I tempi, strascinando a cambiare fra tanti cambiamenti, non lasciano se non da esaminare se l’uomo fosse di buona fede: ma a chi si pente, non rimane che ritirarsi in silenzio; conosciuto falso il sistema sostenuto, non può farsi apostolo del contrario; salvo in verità evidenti come le religiose. Il Monti metteva ingenuità nelle sue affezioni, forte sentendo comechè illuso, colorando con entusiasmo le immagini che gli attraversassero la fantasia; ma al termine di ciascuna composizione chiudea le partite: aveva empito le orecchie con torrenti d’armonia; domani verrebbero altre impressioni, e su quelle ordirebbe un altro componimento, cangerebbe la sonata sul suo istromento senza brigarsi di quella di jeri mentre ancora rimbomba nelle orecchie degli ammiratori. Difetto della scuola, la quale attendeva alla forma non all’essenza, a presentare una sola faccia; insegnava a cantare, non qual cosa si dovesse cantare; vagheggiava unicamente il bello, non la connessione dell’arte colla vita, del poeta coll’uomo e col cittadino. Allevato a lodare, il Monti lodò sempre, o bestemmiò per lodare; tutto occupato della forma, col fare largo e sicuro, colla sprezzatura maestrevole, colle reminiscenze così assimilate da parere spontaneità, conquistò il titolo di principe de’ poeti. Ma la primazia non fu indisputata; e durante la repubblica bestemmiavasi il cantore di Bassville da tutti quelli che aspiravano alla gloria col porsi ostili a un glorioso: Berardi celebre improvvisatore avventogli uno sconcio sonetto; con un sonetto infame, il Monti marchiò tutti i suoi avversarj, poi colle splendide contumelie della Mascheroniana. Le ostilità prolungaronsi durante il regno d’Italia; e massimamente il Gianni alleatosi col giornalista Urbano Lampredi, col Latanzio, col Leoni, attossicarono le lodi e le dignità conferite all’illustre: ma neppur l’ira li elevò a quella critica generosa, davanti alla quale affiocavasi la fama del Monti; ed esso ripagò ad usura nel Poligrafo, pur troppo col suo nome togliendo vergogna a’ manigoldi della letteratura, i quali ne appresero gli scherni, non quello spirito che fa parer meno acerbo il morso d’un’ape che d’una vespa. Eppure il Monti era onestissimo uomo, subitaneo all’ira ma pronto alla riconciliazione, volenteroso di giovare, capace di calde amicizie, prodigo di lodi anche a mediocri, che vivran solo perchè da lui mentovati, non disprezzatore de’ principianti, nè astioso a’ preveduti suoi successori.
Pari inconsistenza nelle opinioni letterarie. Egli ingrandito col celebrare gli avvenimenti giornalieri; egli che avea ridotto lirico il poema e fin la tragedia, redimendola dall’aridità alfieriana; egli che erasi agevolate le invenzioni con tante ombre e fantasmi, e ricalcato un poema intero sopra il falso Ossian, vecchio uscì a rimpiangere la mitologia bersagliata.
Fra i letterati interamente retori, e quelli per cui la letteratura era un’azione e un sacramento, stava Ugo Foscolo (1776-1827). Jonio, ma italiano di origine, di educazione, di studj, prese viva parte alle commozioni rivoluzionarie, poi allo sfavillante regno italico, fin dall’origine diviso tra generosi impeti e materiali istinti, tra elevatezza di parole e bassezza di fatti, tra forme rigorosamente classiche e pensieri nuovi. Dal Werter di Göthe prese il concetto del suo Jacopo Ortis: ma mentre l’autor tedesco conserva rigorosa semplicità di passione, cioè un amore di fantasia più che di cuore, nudrito d’orgoglio e d’egoismo, Foscolo vi mescolò l’elemento politico, dividendo il suicida fra l’amore per Teresa e il disgusto della mal donata libertà italiana. Così svanisce l’interesse che uom prende a un carattere che spiega tutto l’accordo delle qualità molteplici, eppure conserva l’individualità propria; mentre la passione non è nobilitata dallo sforzo del resistervi. Il mondo non solo, ma egli pure identificò se stesso col suo eroe; e la vita di lui vi si prestò, nella quale ostentando eccellenza morale nell’atto di abbandonarsi a passioni procellose insieme ed effimere, piaceasi di affrontare lo scandalo e vantare le proprie debolezze; come que’ sensuali esaltati che godono filosofando, tradiscono moralizzando, mendicano bassamente con frasi pompose. Col titolo di soldato e coll’affettarsi spadaccino, tentava soverchiare chi se ne sgomentasse, pronto a recedere davanti alla risolutezza: caro alle donne, che facilmente sono attratte da ciò ch’è alto, affascinate da ciò che soffre, rinterzava intrighi sui quali non stendeva un velo prudente, anche prima che indiscrezioni postume li traessero al pieno giorno: bisognoso di catastrofi e di fuggir la noja mediante l’azione, la cercò col far della letteratura un campo di assalti e difese, della polemica una professione di dottrine. Fra gente dedita alla più comoda eresia, la noncuranza di principj, esso vuol averne; e poichè il cristianesimo era affatto fuor d’uso, egli si ricovera nello stoicismo, che quanto facilmente coincidesse colla pratica epicurea l’abbiamo potuto vedere nel tramonto dell’impero romano. Sentendo molto, poco ragionando, ha concetti sempre dedotti da altri, senza precisione e avvolti in nebbia; per paura del senso comune avventasi nel paradosso, mirando a un bersaglio, ma sempre travalicandolo; pure vede nella letteratura meglio che un trastullo, e la necessità di darle un fondamento più largo e più solido, sebbene non l’abbia egli fatto, e di non separare il letterato dal cittadino; coi Sepolcri e colla prolusione costringeva a pensare, lo che non faceano i letterati di moda; sicchè gli scritti suoi sono tanta parte della storia contemporanea. In quell’anima sua «che domandava sempre d’agitare e d’agitarsi perchè sentiva che nel moto sta la vita, nella tranquillità la morte», fece specchio di tutti gli avvenimenti, e poichè non erano comuni, partecipò della loro grandezza. Dalle passioni e dalla moda tratto a sollecitare i favori de’ ministri, rifuggiva dal prostituirvi la dignità delle lettere: e qualche cenno, qualche illusione, fin la parsimonia della lode vogliono essergli contate a merito, perchè allora glien’era fatta colpa dalle sale dei grandi, dispensatori de’ pranzi e della gloria; dalla gioventù che scoteva colla potente parola, ottenne culto; la ciurma dei retori lo temette; i principi reazionarj ne perseguitarono la memoria: sicchè amici e nemici cooperarono a ringrandirlo, e la elevatezza di alcuni suoi concetti trasse sciaguratamente a imitarne cert’altri che più s’opporrebbero all’effettuazione di quelli.
«Anzichè un italiano moderno (dice Byron) egli è un greco antico»: e in fatto nell’Ortis, non che discolpare, santifica il suicidio; dalla mitologia vi deduce pensieri e affetti; all’amica legge l’odicina di Saffo; si volge per consolarsi all’astro di Venere; pagano nelle immagini e nei sentimenti, rinnega fino le speranze postume nel Carme ove alle tombe chiedeva rispetto e ispirazione. Ma all’Italia offriva uno sciolto, che non era quel del Parini nè di verun predecessore; grandeggiante di cose, variato di suoni, con oscurità affettata, e apparenza di voli lirici ottenuta col sopprimere le idee intermedie e col surrogare alla prova le immagini, l’amor delle quali e l’osservazione materiale aveva egli sviluppati nella vita avventurosa. Il proposito d’uscir dal comune imprime al suo verso una selvaggia grandezza; ma la prosa gliene riesce contorta, anelante, impropria, cadendo nella gonfiezza per cercare l’eloquenza, sebbene di conoscere il pregio della naturalezza siasi mostrato capace nella traduzione del Viaggio sentimentale di Yorik. Lamberti, Lampredi, il ministro Paradisi lo bersagliavano, scuola meramente retorica, ed egli ripicchiava, — Odio il verso che suona e che non crea»: non dissimulava il disprezzo pel Bardo della selva nera; e lanciò al Monti un epigramma invidioso più che arguto; Monti ne rispose uno nè da poeta nè da uom civile[219], e minacciava di «sperdere fin la polve de’ suoi Sepolcri»; il Governo «s’era fatto incettatore universale delle gazzette, per notare sommariamente d’infamia gli uomini che non ardiva opprimere sotto la scure», e Foscolo avventò l’Ypercalipsis contro quella consorteria, donde trapela un orgoglio che par dignità e non salva da bassezze, che, non domanda i favori del Governo ma invidia quei che gli ottenevano. Avendo arrischiata qualche allusione alle stragi napoleoniche, dovette uscire dal regno: ma più che de’ Governi si lamenta de’ nostri «sciagurati concittadini, che gli uni sospettano, gli altri si fanno merito a provocare sospetti; nè la prudenza giova quando v’è chi, o per rimorso o per mestiere, interpreta le parole e i cenni e il silenzio»[220]. Ricoverato in Toscana, e meglio accetto quanto men grata v’era l’amministrazione francese, vi godeva pace e nuovi amori, quando udì che crollava il colosso; e non parendogli conveniente che i casi italiani si risolvessero senza di lui, tornò esibendo la sua spada, e procurò imporre coll’urlo suo agli urli plebei nella sordida giornata del 20 aprile. I nuovi padroni esibirono di assoldar lui come militare o la sua penna come giornalista; ed egli, esitato alquanto, preferì andar ramingo in Isvizzera, e la calunnia ve lo inseguì fin a dirlo spia tra i profughi, e incaricato dall’Austria d’indurre i Cantoni a estradire gli uffiziali rifuggiti. Ond’egli potè applicare a sè quello che già nel 1798 scriveva in difesa del Monti: «Coloro che hanno perduto l’onore, tentano d’illudere la propria coscienza e la pubblica opinione dipingendo tutti gli altri uomini infami. Quindi oppresso l’uom probo, sprezzato l’uomo d’ingegno, si noma coraggio la petulanza, verità la calunnia, amore del giusto la libidine della vendetta, nobile emulazione l’invidia profonda dell’altrui gloria. Taluno, cercando invano delitto nell’uomo sul quale pure vorrebbe trovarne, apre un’inquisizione sulla di lui vita passata, trasforma l’errore in misfatto, e lo cita a scontare un delitto di cui non è reo perchè niuna legge il vietava. Lo sciocco plaude al calunniatore, il potente n’approfitta per opprimere il buono, il vile aggrava il perseguitato per palpare il potente. Vecchia italiana consuetudine di mietere e ricoltivare a sole splendido le calunnie politiche che certi vostri uomini di Stato, offerentisi ad ogni straniero, vanno seminando di notte; e a chi poi se ne lagna e gli accusa e gl’interroga, lo consolano o lo confondono con l’abominare i calunniatori, e col dire Nol so... Forse col restringervi ad arrossire del livore, dei vituperj scambievoli, de’ sospetti inconsiderati, del malignare le generose intenzioni, del presupporre impossibile ogni virtù, del cooperare delirando fra i traditori, i quali col tizzone della calunnia rinfiammano nelle città vostre le sêtte che sole smembrarono le vostre forze, per lasciarle a beneplacito di qualunque straniero, ed oggi pure vi trascinano a straziarvi l’onore, onde siate, non che incatenati, ma prosternati, perchè essendovi schiavi infami sarete più utili... adempierò all’assunto mio principale; ed è il persuadervi che non vi resta partito, o Italiani di qualunque setta voi siate, se non quest’uno, di rispettarvi da voi, affinchè s’altri v’opprime, non vi disprezzi»[221].
Caratterizzando gl’Italiani, soggiungeva che «mentre quasi tutti aspiriamo all’indipendenza, cospiriamo pur tutti alla schiavitù... Questa setta è contenta dell’onore di bramare a viso aperto l’indipendenza, e lascia ad altri il pensiero e i pericoli d’affrettarla, e, per giunta, si lusinga d’impetrarla quando che sia dalla commiserazione delle altre nazioni... Voi siete accanniti in battaglia, accorti a discernere l’arti della tirannide, concordi a dolervene, e inerti ogni sempre, e odiosamente diffidenti a sottrarvene: e presumete di non vivere servi?»
Queste voci di petto quando non se n’udíano che di testa, spieghino ai retori la costui grandezza, e l’influenza che ebbe sulla generazione seguente, e il rincrescimento che si prova di non poterne altrettanto ammirare il carattere. Fermatosi in Inghilterra, adoperò la penna per vivere e per domandare, com’era costretto da un improvvido lusso e da costosi vizj, i quali lo trassero a curvarsi alla fortuna in guisa, che di gran lunga appajono a lui superiori le donne che amò, e che lo ammansarono e nutrirono. Scrisse a difesa della Grecia sua; dell’Italia compassionò più che non ammirasse le libertà infelicemente tentate; e dopo i moti del 1821, i profughi giudicava o fanatici senza ardire, o metafisici senza scienza, e deliranti dietro a cose impossibili; «diffidenti calunniatori, avventati contro chiunque per carità della loro e dell’altrui quiete, si prova a persuaderli di non assordare i paesi forestieri con vanti, querele, minacce, le quali alla miseria dell’esiglio aggiungono il ridicolo». E schivava costoro «i quali, e come oziosi e come Italiani, sono indiavolati anche qui dalla discordia calunniatrice, loro fatale divinità avita, paterna e materna, che li segue e li seguirà perpetuamente in tutti i paesi e che temo rimarrà eterna eredità a tutti i nostri nipoti». E a coloro che imputano gli stranieri dell’infamarci con calunnie, delle quali in realtà siamo noi gli artefici, intonava: «Quando il tempo e la violenza dei fatti vi desta, voi vi guardate d’attorno colla sonnolenza dell’ubriachezza, ad esecrare Francesi e Tedeschi, e missionarj di sante alleanze, e ambasciadori che hanno versato sospetti e scandali a disunire e infamare l’Italia ed ogni Italiano. Pur da che vi soggiogano senza spandere sangue, hanno merito di prudenti. Ma se voi non voleste ascoltare, nè credere, nè ridire sospetti e scandali; e se aveste fede gli uni negli altri; e se non vi accusaste fra voi d’essere nati, allattati ed allevati figliuoli di patria lacerata da dissensioni; e se non vi doleste che ciascheduno di voi sta apparecchiato a prostituirla per oro o per rame alle libidini di tutti gli adulteri; e se non nominaste oggi l’uno, domani l’altro, a fare Tersiti de’ vostri Achilli, credo che la prudenza de’ vostri oppressori tornerebbe in ridicola furberia, e l’avrebbero oggimai pagata del loro sangue; sareste servi, ma non infami nè stolti. Se non che voi sciagurati non lasciate nè lascierete mai che neppure i fatti, i quali fanno ravvedere anche gli stolti, assennino voi, che pur siete scaltrissimi ed animosi».
Cerniamo queste parole dalle lettere sue, raccolte a pericolo della sua reputazione morale, ma a grande acquisto della letteratura, giacchè saranno la più letta, forse la sola letta delle prose di lui dopo il Jacopo Ortis; e dove, ritraendo in sè le malattie del secolo, pare sottrarsi anche al definitivo giudizio della posterità, incerta se fu un angelo o un demonio, un franco pensatore o un servile mascherato.
Terzo a rappresentare quella fase della letteratura viene Pietro Giordani di Piacenza (1774-1848), che animato «da furiosa passione e da violenta necessità di vivere studiando», ostinandosi sui classici nostri e sui latini, faticosamente raggiunse uno stile lindo ma non vivo, una frase naturale ma scarsa di concetti. Innamorato dell’arte, l’applica accuratissimamente a tenui argomenti, ove le idee accessorie soverchiano le principali; qualche grandioso soggetto gli balenò, come la storia della lingua nostra, ma ricascava a descrizioncelle, ad elogi, ad articolucci di circostanza, ove appena fra la retorica dà qualche baleno dell’erudizione portentosa e del sicuro giudicare per cui faceasi ammirare nella conversazione. In questa appariva abbondante di parole, arguto di concetti, a volta fin eloquente, largo di consigli, riboccante di benevolenza: eppure nelle epistole, invece di abbandonarsi al sentimento, le stillava a segno, che tre o quattro se ne trovano rigirantisi attorno a un pensiero stesso, o affinchè vi ricorra una stessa frase; il pensiero e la frase di quel giorno. Egli avrebbe voluto che tutte fossero distrutte[222]; invece se ne pubblicò un’improvvida congerie, dove preziose sono le poche, le quali trattano dell’arte, cercando sempre condurre i giovani «a studiare ne’ sommi autori con qual sottile artifizio si lavori e si pulisca lo specchio de’ pensieri», ad ottenere la semplicità, la facilità, la chiarezza, la collocazione naturale. E certo merito suo è l’avere, dall’infranciosamento o dalla pedanteria, rialzata la prosa italiana verso quel ch’essa dovrebbe essere veramente per esprimere con sembianza propria le idee e i sentimenti moderni, e d’avere proclamata l’italianità. «Finchè scrivemmo italiano, le altre nazioni traducevano i nostri libri; finchè dipingemmo italiano, venivano di là dai monti e dal mare a imparar a casa nostra la pittura. Chi ci legge ora? chi ci studia? chi ci prezza? E questo è pure dappoichè non siamo per nulla Italiani. Mi si dica che colpa è delle guerre? che insolenza di vincitore? Quale spada ci minaccia, quale editto ci sforza a tanta servitù?»
Secondo il diapason in uso, egli adora il Canova e Michele Colombo, Gino Capponi e il Dodici; gli è divino Napoleone come il Cicognara, come il Leopardi e molte signore; e del pari secondo lo stile corrente affetta disprezzare tutto e tutti[223]; ne’ giudizj seconda la passione più che il vero[224]; non rifugge dallo scrivere contro animo per ordine del governatore austriaco[225].
Fra i molti che gli dirigeano espressioni di venerazione e domande di consigli, fu Giacomo Leopardi di Recanati (1798-1837). Il conte Monaldo suo padre, autore di scritture contro i progressi del secolo e la falsa carità, avea copiosa biblioteca, di cui profittò Giacomo a segno, che a quindici anni sapeva già tanto di greco e latino da comporre un inno, che gli eruditi credettero antico; come fu creduta del Trecento una da lui finta relazione di santi padri. Struggendosi del desiderio di fama, scrisse al Giordani; e questo ne indovinò il valore, e scarco delle invidie troppo solite nei già celebri, lo confortò, lo ammirò, lo diede a conoscere ai famosi d’allora. Sventuratamente il Giordani poteva invaghirlo della forma, non istillargli idee; e tutto fu in persuadergli lo studio de’ classici, mai in elevarlo a pensieri nazionali e religiosi, e al bisogno dell’originalità.