Tommaso Grossi (1791-1853), anima affettuosa, mente ordinata, vivrà come il primo o de’ primi che le idee romantiche qui applicasse non colla polemica ma colle due novelle della Fuggitiva in vernacolo, e dell’Ildegonda in ottave italiane di ariostesco impasto, con semplicità colta e affettuose particolarità. Un’altra novella tesseva intorno alla prima crociata, quando il disprezzo che i suoi amici gli istillarono pel Tasso lo indusse a trattare come quadro di genere un soggetto che Torquato avea trattato alla grande. Sgraziato pensamento, che affogò nelle generalità il bell’insieme della sua favola domestica, convertì il flauto e la mandóla in tromba di battaglia, e l’ispirazione affettuosa in istudj d’erudizione, dove riuscì non meno infedele che il Tasso, benchè in maniera differente. Gl’invidiosi, che avrebbero perseguitato il Tasso, del Tasso si valsero per opprimere il Grossi come sacrilego, istituirono assurdi confronti, e ne derivò una capiglia villanissima, la quale in fondo riduceasi a dispetto ch’egli avesse trovato tremila soscrittori, cioè un guadagno insolito ai nostri letterati. Non si taccia che altrettanti difensori ebbe; ma egli stomacato lasciò la carriera letteraria per mettersi notaro. Cessata allora la paura di vederlo fare qualche altra cosa grande, cessò la malevolenza; lo ascrissero fra i grandi poeti; accettarono con indulgente simpatia altre produzioni sue di studio non di lena, ma rialzate da qualche pagina tutta affetto; e i censori poterono consolarsi che non diede a metà i frutti, aspettabili dal suo limpido e coltissimo ingegno.
Altrettanta pacatezza d’armonia e maggiore intelligenza critica ebbe Giovanni Torti 1773-1851, che togliendo ad esame i Sepolcri di Foscolo e la debole risposta del Pindemonti, si pose a fianco loro; poi versificò la nuova poetica mostrando come, da qualunque siasi tempo si desuma un tema, vogliasi dargli la verità di colorito e di affetto. Avea cominciato del medesimo passo Giovanni Berchet; poi invelenito dall’esiglio, contro i tiranni avventò romanze, che per forme e per modi erano nuove all’Italia, e tutti i giovani le appresero, e molto valsero sui sentimenti non solo, ma e sui fatti successivi.
In mezzo a questi e ad alcuni minori lombardi giganteggiava Alessandro Manzoni. I primi suoi componimenti furono di dipinture, d’affezioni e d’ire profane, sopra un sentiero dove il Monti avea raggiunta tal perfezione, che, chi si accontentasse alla poesia di impasto classico, al verso armonioso, alle grazie mitologiche non potea che rassegnarsi a rimanergli inferiore. Il genio, che ha bisogno di vie intentate, domandava, — Non c’è un’altra poesia oltre quella delle forme? non c’è diamanti, oltre quelli già faccettati da’ gioiellieri precedenti? non ha l’arte un uffizio più sublime che quello di dilettare?»
Tali pensieri furono eccitati o svolti nel Manzoni da amici di Francia, ai quali l’opposizione al Governo napoleonico serviva di libertà; quando poi, dalle coloro idee volteriane ricoveratosi con piena sincerità alle credenze e alle pratiche cattoliche, sentì il dovere di coordinare ogni atto della vita e del pensiero all’acquisto della verità, all’attuazione del bene, al consolidamento della religione, potè dare saggi d’una poesia sobria, che subordina la frase al concetto, che gli abbellimenti deduce soltanto dall’essenza del soggetto, che sovrattutto si nutre di pensieri elevati e santi, e si crede un magistero, un apostolato. La semplice originalità degli Inni, quella sublimità di concetti espressa colla parola più ingenua, li fece passare inosservatissimi: il Carmagnola e l’Adelchi soffersero i vilipendi de’ giornali e l’indifferenza del pubblico, che solo al comparire del Cinque maggio, ode inferiore alle altre, parve accorgersi di possedere un sommo.
Lontano dalla felicissima agevolezza del Monti, egli stenta ciascuna strofa, incontentabilissimo; ma l’uno ha la fluidità de’ Cinquecentisti, l’altro la concisione tanto necessaria nella lirica, e quel contesto virile che non s’occupa de’ fioretti; l’uno dipinge più che non pensi, l’altro pensa più che non dipinga; nell’uno predominando il dono della fantasia, nell’altro la facoltà del riflettere, che è la coscienza dell’ispirazione; onde quello guarda le idee sotto un aspetto solo, questo vuol presentarle nella loro interezza di vero e di falso, l’uno lascia meravigliati, l’altro soddisfatti, e più soddisfatti i forti, che vedendo quelle maniere sì vive e profonde, avvertono meno al ben detto, che al ben pensato. Monti, il più insigne fra gl’improvvisatori, cerca il bello dovunque creda trovarlo, da Omero come da Ossian, ma senza connessione col buono e col vero; le ipotiposi, le apostrofi, le circonlocuzioni, le intervenzioni d’ombre o di numi ripete continuo, perchè non costa fatica l’aleggiare colla fantasia mettendo da banda il giudizio; la sonorità del verso e l’onda della frase surroga al sentimento e al concetto, le reminiscenze classiche all’emozione personale; crede che la poesia non abbia mestieri d’essere giusta, purchè ardente e passionata, donde l’enfasi e l’alta persuasione di sè, e la continua esagerazione, e il secondare l’impressione istantanea, e perciò frequente mutarsi. Manzoni vuol richiamare ogni asserto al cimento del giudizio, escludendo il declamatorio, deponendo nel lettore il germe di idee che sviluppano l’intelligenza e la volontà: onde l’uno è puramente poeta, e in ciò stanno la sua vocazione, la sua gloria, la sua scusa; l’altro è considerato piuttosto come argomentatore da quelli, che non avvertono quanto movimento lirico esondi nella Pentecoste o nella Morte d’Ermengarda, e come la squisita verità gli detti di quegli accenti che risvegliano un’eco in tutti i cuori. Adunque del Monti è carattere il trascendere, sia che lodi, sia che imprechi; del Manzoni la mansuetudine, fin quando intima allo straniero di «strappare le tende da una terra che patria non gli è», e che Iddio non gli disse: «Va, raccogli ove arato non hai; spiega l’ugne, l’Italia ti do». Il Monti si erige signore dell’opinione, consigliero di re e di nazioni; l’altro dubita sempre di se stesso: quello non ha proposito più elevato che d’insegnare e praticare l’arte, laonde i fortunati che se ne divisero il mantello, fecero di belle cose; i seguaci di Manzoni cercarono piuttosto le buone: quelli l’ideale, questi il reale. Ambidue tentarono il teatro; e Monti cogli artifizj antichi riscosse applausi; all’altro venne meno l’abilità, che è tanto diversa dal raziocinio. Anche Manzoni sostenne polemiche; ma invece della critica provocatrice, più simile a schermaglia di partito che a discussione di sistema, offerse esempio di quella che, calma nella certezza dell’esito, richiede cuor retto, criterio sicuro e buona coscienza. Nè egli lottò per propria difesa o per un angusto patriotismo, ma tutte le volte ebbe l’arte di elevare il punto di vista, e trasformare sin la disputa letteraria in lezione morale.
La servilità alla legge rigorosa quanto capricciosa delle unità di tempo e luogo, i soliloquj, i confidenti, i lunghi racconti, la dignità inalterabile che ripudia le famigliarità così allettanti nel dramma greco, le espressioni altrettanto forbite nel principe come nel servo, erano difetti della tragedia alla francese; che se i grandi li redimevano con bellezze insigni, è natura de’ pedissequi l’esagerare i difetti; donde una nojosa eleganza, perifrasi per aborrimento al nome proprio, esilità di idee mal rimpolpata con fronzoli retorici, e frasi raggiranti entro un circolo di sensazioni fittizie e prevedute, in dialoghi tanto poetici, da non ritrarre la natura, tanto vaghi da non rappresentare un tempo e un luogo determinato; fatte insomma unicamente in riguardo de’ lettori o degli spettatori. A ciò richiedevasi studio anzi che genio, chi non vi si rassegnò risalse ai Greci, inimitabili per la naturalezza come inimitabile per la fatica era l’Alfieri: ma in generale la tragedia perseverò ad essere un’alternativa di parole non di azione, declamatoria non veritiera.
Ugo Foscolo accostò più di tutti il grande Astigiano per dignità e altezza di sentenze; ma la realtà della storia nè della passione non raggiunse mai, benchè nella Riciarda esprimesse il concetto italico e il gemito sulle nostre divisioni. L’Arminio d’Ippolito Pindemonti elevasi per sentimento e stile: eppure le incolte tragedie di Giovanni suo fratello sovrastano per abilità scenica; per la quale ebbe applausi anche il duca di Ventignano. Belle speranze destò Silvio Pellico colla Francesca da Rimini, per quanto debole. G. B. Niccolini di Firenze, erede dell’ira ghibellina di Dante, entrò sull’orme dei Greci fino a ritentare i loro soggetti; dappoi ne assunse di moderni, quali la Rosmunda, l’Antonio Foscarini[234], il Giovanni da Procida, o allusivi a moderni, come il Nabucco e l’Arnaldo. Era un frutto della inclinazione morale introdottasi nella letteratura; e ne ottenne ovazioni da quella pubblica opinione, che egli mostrò sempre disprezzare; ma quando la vide ubriacarsi nel 48, quell’austero giudice apparve abbagliato dai vorticosi movimenti.
Per riuscire nella tragedia storica non basta la sceneggiatura e il vestire secondo le nazioni e le età fantocci di nome eroico, non basta conoscere qualche accidente, ma vuolsi abbracciare intera l’età ove si collocano gli attori; nè ciò si ottiene che con pazientissimo studio. Così fece Manzoni. I moralisti rigorosi riprovarono sempre il teatro, giacchè lo spettacolo delle passioni lottanti o lo svolgimento di una, incitano quelle dello spettatore; se non ne ispirano di criminose, vi predispongono; se non danno amore ed odio, vi aprono il cuore. Ma poichè il teatro sempre più invade la società, alcuni studiarono se fosse possibile ridurlo tale che non ecciti gli scrupoli d’un padre, d’un marito; che accheti e diriga, anzichè sopreccitare e spingere le passioni. Tale scopo si prefisse Manzoni come nel romanzo così nei drammi; presentando nel Carmagnola l’uomo perseguitato ma non da feroci invidie, sdegnato ma non con violenza, e consolando colle domestiche affezioni l’ora fatale; nell’Adelchi lo spettacolo d’un popolo dominatore vinto da un altro che alla sua volta si fa dominatore d’un vulgo innominato; prepotenze contro prepotenze, fra cui trovano luogo l’affanno di patimenti personali e la generosa proclamazione della giustizia, e dove la lotta umana finisce nella conciliazione religiosa, quando nell’anima sottentra il sentimento d’una felicità superna e inalterabile, rassicurata che sia contro la distruzione della sua terrestre individualità. Il secolo, avvezzo agli stimolanti e bisognoso di cacciare la noja, domanda emozioni, e trova più poetica la procella che non i murazzi da cui è frenata: ed è questa la sola parte dove il nostro o non fu inteso o non seguìto.
Genere coevo delle lingue nuove, il romanzo aveva anche fra noi trasformato le imprese di Carlo Magno e de’ suoi paladini o della Tavola rotonda, e di Amadigi e di Guerrino Meschino e de’ Reali di Francia, ben tosto dimentico per la carnevalesca esultanza dei poemi romanzeschi: altri nel Seicento, sempre ad imitazione di Francia, confezionarono romanzi scipiti: nel secolo passato furono tradotti i tanti francesi e imitati con isguajato abbandono, e nè tampoco scintillarono di quella luce momentanea che sembra privilegio d’un genere, il cui principale intento è piacere, e perciò accarezzare passioni e abitudini che passano presto, e con esse il libro. Ma il Don Chisciotte, il Robinson, il Gil Blas, la Pamela, il Tom Jones, il Paolo e Virginia, la Nuova Eloisa attestano che possono farsi opere durevoli ed efficaci sulla società anche in questo genere, atto a tutte le passioni del cuore, ai capricci dello spirito, alle ispirazioni serie e beffarde.
Tale fu ripigliato il romanzo nell’età nostra; e del Werter di Göthe, che ebbe la trista gloria di spingere molti al suicidio, l’imitazione fatta da Foscolo acquistò voga quasi opera originale, e piacque il sentimento di nazione e di libertà ch’egli intarsiò al concetto tedesco[235]. Sulle traccie del Barthélemy, Luigi Lamberti descrisse i viaggi d’Elena, Ambrogio e Levati i viaggi del Petrarca, aridi e pesanti. Altri sentirono l’effetto della Corinna, del Pienato, dell’Atala; ma viepiù i romanzi poetici di Byron avvezzarono agli affetti smisurati, alle situazioni eccezionali, ai caratteri sforzati, alle evidenti descrizioni, in opposizione colle stereotipie e colle languidezze degli antichi. A quelli e ad altri inglesi e al D’Arlincourt francese s’ispirò Davide Bertolotti, i cui romanzetti erano, verso il 1820, la più ambita fra le letture leggiere. Intanto d’Inghilterra ci arrivavano i romanzi di Walter Scott, dove si descrive una data età o un fatto o un carattere storico, appagando così due passioni del nostro tempo, l’indagine erudita e l’attività romanzesca. Non analizza egli il cuore, non si eleva ardito sull’immaginativa, ma nell’inesauribile sua fecondità dipinge sensibilmente, dialoga con estrema verità, interessa artifiziosamente, e schivando le caricature troppo consuete in questo genere, procede naturale, limpidissimo, ma alla ventura, verso uno scioglimento che non premeditò.