Era un altro vezzo di quella scuola il dir ogni male del loro paese e del loro tempo: Foscolo lo bestemmia continuo; fino il buon Cesari chiamò miterino il secolo; e il Monti che gliene fece severo ripicchio, disse tanto male del suo tempo quanto niun mai; il Giordani si proponea di far un libro onde mostrare «per che gradi si siano le lettere italiane condotte a questa barbara confusione, che ha sommesse tutte le buone parti dell’arte di scrivere»: all’inesperto Leopardi parlava sempre di mondaccio, di tempacci, di armento umano, dove un buono e bravo è un’eccezione casuale e mostruosa, dove «non resta che sopportare tacendo, e andare dal doloroso silenzio breve all’insensibile riposo eterno».

Il Leopardi, predisposto all’ipocondria da una corporatura disgraziata e da tale salute che diceva non fare movimento, non passar istante senza dolore, sorbiva così la scontentezza di sè, degli altri, d’un mondo che non conoscea, ma credeva tutto ribaldo. Impetrato dal padre di vedere Roma, vi era consultato da grandi eruditi, i quali sapeano applicare vitali faville ai materiali ch’egli non facea se non raccorre; cercava qualche impiego, e mai non l’ebbe; venne a Milano a lavorare pel librajo Stella; e intanto diede fuori poesie, che ringiovanivano le forme di Dante e Petrarca, piene d’immagini, eppure nutrite di sentimento. Il Monti, il Perticari, il Maj, stimolati dal Giordani, gli sorrideano: ma deh! avesse trovato chi gli mostrasse la sublime destinazione dell’uomo; gli eccelsi fini della letteratura, la santificazione per mezzo del dolore, quell’affetto delle alte cose ch’è principio della poesia! Pagano d’idee come quel Foscolo «che pur faticando sull’orma del pensiero moderno, s’ostinò nelle forme greche» (Mazzini), il Leopardi soffriva in sè e desolavasi, mentre Ugo bestemmiava e godeva: questo sapeva la Bibbia non men che Omero; inorgoglivasi della grossa voce, delle membra torose, vanto dei tempi napoleonici; mentre nella pace meditabonda che succedette, il Leopardi, logoro dagli studj e tossicoloso, stillava la quintessenza delle angosce senza rassegnazione, mandando talvolta fin all’anima un gemito, simile ai gridi idrencefalici. Per stile fermo, spontaneità di prosa pensatissima, verso pieno di cose, Italia lo colloca fra i migliori antichi, mentre era degno di sedere fra i primi scrittori moderni; ma il Gioberti, suo grande ammiratore, riflette argutamente com’egli fosse antico soltanto a metà, perchè al genio antico toglieva la fede per surrogarvi la miscredenza moderna. In fatto, abbandonavasi alla desolante filosofia che ci avvilisce sotto pretesto d’analizzarci, e che esprime il rantolo d’una società agonizzante, non i potenti aneliti della risorgente (dei risorgimenti egli si beffava); e col pensiero scettico avvelenando un cuore che riboccava di affetto, Leopardi si sgomenta «alla vista impura dell’infausta verità», nella vita trova «arcano tutto fuorchè il nostro dolore», piange sull’infinita vanità del lutto, e dispera. A Leonardo Trissino scrive che «la facoltà dell’immaginare e del ritrovare è spenta in Italia... è secca ogni vena di affetto e di vera eloquenza»: nella Ginestra, che danno per la miglior sua poesia, insulta quelli che credono al progresso: e nel guardare la «mortal prole infelice», non sa se ridere o compatire, giacchè natura «non ha al seme dell’uomo più stima o cura che alla formica», conchiudendo che la ginestra è «più saggia dell’uomo, perchè non si crede immortale».

Così uno de’ più nobili ingegni che Italia abbia partorito, passò rapidamente gemendo sui mali, proverbiando le follie e i vizj degli uomini, senza conoscere le virtù nè credere alle generosità; in lotta coi sofferimenti proprj e colla pubblica trascuranza, e negligendo «le frivole speranze d’una pretesa felicità futura e sconosciuta»[226].

In coda a questi veniva la solita turba, devota a quell’antica maniera stereotipa, composta d’un poco di immaginazione e un poco di forme, con idee vaghe, espressioni esagerate, i fronzoli d’un genere verboso e sterile, da cui fummo impediti d’avere fin ad oggi una prosa nazionale; vagheggiavano gli stili mollicichi, prodighi di epiteti generici e di classiche intarsiature, e privi di fisionomia come donne imbellettate: pure discosti oh quanto dalla maestà e dalla squisitezza del Monti! A Luigi Lamberti, al Paradisi, al Cerretti, agli altri imperialisti mancarono l’elevazione di anima, la nobiltà e costanza di pensiero, senza cui non si merita nome di poeta. Abbondarono applausi al Biondi, al Betti, al Cassi che tradusse Lucano più prolissamente dell’originale; al Mordani, al Perticari, ad altri inzuccherati, che per darsi aria austera, rimbrottavano il secolo con grosse ingiurie in classico stile, abbastanza indeterminate per non irritare nè correggere. Paolo Costa ravennate (1771-1836), che non si lasciò abbagliare dalla luccicante libertà[227], cercò trarre le regole dell’elocuzione non dai precettori ma dall’indole dell’intelletto e del cuore umano. Salvator Betti (1768-1830), buono perchè provveduto di scienza, rivendicò molti vanti patrj nell’Italia Dotta. Il Biagioli da Vezzano, buttatosi nella rivoluzione, nel 1799 si accasò a Parigi, e vi aprì un corso di letteratura, a cui attirava gente col dare due concerti musicali il mese; devoto alla scuola retorica, prendeva entusiasmo per tutto, e fece non commenti, ma giaculatorie sopra Dante e Petrarca. Anche Giovanni Ferri da San Costante di Fano prese parte alla rivoluzione di Francia, poi vedendola eccedere rifuggì in Inghilterra; reduce, è mandato a Roma a impiantare le scuole; al 1814 si ritira, e scrive Ritratti e Caratteri e Lo Spettatore italiano, ove profitta della cognizione dell’inglese per darci novelle, cui la forma stentata scema l’allettamento. Anche molti traduttori, per l’importanza che in Italia si attribuisce allo stile, acquistaron nome a paro cogli originali; eppure non un solo ve n’ha forse che abbia tolto la speranza di fare meglio.

Ippolito Pindemonti veronese (1753-1828), anima pura e inattivamente gemebonda in estri «melanconici e cari», declama ora contro il viaggiare, or contro la caccia, or contro i rivoluzionarj; esalta la campagna, gli amici, le pie ricordanze de’ morti; a Foscolo fece rimprovero di non saper «trarre poetiche faville» da oggetti men lontani che Troja; lottò con Omero nel tradurre la difficile Odissea; e palpitò di libertà nella tragedia dell’Arminio, nobile carattere d’un difensore della patria indipendenza. Cesare Arici (1782-1836), secretario all’ateneo di Brescia, ottenne fama estesa per molte liriche mediocri, per una povera epopea sulla caduta di Gerusalemme, per migliori didascaliche sulla pastorizia e sulla coltivazione degli ulivi. E la didascalica, che un pensiero prosastico orna poeticamente, apriva bell’arringo alle immagini, la ginnastica più consueta di quella poesia; la quale fermava l’attenzione sulla frase, e colla forbitezza delle parole, col cumulo delle metafore, col vezzo della perifrasi, la sottigliezza de’ concetti, la peregrinità delle figure, la lambiccatura de’ sentimenti, il rimbombo de’ suoni palliava la vulgarità del fondo. Vi ottennero lode molti, nessuno raggiunse l’efficace parsimonia di Mascheroni e di Foscolo, alla descrizione della natura mescolando sempre i pensieri dell’uomo.

Mentre nei più l’allettativo delle fantasie sceveravasi dalla convinzione delle anime, altri aveano esteso lo sguardo e veduto un intero mondo di là dal serraglio accademico, e leggiadrie e sublimità di poesia, ed elevatezza di sentimenti, e profondità di ragione, convincendosi che la ricerca del bello non vuol essere limitata ad un tempo, ad un paese, ad una forma. La Spagna si presentava coll’immensa ricchezza drammatica, e colla cristiana e incondita originalità de’ comici e de’ romanzieri: l’Inghilterra col sentimento profondo e la penetrazione della natura umana nel gigantesco Shakspeare e ne’ moralisti: la Germania con una folla di cantori ironici o passionati, religiosi o scettici, tutti vibranti all’unissono delle idee umane, alla cui testa Schiller, Göthe, Tieck, Schlegel, emancipavano l’arte affinchè rappresentasse l’uomo, i tempi, la natura, cercavano il ritorno estetico verso l’antica bellezza, meglio valutata e sotto forme nuove e potenti, non isgomentandosi della trivialità purchè naturale; dappertutto poi una poesia popolare, qual frutto spontaneo di ciascun paese, di ciascuna età, che ha la verità non della storia, ma della passione, che evoca le potenze della vita, dolore, piacere, onore, virtù, voluttà; e in tutta la società moderna un movimento lirico coll’ardore della libertà, col disgusto del presente, coll’inquietudine intima e la speranza tormentosa, col tumulto delle idee nuove e il presentimento delle loro metamorfosi.

Con ciò alla critica negativa, che stitica i difetti dei grandi, o le bellezze ne misura a tipi prestabiliti, sottentrava l’iniziatrice, laboriosamente profonda nell’esercizio del pensiero, paziente nella pratica, colla potenza idealista che discerne il fondo della forma, che coglie l’unità dello spirito sotto la varietà della lettera, che indovina bellezze originali, che getta la congettura sul mare del possibile, e da quel che fecero i genj più diversi impara ove potrebbe arrivare un genio nuovo, mediante l’intima cognizione d’ogni bello; che infine colle dottrine eccita sentimenti ed azioni.

La civiltà nostra non deriva soltanto dalla greca e romana, ma anche dalla germanica; gloriose e più dirette antecedenze abbiamo nell’età romantica, cioè nel medioevo, e il viver nostro è conformato al sentimento e alle dottrine cristiane. Perchè dunque rifarci sempre ad Ilio e a Tebe, e tessellare frasi di classici, e invocare un Olimpo di cui deridiamo le divinità, aborriamo i costumi?

Più che i Tedeschi, maestri di tali novità, qui si divulgavano i libri francesi della baronessa di Staël, che obbligata da Napoleone ad esulare da Parigi, avea concepito ammirazione per gli autori tedeschi; e dai loro critici, principalmente dallo Schlegel, aveva dedotto il sottilizzare la critica non tanto ad appuntare gli errori, come a presentire le bellezze, non tanto a censurare un autore di ciò che fece, come a scorgere cosa e come avrebbe dovuto fare; e considerando l’arte per la più alta manifestazione dello spirito, non fermarsi alle diverse forme delle varie letterature, ma penetrare la ragione della vita e della durata[228]. La Corinna di lei, il Genio del cristianesimo di Châteaubriand, l’entusiasmo de’ tanti che visitavano la riaperta Italia (p. 308), venivano a modificare i criterj poetici antichi: Stendhal, la Morgan ed altri ripudiavano il senso comune per affettare spirito e novità: lord Byron, elegante inglese, che volontario esule e volontaria vittima, atti e sentimenti epicurei traeva in pompa per l’Europa, e principalmente in Italia, e dopo cominciato coll’elegia, finì con satira amarissima, faceva stupire di tanta realtà unita a tanta fantasia ne’ suoi poemi, dove, anatomizzando ironicamente la società, dipingendo le attrattive del vizio e l’eroismo degli scellerati, sostituendo l’eccezione alla regola, esistenze tempestose, situazioni violente, paesi diversi dai poetici, uomini audacemente ribellati al dovere, staccavasi ricisamente dall’arcadico concetto che s’avea della poesia, per cogliere la natura sul vero, insegnando a non permettere nessuno degli spedienti dell’arte, ad erudirsi ed ispirarsi in quanto fu fatto, per far poi diversamente.

Ed esso e i suddetti e i loro imitatori erano epicurei; eppure quell’ampia concezione dell’arte, il rispetto del passato, il sentimento dell’infinito che imparavansi alle loro scuole, disponevano i cuori alla fede. E già tra noi menti più serie aveano tolto a considerare i misteri della vita, e capito ch’essa non trae spiegazione se non da un primitivo mistero e da un postumo snodamento; e rinnegarono i miserabili trionfi dell’empietà, che dichiarate ipotesi l’ordine provvidenziale e l’immoralità, vi avea sostituito altre ipotesi, la fatalità e il nulla, e non lasciava all’uomo se non l’orgoglio d’un bugiardo sapere, le irrequietudini d’un’ambizione impotente. Che se la vita è un’espiazione e un preparamento, non le converranno la bacchica esultanza d’Anacreonte e la sibaritica spensieratezza di Flacco, ma una melanconia rassegnata, un ravvisare dappertutto l’ordinamento provvidenziale, un valutare le azioni dal loro fine o particolare o complessivo.