Di là il Manzoni derivò evidentemente il suo romanzo, ma applicandovi quell’arte cristiana, che medita sull’uomo interno e segue gli andirivieni d’una passione dal nascere suo fino quando trionfa o soccombe. Walter Scott fece cinquanta romanzi, egli uno; l’Inglese tutto colori esterni, il nostro vita intima; quello per dipingere e divertire, questo per far pensare e sentire. Già nelle tragedie Manzoni avea mostrato come della storia non facesse un’occasione o un’allusione, pigliandone a prestanza un nome o un fatto per gittarlo in un componimento di fantasia. Ora quella indagine scrupolosa che ridesta i tempi e i loro sentimenti spinse egli fino alle minime particolarità, esattissimo anche quando non è vero. La potenza sua satirica, che gli dettò il primo componimento, e che poi fu virtuosamente temperata dalla mansuetudine, trapela grandissima dal romanzo; e singolarmente nella dipintura de’ caratteri, ciascuno de’ quali vive innanzi a noi come un’antica conoscenza, e diviene un tipo; perocchè, quivi come nelle poesie, ci offre sempre un’immagine netta e reale che più non si dimentica. Prima che l’ammirazione diventasse culto, noi divisammo lungamente dei meriti dei Promessi Sposi[236], e di quel fare così dabbene fino nell’ironia, così civile nella satira, così semplice nella sublimità, per cui divenne il libro della nazione.
Da Dante in giù la lingua nostra, se molto cambiò quanto a immaginazione e gusto, rimase identica quanto al fondo; sicchè, eccettuato il gergo pedantesco d’alcuni Quattrocentisti, i libri s’intendono correntemente, a differenza del tedesco prima di Lessing, e del francese di cui nel 1650 Pellisson diceva: Nos auteurs les plus élégans et les plus polis deviennent barbares en peu d’années. Eppure si continuò a disputare qual nome attribuirle, quali regole seguire nella scelta e disposizione delle parole, a quale canone appigliarsi ne’ dubbj. Alla lingua parlata? all’uso degli scrittori? e de’ soli scrittori del Trecento, o anche de’ Cinquecentisti, o fin de’ moderni? La scelta competerà a ciascuno, o bisognerà attenersi a quella fatta dal dizionario? O dovrà la lingua essere progressiva, ed arricchirsi di quanto le offrono l’immaginazione di ciascun scrittore, i dialetti di ciascun paese e l’importazione forestiera? Quest’ultima opinione era prevalsa nel secolo passato, scrivendosi come si parlava, senza riflettere che in Italia soli i Toscani e alquanti Romani parlano una lingua scrivibile, e che la mancanza di un centro politico o scientifico toglie di riportarci effettivamente all’uso di questo: laonde ciascuno si sarebbe valso o delle voci somministrategli dal proprio dialetto ridotte a desinenza toscana, o dalle scritture, le quali, destituite di norme fisse, e dipendendo dall’abilità o dal capriccio individuale, mancavano d’uniformità e durevolezza.
Per vero, qualora si tratti d’esprimere generalità di falli o di sentimenti, la lingua letteraria può bastare, giacchè tutti i paesi convengono in un gran numero, anzi nel massimo numero delle parole. Ma occorrano materie famigliari o tecniche, e quella precisione di termini che è imposta dal bisogno d’idee precise; vogliasi non solo ripetere sentimenti e idee comuni, ma darvi carattere e individualità, come è proprio degli intelletti originali; allora rampollano le difficoltà e il bisogno di regole indefettibili. La vanitosa rozzezza in cui era caduta la lingua nel Seicento, fu corretta nel secolo seguente, ma per cadere in una leziosa ricerca di ornati posticci, di vocaboli mozzi e peregrini emistichj, eleganzuccie, attortigliate rinzeppature e ridondanze, bagliore di frasi, cadenze sonore, periodo oratorio uniforme e nojoso; ammanierandosi insomma da accademia e da collegio, come avveniva della poesia, e pretendendo al vacillante pensiero dare per rinfianco vanità di forme.
Alcuni professavansi devoti alla lingua pura, ma per tale considerando la sola scritta dai classici; e in tale senso lavorarono il Corticelli, il Vannetti, il Bandiera. Quale scandalo non eccitò a Milano un Branda col preconizzare il dialetto toscano! Di rimpallo la lingua dei libri era proclamata dai liberali, sprezzatovi delle stitichezze grammaticali e del vanume retorico: ma poichè i libri che correano erano francesi di idee e di forme, queste irrompevano a pieno sbocco, e deturparono anche i migliori, come il Verri, il Beccaria, il Filangeri, il Denina. L’imbarbarimento della lingua non venne dunque dalla conquista francese, bensì da accidia innazionale; volle anzi ridurla a teoriche l’abate Cesarotti (t. XII, p. 250), pretendendo l’italiano abbia ringalluzzarsi continuamente colle ricchezze forestiere; alla quale dottrina consentaneo, s’imbratta di francesismi anche dove affatto inutili. Lo combattè il Napione[237]: ma allora l’invasione francese infistoliva questi morbi; e i giornali e gli atti e i trattati collo stomachevole francesume esprimono l’invalsa gracilità del pensiero.
Di sotto a questa rimbalzava il sentimento nazionale; e dacchè fu stabilita la repubblica italiana, con Governo e magistrati nostrali, per protesta contro il predominio francese, e perchè, avendo cose da dire, bisognava pensare al come dirle, si favorì lo studio della lingua. Fu allora ordinata un’edizione dei classici italiani, concepita largamente, meschinamente eseguita; con irrazionale e imitatrice scelta degli autori e dei testi, e inezia di prefazioni e note. Pure l’impresa buttò in giro molti autori, peregrini dalle biblioteche; e se non altro, all’uscire di ciascun volume, ne’ circoli e sulle gazzette biascicavansi i nomi dimenticati del Firenzuola, del Cennino, del Serdonati, del Varchi.
Allora fu proposto dall’Accademia italiana di «determinare lo stato presente della lingua italiana e specialmente toscana, indicare le cause che portare la possono a decadenza, e i mezzi per impedirla». Toccò il premio al padre Antonio Cesari veronese (1828), che vi combattè ad oltranza il Cesarotti, sebbene con fragili armi. Il Cesari, innamorato de’ Trecentisti nostri, molti ne ristampò con migliorate lezioni, e sempre intese a correggere la gonfiezza, l’affettazione, il barbarismo, l’improprietà: ma come avviene nelle riazioni, de’ classici ne portò il culto all’idolatria, considerando oro schietto tutto quello che apparteneva al Trecento, imitabile anche il Cinquecento in quanto a quello si attenne; e, quasi si trattasse di testi rivelati, non si credette in diritto di cernire fra le scritture, nè dubitò che una parte fosse antiquata; l’aveano detto essi, dunque era buono; quanto alla possibilità di secondare con voci e frasi loro il progresso delle scienze moderne, egli accettava la sfida di tradurre l’Enciclopedia in italiano pretto.
Con tali persuasioni tolse a ristampare il Vocabolario della Crusca, aggiungendo un’infinità di termini e frasi ripescate ne’ classici. Il gran numero di quelli che poi seguitarono quello spigolamento convince che non richiede se non pazienza; ma il Cesari e i suoi collaboratori vi buttarono col vaglio rancidumi, storpiamenti, errori che gli accademici della Crusca aveano saviamente tralasciati, e non all’intento che il Vocabolario giovasse agli scriventi attuali, ma per impinguarlo, o al più perchè spiegasse gli autori antichi.
L’opera si prestava facilmente al riso, come chi si veste colle giubbe dei nonni; e il Monti nel Poligrafo spassò il glorioso italo regno alle spalle del buon prete. Eppure il Cesari in fatto di lingua potea menare a scuola il Monti; e assai scritture lasciò di cara limpidezza, avvicinantisi alla semplicità de’ Trecentisti, sebbene nessuna vada netta da arcaismi e dal vezzo retorico d’incastrare una frase per mostrare che la si sapeva[238]. Come i campi di biada dalle gramigne, così vuolsi tenere mondata la lingua, mediante l’intervenzione emendatrice dello scrittore; e all’arcaismo come correttivo dell’imbarbarimento moderno ricorsero alcuni: ma questo purismo astratto dava in fallo esagerando; e gli sbagli proprj del Cesari o de’ suoi, dal bel mondo che ama generalizzare furono imputati alla Crusca.
Nell’universale sovvertimento anche quest’accademia era stata scossa e riformata[239], ed assegnato da Napoleone un annuo premio di lire diecimila all’opera che essa dichiarerebbe più italianamente scritta. Carlo Botta, che come piemontese mancava dell’uso pratico, avea descritto la fondazione dell’indipendenza americana con voci antiquate, alcune delle quali frantese egli stesso, altre fu duopo dichiarare al fine del volume. Se prima condizione d’un libro è l’essere intelligibile, non potea la Crusca approvare questo musaico: ma ecco il bel mondo farle colpa di quello che era giusta illazione dei dogmi sul progresso della lingua, da lei professati non solo coll’aggregarsi i migliori scrittori della nazione, ma coll’attribuire autorità di testo a sempre nuovi, ogni qualvolta ristampò il Vocabolario.
Chi diviserà le vicende letterarie di quel tempo, avrà ad estendersi sulle contese nate in proposito. Perocchè il premio fu diviso tra il Micali per l’Italia avanti i Romani, il Niccolini per la Polissena, il Rosini per le Nozze di Giove e Latona. I letterati del regno d’Italia alzarono le grida contro il municipalismo di premiare soli toscani, tacendo che nessun’opera lombarda si era presentata al concorso; e cominciarono di qui le ire, che, quietato il turbine di guerra, vennero a sfogarsi nella Proposta di aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca, intrapresa a Milano dal Monti. In questo convenivano tutti gli elementi di felice riuscita; era cresciuto in paese ove il buon italiano corre per le vie; avea fatto tesoro delle migliori maniere de’ classici; deliziavasi di Virgilio; cuculiando il Cesari come arcaico, pareva dar ragione a chi la lingua scritta vuole avvicinare alla parlata; laonde, affidatosi allo scrivere naturale, spiegò nella prosa quella ricchezza ed eleganza che nella poesia, con capresterie tutte vive rese ameno un trattato pedantesco, e Italia potè rallegrarsi d’avere un altro insigne prosatore, merito assai più raro che quello di buon poeta. Ma egli confondeva un’accademia, spesso fallibile, con la lingua stessa; gli scrittori coi parlanti; affollava arguzie in luogo d’argomenti; e soffiando nelle invidie municipali, resuscitava antiche e irresolubili quistioni. Gli errori che apponeva alla Crusca, erano in gran parte stati avvertiti dall’Ottonielli, dal Tassoni, da altri anche membri dell’Accademia; molti risultavano da miglior lezione de’ classici e dal buon senso; non pochi riduceansi a quelle fisicherie, che trova in qualunque libro chi si proponga unicamente di censurarlo. Quanto alla teoria, se una può dedursene dal balzellante raziocinio e dalle incoerenti applicazioni, esso preconizzava la lingua cortigiana, scelta, letteraria, o comunque la denominino; che insomma non conosce nè tempo nè luogo determinato, ma è il meglio di quello che scrissero i buoni autori in tutta Italia.