L’ampliarsi della democrazia facea fissare gli occhi sul popolo; esaminarne senza superbia i costumi; senza disprezzo gli errori; ascoltarne le leggende e le canzoni; nè tutto riferire ad un tempo, ad un luogo, ma le consuetudini e le opinioni considerare siccome un’efflorescenza di date circostanze, gli errori siccome viste false o imperfette della verità, sicchè al fondo la umana specie progredisce sempre verso un perfezionamento, che non si raggiungerà mai in questa bassa gleba.

Da tutto ciò nuovi criterj del bello: sgradite non meno le contorsioni dell’Alfieri, che la rosea prodigalità del Monti, e quello sfumare ogni tinta risentita, soffogare le fantasie sotto al convenzionale, la franchezza sotto pallide circonlocuzioni e lambiccature cortigianesche ed accademiche; rivendicavasi la semplicità adottata dai primi nostri scrittori; affrontavasi la parola propria, la maniera più schietta, raccolta di mezzo ai parlanti; voleasi interrogare i sentimenti e il linguaggio del popolo; scegliere sì la natura ma non cangiarla, portandole quell’amore rispettoso che nasce da profonda intelligenza delle cose; proporsi conformità fra le opere e la vita; tornar la poesia quale era in Dante, fantasia subordinata alla ragione geometrica. Che se la letteratura degli accademici erasi guardata come incentivo o sfogo di passione, un modo d’accattar piaceri e denaro con opere concepite a freddo, computate con pedantesche convenienze, e quindi astiosa, superba, gaudente; ora studiavasi surrogarne una d’ispirazione e meditazione, che prendesse per iscopo il buono, per soggetto il vero, per mezzo il bello. La storia non sarebbe più raccozzo di aneddoti, o galleria dove campeggiano solo gli eroi, i re, i fortunati, negligendo o celiando sull’umanità preda de’ forti o balocco degli scaltri; ma dovea contemplarsi come attuazione contingente di provvidenziali concetti, guardando il genere umano come un uomo solo che errando procede, e gli atti e i concetti dei personaggi conguagliando col loro tempo e colle idee correnti. Romanzi e novelle, anzichè frastornare con avvenimenti implicati, descrizioni sceniche, sfarzo della vita esteriore, esaminassero l’uomo interno e l’andare delle passioni in ciò che hanno di comune in tutti i tempi e luoghi, e di speciale a persone, a paesi, a età. L’eloquenza valersi della spettacolosa efficacia del momento per condurre a conoscere il vero, volere il giusto, accettare il sagrifizio. Divenuto riflessione attiva dell’uomo sopra se stesso, il dramma cambiavasi essenzialmente, e doveva empirsi d’azione, ritemprarsi a passioni meno strofinate, usar fatti, costumi, caratteri, linguaggio consoni colla storia; a tal uopo svincolarsi dalle unità precettorie, sconosciute ai Greci, consacrate dai Francesi per amor d’ordine, dall’Alfieri per amor del difficile. Ciò che più cale, il teatro non doveva traviare i giudizj e ubriacare le passioni, ma consolidare il buon senso e dirigere gli affetti, rappresentare la società e l’individuo quali sono, misti di bene e male, e divenire istruttiva intuizione di quella vita che non riceve spiegazione se non dalla morte.

Il pedante faccia in letteratura come il fazioso in politica, che giudica dietro a parole, non soffre opinioni contrarie, sentenzia non dando i motivi, arbitrario e intollerante: per noi le regole saranno una storia di ciò che fecero i migliori, non un ceppo per chi s’arrischia al nuovo; vera poesia non sarà se non quella che abbia alito e ispirazione propria, e l’ideale suo non tolga a prestanza, ma lo deduca da costumi, cognizioni, istituzioni, convenienze nazionali: s’immedesimi con tutti gli affetti, con tutte le solenni contingenze della vita; metta sott’occhio l’esistenza reale, ed ecciti l’esistenza più sublime del sentimento: sia mezzo di fede, di consolazione, di benevolenza.

Insomma verità del fondo, infinita varietà delle forme, bontà di scopo pretendeansi dal genere che fu detto romantico in opposizione a quello che s’intitolava classico; e che è caratterizzato interiormente da senso più profondo del presente in relazione al passato e col presentimento dell’avvenire; esteriormente da maggior lirica in ogni concepimento.

Io dico quel che pensavano i migliori: ma da una parte v’aveva i trascendenti e i vulgari, zavorra di qualunque innovamento, che voleano mostrarsi liberi col saltabellare da pazzi: dall’altra libri, articoli, improperj erano lanciati da quei tanti che esultano per ogni occasione di sfogare le passioni malevole all’ombra di un partito: la polemica, secondo è consueta, approfondiva l’abisso complesso delle cose, rinfacciavansi ai Romantici i fantasmi, le stregherie, l’anteporre alle decorose bellezze di Virgilio le rabbuffate di Shakspeare; e i nomi di classico e romantico fecero dimenticare quelli di buono e cattivo, come più tardi i nomi accidentali di repubblica e costituzione eclissarono il fondamentale d’Italia libera.

Osteggiava la novità La Biblioteca Italiana giornale milanese, che, prodigo d’encomj alle mediocrità striscianti, non lasciava impunito verun lampo d’ingegno, ardimento di scrittura, integrità di carattere, elevazione di sentimento, originalità di concetto, speranza di giovane. Ai pochi rassegnanti a vendere la penna, il Gironi, direttore, diceva: — Eccovi questo libro da incensare, e questo da scompisciare»; ed essi vi metteano l’impegno della viltà; oltre quelli che per proprio zelo s’incaricavano di denunziare opinioni e pensieri che poi sarebbero essi chiamati a processare. Vi fu chi disse: — Mostrerò il Biava come un Ilota ubriaco, finchè gli sia tolta la cattedra»; vi fu chi disse a proposito dell’Ugoni: — Aprirò quei sacchi per far vedere che contengono carbone»; vi fu chi, per impedire che l’imperatore gli mandasse un anello destinatogli, tolse a provare che la storia di Milano di Carlo Rosmini «era pericolosa alla religione, alla politica, al principato». Da quest’afa di sentina tolsero esempj e scusa que’ diffamatori, la cui bassezza si ajuta di perfidia, e che sono operosissimi dove la libertà della parola e la franchezza de’ pensanti non la condannino al giusto vilipendio.

A tali vergogne animosi giovani opposero il Conciliatore, con cui Pellico, De Breme, Berchet, Borsieri, Ermes Visconti, Giambattista De Cristoforis cercavano introdurre anche qui la critica iniziatrice, che ispirandosi al sentimento e alla verità, le teoriche di gusto traduce in consigli di dignità e coraggio. Queste novità portavano franchezza d’esame, onde non è meraviglia se la rivoluzione letteraria parve rivoluzione politica, e il ribellarsi alle regole fu denunziato per ribellione alla legge; il giornale fu proibito, e i redattori o in carcere o in esiglio, ma la controversia continuò con armi buone o con cattive. Milano pareva il vivajo de’ novatori, mentre nel resto d’Italia i Classicisti, intitolavano romantico tutto ciò che fosse brutto, disordinato, pazzo, e asserendo che i novatori proscrivessero lo studio e l’imitazione degli ottimi. Il Pagani Cesa[229] definiva i Romantici persone intese a sovversioni e letterarie e politiche; folla d’avventurieri fortunati, di briganti politici, di gente d’arme, di giovinastri, non pratici che del disordine in cui sono nati. L’Anelli da Desenzano (-1820), in certe Cronache di Pindo grossolanamente lepide, denticchiava quella scuola, senza giungere al vivo. Gugliuffi (-1834) diceva ch’essi emicant fortasse aliquando, sed more nocturni fulguris; egli che sosteneva le scienze farebbero grandi progressi qualora adoperassero la lingua latina[230].

Più s’accannì Mario Pieri corcirese, che vagò assai per Italia, bene accolto dappertutto e come forestiero e come letterato; in gioventù godette la domestichezza del Cesarotti e del Pindemonti, e per loro mezzo conobbe nel Veneto il Lorenzi, il Mazza, il Barbieri, poeta allora e futuro oratore, l’abate Tália autore di una estetica, il padre Ilario Casarotti arguto autore di poesie bibliche e di molti opuscoli polemici, Francesco Negri traduttore di Alcifrone, l’abate Zamboni e Benedetto del Bene educatissimi ingegni, il Morelli, il Filiasi, lo Zendrini, il Cesari, e quelle coltissime adunatrici della migliore società che furono Isabella Albrizzi e Giustina Michiel in Venezia, Silvia Curioni Verza ed Elisabetta Mosconi in Verona, e così il fiore delle persone di Vicenza, Belluno, Padova e Treviso dove fu professore. Altri a Milano incontrava alla conversazione del ministro Paradisi, altri ne’ ripetuti viaggi, poi nella lunga dimora a Firenze, dove, oltre i suoi connazionali Mustoxidi e Foscolo, usò famigliaramente col Capponi, col Niccolini, col Pananti, coll’eruditissimo Zanoni, col Becchi succedutogli segretario della Crusca, col Rosini filologo di amenissima conversazione, quanto era nojosa quella del Micali, col Del Furia bibliotecario, rinomato per l’abbaruffata sua contro l’argutissimo Gian Paolo Courier[231], coll’incisore Morghen, col pittore Benvenuti, col matematico Ferroni, col numismatico Sestini, col dottor Cioni, col Benci, col Puccini direttore della galleria, e colle amabilmente dotte Teresa Fabbroni, Rosellini, Lenzoni. Qual piacere non darebbe a’ curiosi, quale istruzione agli studiosi il vedersi ricondotti a conversare con questi, che solo in parte vivranno ne’ libri! E il Pieri, oltre prose e versi, dettò la propria vita senza elevazione nè larghi aspetti, bensì osservazione triviale, lineamenti vacillanti, passioni piccole, idolatria di se stesso.

Questi e tutta la consorteria del Monti poneano in canzone i Romantici, quasi gente che insorgesse pel solo piacere d’insorgere; e sarebbero tutt’altro che condannabili se avessero avuto la mira d’opporsi al forestierume, e non dimenticato che, isolandoci, noi resteremmo sempre nel falso e nel meschino. Intanto l’averlo avvertito bastava per rendere ridicolo e vergognoso quell’inneggiare Venere ed Imeneo[232], e imprecare Atropo e il Fato, applaudire ai Giovi e alle Cintie, pregare salute da Igia, senno da Minerva, giustizia da Temi: il verso di mera sensualità, gli eterni ricalchi d’Orazio o del Petrarca, insomma le forme convenzionali perivano, più l’idea non volendo incarnarsi in esse, nè il sentimento contenersi entro ai vincoli antichi, o la lingua limitarsi alle parole autenticate: l’ambiziosa fraseologia abbandonavasi ai vecchi incorreggibili o ai novizj rassegnati a non maturare più: e se il Monti chiedea, com’è mai possibile senza mitologia lodare un principe, celebrare un imeneo? gli si rispondeva: — È egli necessario belare le nozze e i natalizj de’ re e dei mecenati?»

Vero è che anche nella scuola romantica affluirono astrazioni sentimentali e mistiche, la moralità si angustiò in picciolezze di sacristia, all’eleganza sparuta surrogaronsi fantasie dissennate; avemmo novelle con spettri, e leggende con magie[233] e gnomi e silfidi e ondine, ingredienti non meno convenzionali che le ninfe e le stelle e le cetre e le tede e l’altre fracide espressioni di concetti indeterminati; riponendo l’innovazione nella forma delle idee anzichè nelle idee, nella verità storica anzichè nella verità morale, si credette fare libero il dramma collo scapestrarlo; si pindareggiarono i medesimi affetti sebbene con parole nuove. Ma nelle campali battaglie non si contano le migliaja di gregarj, e chi decide sono i capitani: e di eccellenti ne ebbe la scuola nuova.