Pure quell’opera e quelle discussioni valsero potentemente a revocare dal ridondante, dal sentimentale, dal declamatorio, dall’eccesso del colorito e dell’immagine, al semplice, al vero, al popolare; convincendo che la forza non sta nella figura ambiziosa, bensì ne’ pensieri solidi enunciati in termini proprj, precisi, evidenti[242].

Tale fu l’opera del Manzoni. Quel pudore poetico, quella costante dignità quasi di profeta, derivatagli da un’ispirazione che ascolta se stessa, da studj silenziosi ed intimi, da vita modesta, da abnegazioni spontanee, dall’armonia soave e feconda della famiglia; quello scrupoleggiare ogni parola come chi è persuaso che sonerà oracolo per l’avvenire, e si sente responsale de’ sinistri giudizj o delle false azioni che potessero derivarne, fecero che il gran poeta fosse ancor più venerato che onorato. La sua luce divenne il nostro calore, e con tali esempj la causa era vinta; i campioni di essa crebbero fra la contraddizione uffiziale, e però men traviati, invigorendosi nella lotta, consolando altre anime coll’espansione della propria, ed esprimendo i bisogni e le speranze della generazione crescente. Così restituita alla verità, alla sincerità, al buon senso, una dignità insolita acquistava la letteratura, considerata come sacerdozio e missione; la poesia ritorceasi verso le origini, quando Dante la facea maestra di civiltà e rappresentante dei sentimenti ch’egli reputava migliori; e mentre sotto l’impero, unicamente stimandosi la forza e lo spadaccino, erano derisi il credente, il pensatore, l’ideologo; i nuovi scrittori elevarono i cuori; il secolo, già vergognoso di credere, prese vergogna del non credere quando il faceano storici, filosofi, poeti insigni.

Allorchè in una parte alcuno riuscì sommo, chi sentasi la potenza del creare più non ritenesse una via dove non potrebbe che rimanere secondo; i mediocri invece s’affollano dietro a quel primo, quasi per involgere nella sua gloria la loro pochezza. Così avvenne de’ Romantici. Alcuni cercarono applauso di novatori col riprodurre metri e formole del maestro, e colle credenze vaghe di un cristianesimo rincivilito surrogarono alla mitologia personificazioni parassite, l’ipocondria al dolore, la fantasticaggine alla meditazione, allo studio del cuore passioni di cervello; della tragedia fecero un’accozzaglia di scene, ove pagane passioni nutricano accadimenti nuovi; tesserono idillj che sentono di giardino non di campagna; e le amplificazioni e le arcadicherie, gittate per la finestra, accolsero con altra livrea dalla porta. Quella ingenua e fresca ispirazione della natura, primo fiore della poesia, e che sia riflesso delle cose attuali, non di un’altr’epoca, così di rado si presenta, da mostrare come pochi si accorsero che l’essenza della verità non riscontrasi negli oggetti isolati, ma nella loro connessione.

I sobrj colori che ritraggono la vera società non la fittizia, quell’alito di pacata religione, quel sommettersi alla volontà divina, quell’amore della regola che rende facile la vita e ne disacerba le amarezze, sgradirono a molti, che li credono pregiudicevoli a quel che più ci manca, la gagliardia del volere. Eppure un libro di pacata rassegnazione a martirj atroci, e di quella calma solenne che non lasciasi sommuovere nè dalla persecuzione dei forti, nè tampoco dall’ingratitudine de’ fratelli, servì la causa de’ popoli ben meglio che non le liriche iracondie e i luoghi comuni d’un patriotismo stizzoso e arrogante. Per ciò Pellico fu vilipeso in patria, mentre Europa lo ammirava; e piuttosto con Foscolo adoperatasi l’inesorabile necessità, e con Alfieri il tirannicidio alla romana, il quale non migliorò mai gli ordini, mai non assicurò una libertà; ovvero coi retori affocavansi gli entusiasmi che forzano la simpatia, le esorbitanze nel dir bene o male degli uomini e del paese.

Nel genere più coltivato, il romanzo, chi, non dico raggiungesse, ma imitasse il Manzoni non vediamo, giacchè i più ne conobbero la forma non l’essenza, ed anzichè nella dipintura del pensiero, del sentimento, della morale, aggiraronsi in viluppi di venture e pateticume di sentimento, e lungagne di dialoghi e distraenti particolarità; non facendo sentire le grandi gioje e i grandi patimenti dell’umanità, ma solo a volta qualche emozione i lirici ruggiti del Jacopo Ortis; non volendo il vero costante ma l’accidentale, non i dogmi perenni ma opinioni personali. Le ricche diversità della curiosa intelligenza di Massimo d’Azeglio toccarono fibre generose, a cui rispondono i cuori italiani. Grossi pizzicò le patetiche in quadretti di finezza fiamminga, sicchè nessun altro offrirà alle antologie tanti pezzi scelti; ma fallendo alle convenienze di tempo e di luogo, mettendo al XIV secolo un duello giudiziario quale usava nell’VIII, ad un buffone grossolano la soave cantilena della rondinella, sparpagliando l’azione, invece di concentrarla; assolto di tutto perchè nella prosa come nel verso potè far piangere. Giulio Carcano lo emula per armonie patetiche.

Un romanzo diffuso quant’altri[243], e lodato di fedeltà storica forse in grazia d’altri studj dell’autore, fu composto in prigione, senza verun sussidio di libri, e l’autore, come altri, prendeva nomi storici per velo e allegoria; modo infelice di far conoscere un tempo, se questo ne fosse stato lo scopo, o se fosse lodevole il togliere dalla storia caratteri e situazioni che ivi eternamente vivi, mentre copiati riduconsi a inanimi fotografie. Questi accoppiatori del vero col falso, ogni merito riponendo nella decorazione e nel vestiario, cercarono il color locale di paesi che non aveano veduti, d’un medioevo che non aveano studiato sopra gli scrittori primitivi, e che atteggiavano senza la fede ond’era animato; cristiani di soggetto e liberi di testura, posero per fondo lo stoicismo o la fatalità, non quel cozzo tra il bene e il male, non quel conflitto de’ principj aspiranti al predominio, non quella energia che pure s’innesta colla tenerezza, quel peccato che si redime colla bontà o colla penitenza. Altri sull’orme del Grossi avviarono una scuola plastica priva di coscienza, facendone esercizio di lingua, dov’è sacrificato il pensiero al proposito di sfoggiare una frase, d’intarsiare una parola: nel che riuscì poi sommo e non inimitabile il gesuita Bresciani, i cui scritti sono anche atti di politica e di morale. I più non vedono nel romanzo se non la facilità di raccontare un’avventura, dipingere una passione, senza l’inceppamento di canoni precettorj; cercano l’emozione fuori della verità, piuttosto la gajezza comica e l’arguta osservazione; di rado mostrano l’intenzione d’esser veri, e non domandare a facili esagerazioni effetti ambiziosi insieme e vulgari.

Non mancarono tentativi di sceneggiare l’orrido e lo schifoso, di presentare l’uomo in faccia alla sua miseria e al suo nulla, e indebolirlo sviluppandogli una falsa sensibilità, e dove arte, storia, lingua, ragione, natura erano oltraggiate quasi per scommessa: ma fortunatamente i nostri romanzi eccitano lo sbadiglio anzichè il fremito dei romanzi traboccanti in Francia, reati sociali diretti a sovrapporre l’immaginazione alla coscienza, il capriccio alla regola, l’interesse al dovere. Pure non ne appare colà un così ribaldo o dappoco, che non venga qui subito tradotto, e buttato a deplorabile pascolo dei giovani e delle donne, par disarmarli contro le lotte della vita, ed aizzarli contro le inevitabili necessità di quella.

De’ nostri i più tendono a morale pratica, ad insinuare certe virtù, certi affetti, specialmente l’amor di patria; ma difettano di fantasia. Invece di moderare le passioni volle aizzarle, invece di cogliere qualche fiore della vita, volle acuirne tutte le spine Domenico Guerrazzi, su ogni bruciatura versando corrosivo; loda sempre la passione, per quanto brutale, accrescendo il lievito dei peccati capitali; storia e personaggi travisò, affinchè fossero la «protesta d’anima disonestamente straziata, scritta come si combatte, quando lo spirito fremente non volgea tra sè che fieri proponimenti»; cogli indeclinabili apoftegmi contro i papi, i principi, i Governi, la razza umana, attacca ai giovani il parossismo della disperazione. Non basta alle sue vendette uccidere un nemico, ma bisogna tagliargli le mani e porle al posto de’ piedi e viceversa; non basta che l’ingiustizia mandi al patibolo una vecchia matrona, ma bisogna che nell’ultimo movimento le si svolgano dalla veste le vizze mamme. E inebriò la gioventù, alla quale altri credea fosse piuttosto da insinuare la ragionevolezza, la spassionata indagine del vero, l’obbligo di formarsi sopra ciascun oggetto idee chiare e giudizj retti[244].

Mentre si ripete che la poesia è morta, forse mai tanto si verseggiò quanto ai dì nostri, anche non tenendo conto di quei petulanti, che infestano il pubblico coi primi fiori, colle speranze, cogli esperimenti, insomma cogli imparaticci loro. Chi si rassegna ad essere secondo o terzo, senza il bisogno di tendere a nuova meta o per nuova via, potrà mai, per compre lodi e per ricambiati incensi, togliersi da quella mediocrità che è intollerabile, per antica sentenza, e agli uomini e agli Dei?

Nella lirica tentarono novità di forme e di cose il Tommaseo e il Biava: ma a quello parve riservata la gloria della prosa, l’altro perì sotto la noncuranza di un’età ch’e’ non voleva accarezzare. Eppure quell’età lodò e ristampò gl’inni del Borghi, dell’Arici, del Muzzarelli, e i fiori del Montani, e altre fatture che non voglio qualificare. Pellico si direbbe che verseggiava perchè ignaro della potenza e dell’arte della prosa, e languisce fra bei lampi d’un’anima più buona che forte, e che persiste a proclamare «Il vincitore è Abele». Giulio Uberti nelle Stagioni imitò felicemente il Parini. Montanelli accoppiò soavità di forme a vigoria di concetti. Mamiani avvolge pensamenti filosofici in veste classica. Revere fece rivivere qualche forme antiche, mentre Dall’Ongaro canterellava la ballata moderna. Del novarese improvvisatore Regaldi qualche poesia forbita è degna di vivere.