Dizionario epigrafico di Michele Ferrucci, e con quel delle lingue anteromane del Fabretti. Il Marchi côrso diede l’etimologia de’ termini scientifici, abbandonando ai curiosi quella dei termini vulgari, che il Borelli pretese ridurre a teoria nel Dizionario del Tramater, abusando della cognizione di qualche lingua parziale e non distinguendo la maternità dalla fraternità. Il Morcelli, prevosto di Chiari, salutato principe nell’epigrafia latina, ne porse anche le teorie (De stilo inscriptionum), colle quali non pochi sputarono a formarne, e forse meglio di tutti lo Schiassi. A Torino ebbero bel nome Costanzo Gazzera, il Boucheron latinista di prima forza, il Vallauri, il De Vesme che potè dare un’edizione più compita del Codice Teodosiano. Tutti han compreso che l’erudizione non deve essere fiaccola piantata alla poppa, la quale non illumini se non gli spazj già trascorsi.

Nessuno fu fortunato di trovamenti più che Angelo Maj bergamasco (1782-1854). Già nella biblioteca Ambrosiana avea da palimsesti raccolto brani di sei orazioni di Cicerone e otto di Simmaco, la corrispondenza tra Frontone e Marcaurelio, molti scrittori greci e scoliasti, la versione di Ulfila delle epistole di san Paolo in mesogotico, e alcune parti della Repubblica di Cicerone; altre ne trovò dopo chiamato bibliotecario della Vaticana, e opere greche e latine, e frammenti legali e cronache, e libri sibillini, onde formò lo Spicilegium romanum, la Nova bibliotheca Patrum, ed altri numerosi volumi d’aneddoti. Fatto cardinale e segretario della Propaganda, pubblicò il Diritto canonico caldaico di Ebendiesu, il siro di Abulfaragio, l’armeno d’un anonimo.