Ogni città poi vanta qualche poeta, e Carrer, Betteloni, Cabianca, Occioni, Aleardi... sono gloriati ad una estremità d’Italia, mentre gl’ignora l’altra che esalta Poerio e Baldacchini[245]; e la connivenza de’ giornalisti impone per un mese o due al pubblico d’ammirare certuni, che appena meriterebbero il compatimento. Tanto più ciò s’avvera colle donne, alla cui valutazione s’innesta sempre qualche bricciolo di simpatia: ma la Ferrucci mostrò nella canzone petrarchesca forza virile; i sermoni della Vordoni veronese cedono appena a quei del Gozzi, la satira temperando colla grazia femminile; la Diodata Saluzzo unì la severità della vecchia scuola agli impeti della nuova; la Guacci, la Mancini, la Terracina, la Ricciardi, la Torisi, e la Milli nelle Sicilie, la Palli, la Rosellini in Toscana, la Bon Brenzon a Verona, cantatrice de’ Cieli e di Dante, e Beatrice, la Fuà, la Poggiolini a Milano, e poc’altre non hanno bisogno dell’indulgente patronato maschile.
Le romanze di Giovanni Berchet, se non altro appresero ai giovani che la poesia non vuol cetre ma trombe. Anche un’ode di Gabriele Rossetti per la rivoluzione napoletana del 1820 diventò popolare; il che non può dirsi delle tante che accompagnarono le posteriori. Eppure merita s’indaghi perchè sieno vissute sul cembalo signorile e sulla ghitarra popolare le canzonette, povere in grazie di stile, monotone di forme del Vittorelli bassanese, e che vecchissimo continuò fin al 1835 ad essere poeta di Clori e d’Irene. Alcuni al desiderio di rendersi popolari sagrificarono sin la forma, come il Berti, il Pezzi, il Buffa, il Bertoldi; altri credettero arrivarvi coll’usare il dialetto, lo che ne restringeva più sempre la diffusione.
V’è un paese di lingua e cielo e postura italiano, benchè da un pezzo annesso a un altro germanico; vogliamo dire il Tirolo di qua dal Brenner. Ne’ suoi studiosi durò sempre l’amor dell’Italia, e della lingua di essa mostraronsi zelanti nel secolo passato il Vannetti, il Pederzani, il Tartarotti, nel nostro lo Zajotti e il Bresciani; e un’eletta di begl’ingegni vi mantiene le tradizioni studiose, come l’educatore Tecini autore delle Serate d’inverno, gli storici Rosmini, Garzetti, Canestrini, Gar, Perini, Sizzo, e specialmente il Giovanelli, lo Stoffella, il Moschini, il Frapporti che scrissero di storia patria e disputarono sulle retiche antichità; Andrea Maffei, elegantissimo traduttore, Gazzoletti, Giovanni Prati. Gli ammiratori di questo potranno citare la divulgazione che ottenne tra la gioventù; l’esser divenuto capo scuola; l’accannimento stesso degli avversarj, i quali gli appongono di sagrificar le forme al colorito, alla frase armoniosa la profondità e giustezza del pensiero: forse gl’imparziali lo reputano ingegno troppo bello per dirne male, troppo prodigatosi per poterne dir bene[246].
Che la negazione e la critica aduggino la poesia, è ben certo; pure la sublime ispirazione e il dubbio dissolvente hanno suscitato fra altri popoli qualche cosa di grande, o almeno d’interessante. Da noi corre una lirica di dolci armonie ma scarsa efficacia di immagini belle ma appena adombrate, d’un sentimentalismo morboso, d’una devozione claustrale, d’una teatrica generosità; ove bestemmiano o piagnucolano; palesano di comporre per arte, non per un pensiero ch’è tormento o passione; e perciò non aver fede in qualcosa di grande, non saper sorgere a quella verità che, anche non vedendola, tutti credono che esista; a quell’altezza ove gli interessi della patria si sposano con quelli dell’umanità.
Di poemi epici, che attestano non si credette irrugginita la forma virgiliana, alcuni furono lodatissimi nell’aspettazione o al primo comparire; alcuni veramente splendono di qualche bella parte, smarrita in un tutto a cui non sanno acconciarsi l’impazienza e la positività del secolo. Quanti ne improvvisò Bernardo Bellini! Angelo Maria Ricci se non altro tentò argomenti nuovi col Carlo Magno o col San Benedetto, pei quali assalito villanamente dalla Biblioteca italiana, nella ristampa «cambiò (dic’egli) tutto quello che anche a torto dispiacque all’acerbo censore»: condiscendenza che mostra un fiacco bisogno di assenso, non la coscienza del genio. Di lunga mano erasi preconizzato il Colombo di Lorenzo Costa: eccellente dipintore della natura esterna, non penetra nell’intima ragion delle cose, non afferra quell’unica idea che poteva dare verità poetica e storica al suo eroe e all’impresa di lui, quel sentimento religioso cui pareva preludiare la lunga sua invocazione alla Trinità. Il Giannoni nell’Esule verseggiò i dolori di quei tanti che dai disastri italiani furono spinti raminghi o imprigionati; uno de’ quali il Rossetti, stillò nel polimetro il Veggente in solitudine tutta l’ira contro i pontefici e la fede, mentre egli stesso nell’Arpa evangelica, e Bertolotti e Mezzanotte cantavano la Redenzione e i riti cristiani.
Come il quadro di genere al quadro storico, alle epopee stan le novelle, e alla Nella del Barzoni, all’Ildegonda del Grossi, alla Pia dell’improvvisatore Sestini, all’Algiso del Cantù non poche seguirono, lodate e dimentiche.
Non mancò chi solleticasse al riso; alcuni per seminare qualche fiore fra tante spine, altri per beffare il dolore, impacciare l’operosità, satireggiare la virtù o la bontà, fomentare l’egoismo, impicciolire qualcosa di grande. Il Poeta di teatro del Pananti diletta per la nativa festività toscana, sebbene s’arrabatti nella vita artifiziale de’ teatranti. Fra i troppi che ad oscenità si valsero dei dialetti municipali, il Porta, usò il milanese con inesauribile giocondità, allo stile ricco, variato, colorito unendo fina osservazione; e sebbene nè coraggio nè nobiltà si richieda per far ridere delle gofferie del vulgo o della sua sofferenza minacciosa, e per ripetere accuse plateali contro all’aristocrazia, ai preti, alla beneficenza, e sebbene cantasse un brindisi a Napoleone, un altro al suo vincitore, mostra voler dirigere la poesia a scopo sociale; disapprova gl’incensieri rivolti a un nordico conquistatore scismatico, cui sant’Ambrogio avrebbe escluso di chiesa; ritrae le prepotenze de’ soldati francesi: poi si lagnò quando, in premio d’aver fatto ridere, veniva supposto autore d’una memorabile satira, di cui confessossi autore il Grossi.
Quanto il veneziano è più colto e diffuso, tanto fu più letto il Buratti, che in settantaseimila versi con dissoluta audacia rivelava i vizj, e gareggiò del primato con Antonio Lamberti, vissuto come lui fin al 1832, e del quale le più ghiotte poesie rimangono inedite a vantaggio della morale. Il Guadagnoli d’Arezzo, disposto a far ridere anche di se stesso, e diletticando più che straziando, coll’amena garrulità toscana si rese divulgatissimo. Di quella scuola vengono Norberto Rosa e il Fusinato, che ha prontezza a cogliere le impressioni, fantasia a colorirle, facilità ad esprimerle: ma non affinarono la forma quanto vuolsi ad eternar le opere; entrambi poi seppero elevarsi all’inno della gloria ed alla patriotica elegia.
Raccorre in un complesso breve e sfavillante le interminabili mormorazioni della società, le distillate interpretazioni, le ripetizioni insulse, è uffizio della satira. In questa facilmente si dà nella personalità, come avvenne al D’Elci, al Lattanzi, allo Zanoja; e il libello muore colla persona contro cui era diretto. Giuseppe Giusti toscano (1809-50), più arcigno, più profondo, più sociale, ridendo per non piangere, rimeggiò melanconie ed ire «sbrigliando il suo vernacolo senza tanto rispetto al tabernacolo». Quanto studiasse quelle sue sì facili composizioni, lo sa chi il conobbe; eppure professava di scrivere in giacchetta o in falda, «pigliando arditamente in mano il dizionario che gli sonava in bocca», ed esorta a mostrare la propria figura nella giubba propria, anzichè svisare i pensieri nel prisma dell’arte, nè affogar le idee nel calamajo. Nella città cinguettiera non altro impara che a riarmare di dardi il verso amaro; ma sant’uffizio assume finchè s’irrita contro il secolo che «malinconicamente sbadiglia in elegia gli affanni che non sente»; che «del pari ostenta bestemmie e miserere»; che predica le virtù cristiane ma non la tolleranza; e gli scrittori che scrivacchian affetti che non sentono; e i giornalisti che usano una lingua mescolata di frasi aeree; e il furore per le cantatrici; e i giovani che a ventun anno hanno le grinze nel cuore, anime leggere sfiorite in primavera, martiri in guanti gialli che atteggiano al malumore il labbro che pippa eternamente, e per inedia frignano elegiaco vagito, annebbiando il cipiglio fra l’inno e lo sbadiglio. Del secolo vano e banchiere, che conta il sembrare più dell’essere, pajongli carattere la voltafaccia, la meschinità, l’imbroglio, la viltà, l’avidità, la grettezza, la trappoleria, appartenenti a una mitologia che a conto del Governo educa e doma i figli di famiglia. Ma per lui son ridicoli del pari e i poeti che si mascherano di salmista tuffando la penna nell’acqua benedetta, e gli umanitarj che vogliono valersi delle moderne scoperte per fondere le razze, sicchè il mondo (dic’egli) sarà di mulatti vestiti d’arlecchino; beffa chi colla storia pesca nel passato e nel futuro; beffa i congressi scientifici e la frenologia e gli studj geologici; beffa l’amor pacifico del pari che il convulsionario; chi si racchiude in sè come la chiocciola, del pari che il ferito nelle battaglie rivoluzionarie, e che del patibolo si fa bottega; beffa il re travicello e i Croati in Sant’Ambrogio; beffa il frate maestro che ci facea muggi, grulli ed innocenti come tanti pecori, e l’educatore moderno che vuol tutto appoggiare al calcolo e ridurre al positivo, e crescer teste ritondate colle seste; beffa gli eroi che ponzano il poi; beffa chi canta l’Italia, i lumi, il popolo, il progresso.
Inoculato così l’umor negro, lo cuculiava poi d’essere diventato «legge di galateo», e sghignava questi Geremia che si sdrajano nel dolore. Poi quando cadde Sejano e sorsero i Bruti cinguettando, e i Gracchi pullularono d’ozio nell’ozio nati, egli fischiò i tresconi alla festa de’ pagliacci, mercanti e birri in barba liberale; e libero e feroce infliggeva ancora protesta e bollo: pure, col «circoscriversi nel cerchio ristretto del no» professò non avrebbe «la caponeria d’ostinarsi a sonare a morto in un tempo che tutti sonavano a battesimo». Sulle prime «non vide il vacuo di facile jattanza, e prese gioja al subito gridare di tutti a festa», s’infervorò alle nuove sorti d’Italia; e al vedere il popolo svolgere la sua meravigliosa epopea a petto de’ miseri accozzatori di strofe, sentì «l’inno della vita nuova accogliersi nel petto animoso de’ giovani, accorrenti nei campi lombardi a dare il sangue per questa terra diletta; e — Toccò a noi (esclamava) il misero ufficio di sterpare la via; tocca a voi quello di piantarvi i lauri e le querce, all’ombra delle quali proseguiranno le generazioni che sorgono». Ma presto gli sottentrò lo scoraggiamento, non volendo farsi sgabello all’adulato popolo, nè bere nell’orgia ove schiamazza la frenetica licenza; e alla cara Italia domandava gli perdonasse le amare dubbiezze e il labbro attonito nelle fraterne gare. È notevole come le sue satire sieno più ripetute, più applicate quando tempi nuovi successero a quelli, a cui vitupero e’ le avea composte.