La Proposta divenne arringo di elucubrazioni su tal proposito, molti aspirando alla gloria d’associare il loro nome a quello del poeta più lodato in Italia, molti a combatterlo. Giulio Perticari, genero di lui, con una gravezza che parve maestà, e un accozzamento d’autorità che simulava erudizione, rinfiancò le teorie del Napione, ripetè il paradosso del Renouard che il nostro derivi dall’idioma della Linguadoca ed entrambi da un idioma comune uscito dal corrompersi del latino; per disgradare la Toscana sostenne che l’italiano siasi parlato in Sicilia prima che colà, e all’uopo ne’ cumulati esempj alterava il provenzale e l’antico siculo, per mostrarli conformi al buon toscano; e ne conchiuse che nel Trecento scriveasi bene dappertutto, e perciò il buon vulgare s’ha a dedurre dagli scrittori d’ogni paese.

Ma questi scrittori si valsero forse dei dialetti natìi? o non cercarono imitare il toscano? ed egli stesso non li considera migliori quanto più s’avvicinano ai Toscani che scriveano come parlavano?

Quei che leggono solo per disannojarsi, e danno ragione all’ultimo che parla o parla meglio, decretarono alla Proposta gli onori del trionfo; trionfo che si riduceva a dichiarare spesso fallace, spesso ignorante la Crusca. Ma alle teorie, ed ancor più alle applicazioni di quella si opposero Niccolini, Rosini, Capponi, Biamonti, Urbano Lampredi, Michele Colombo, il Montani, il Tommaseo; e ne originò una guerra, dibattuta con vivacità, con passione, con pazienza, con ingiurie, insomma con tutto fuorchè con quella filosofia che eleva le quistioni ad un’altezza, nella cui prospettiva si smarriscono le particolarità.

Quando il problema fu bene avviluppato, si disse risolto: ma non che terminare, si era invelenita la quistione della lingua; e l’esempio del Monti valse di scusa ad acrimonie inurbane e a quelle personalità da piazza, che fanno ridere la plebaglia e velarsi il buon senso. Sul modello del Monti ripigliò Giovanni Gherardini milanese il più vasto e paziente esame che mai si facesse della Crusca; poi con aggiunte, voluminose quanto il Vocabolario stesso, convinse che questo pozzo dei testi è inesauribile. Il quale Vocabolario, quando appunto era bersaglio a tante beffe, più volte si ristampò con variamenti, correzioni, aggiunte; accompagnato da altri speciali d’alcun’arte, o domestici, o di sinonimi; dove rimarranno memorabili, dopo i tentativi del Grassi e del Romani, il Dizionario dei sinonimi del Tommaseo, perchè contiene molto di più che mera grammatica, e il Prontuario del Carena, perchè francamente si rivolse alla lingua parlata a Firenze. Il Nannucci e il Galvani si affissero alle derivazioni provenzali.

Altri intanto stillava alcune parti della grammatica; e il Puoti, il Parenti, il Fornaciari, il Bolza, il Betti, il Mastrofini, l’epigrafista Muzzi, lo Zaccari, l’Ambrosoli, il Franscini, il Bellisomi davano teoriche o schieravano esempj: ma fa meraviglia l’incertezza delle loro regole, le quali del resto non varrebbero che per una sintassi pallida e astratta: nessuno ancora ci esibì una grammatica compiuta, nè tampoco generalmente accettata sia per concetto filosofico, sia per pratica applicazione. Alcuni rivolsero alle etimologie un’erudizione più estesa, non più concludente, talchè vengono considerate nulla meglio che esercizio e trastullo[240]. Intanto si rimane ancora indecisi quali siano coloro che scrivono bene. L’Accademia della Crusca sceglie i suoi membri in un modo che sembra fatto espresso per isgarrare ogni criterio; scrittori stenti, retorici, arcaici collegando ad altri limpidi, vivaci, toscani; badando all’impiego, alla dignità, all’opinione; onorando della sua fraternità quegli appunto che l’osteggiano. D’altra parte i premj suoi toccarono ad opere o di nessun merito letterario come il Micali, o per simpatie come il Botta. Questo vacillamento la impedisce di acquistare autorità presso la nazione; e i molti che trovano comoda la critica negativa e l’imitazione, la sobbissano d’epigrammi, a segno che pare destituito di spirito chi non la piglia in beffe.

E la beffa (sciagurato manigoldo di tutte le quistioni grandi e piccole nel nostro paese) cade su quello dove essa più ha ragione, o dove per avventura ha solo il torto di non aver tirate tutte le conseguenze. Perocchè essa credette non poter autorizzare che parole toscane, ma delle quali trovasse esempj in autori buoni. Ora chi li dichiara buoni se non ella stessa? e questi adoprarono forse ciascuno l’idioma della propria provincia? o da chi dedussero quel buono? Dal capriccio no: dunque o da altri autori, il che non farebbe che allontanare la quistione; o dai parlanti, e in tal caso perchè non ricorrere a questi direttamente?

Tali dubbj affacciavano coloro che questo studio assumevano conformemente alla filosofia e alla storia, comprendendo che la lingua è un organismo vivente, e perciò assume forme diverse secondo le età, cresce e decade, si combina con altre, può essere rigenerata mediante parole e forme nuove, portate dallo svolgersi della vita sociale, dai progressi delle scienze, delle arti, dell’industria, dai nuovi bisogni delle generazioni. Non può dunque servire di canone che una lingua viva; e nella nostra, come in tutte le altre, il legislatore deve essere il popolo che parla meglio, e che qui è il fiorentino. L’Accademia della Crusca, la prima che formasse un vocabolario di lingua vivente, lo fazionò al modo onde soleansi i dizionarj delle morte, cioè ripescando le voci dai libri, e rinfiancandole d’esempj. Ma perchè ricorrere ad un’autorità morta, invece della vivente? tanto più che, non scegliendoli se non da Toscani e da pochi che toscanamente dettarono, veniva a confessare un’autorità superiore e anteriore a quella degli scriventi; l’autorità che questi traggono dalla nascita e dalla favella.

Ciò non volle intendersi. Perchè in altre parti d’Italia sorsero scrittori insigni, si pretese dovesse la lingua essere cernita da tutte le provincie: quasi un uomo privato nè un’Accademia potesse sapere quali voci diconsi per tutta Italia, e confrontarle per iscegliere la migliore. Adunque si sentenziò arroganza de’ Fiorentini il volere il privilegio della buona favella; si confusero il parlare collo scrivere, lo stile colla lingua; e i popolari furono tacciati di pedanti da quelli che voleano si stesse ai libri, ai morti! Così da quistione rampolla quistione, nè risolversi potranno finchè, ricreata la Nazione, possa anche il popolo star giudice dove ora solo le accademie e i giornalisti.

Intanto si vaga alla ventura, e quel che sconforta un principiante, è il vedere gli autori stessi cambiar modo. Il Botta comincia arcaico, e finisce con isguajati neologismi: il Monti detta le Prolusioni come un maestruccio, poi arriva alla vivezza della Proposta: il Tommaseo cambia tre o quattro volte, e pure venerando l’uso, per amore della forza e della concisione urta nell’epigrammatico. Abbiamo scrittori che tirano il discorso a fare sfoggio d’una frase, d’una parola; altri che rendono la lingua stessa materiale e meccanica[241]: pochi scrivono toscano come parlano, quali il Thouar, il Lambruschini, il Giusti, il Fanfani, il Tabarrini; ma i più pajono dimentichi del bel loro idioma per iscrivere come potrebbe fare qualunque studioso lombardo: di rimpatto qualche Lombardo ingegnandosi di scrivere toscano, inciampa in improprietà di cui ridono i bimbi. A quella naturalezza della base e semplicità dello stile che rendono necessaria la chiarezza e precisione del concetto e l’ordinata disposizione, aspirano molti; ma nei più riesce incolta o vulgare o superficiale, somigliante a sbozzo, non a quell’ultimo termine di perfezione che è il nascondere l’arte.

Parve a questo dirigersi il Manzoni, che, dopo le prime scritture pedestri e infranciosate, assunse il tono di bonarietà anche ad esprimere cose meditatissime; e (malgrado la parola talvolta troppo guardinga di sè) alcuni v’incontrarono il tipo della vera prosa. Ma altri gridarono allo scandalo, quasi avesse imbrattato il suo libro di modi lombardi, che autorizzando gl’idiotismi d’altri dialetti, introdurrebbero la confusione babelica. Non era vero, nè egli avrebbe voluto retrospingere la quistione fino a togliere l’unità della lingua; esibiva anzi di provare che tutti i pretesi lombardismi trovavansi in autori toscani: ma poi affinandosi nella ricerca, e in questo quanto in ogni altro punto abbisognando d’un’autorità competente e infallibile, venne a stabilire che, come negli altri paesi, così nel nostro si recidano le dubbiezze e le pedanterie coll’adottare per comune il dialetto che a confessione di tutti, è il migliore; che, come vivo, è compiuto, indefettibile, e seconda il progredimento delle idee. Sopra tali convinzioni ebbe pazienza di «lavare in Arno i suoi cenci», i cenci che erano tanto piaciuti; e vestire ai concetti suoi una lingua colla quale non erano nati, una ch’egli stesso dovea conglomerare di reminiscenze e di consigli, come altri già solea colle frasi racimolate dai libri; e mentre il Lombardo non vi riscontrava più la primitiva ingenuità, il Toscano lo riconosceva ancora per forestiero.