Devastò le Americhe nel 1833; nel 34 e 35 la Spagna, gli Stati barbareschi, di nuovo la Francia: infine accostatosi a noi, nel luglio del 35 attaccò Nizza, di ventiseimila abitanti uccidendone ducenventiquattro; a Cuneo quattrocenventicinque di diciottomila; poi a Torino ducentosei; a Genova duemila cencinquanta sopra ottantamila abitanti, morendone fino trecento in ventiquattr’ore; sopra novantamila a Livorno mille centrentanove. Serpeggiò poi sul litorale Adriatico, e nelle Provincie di Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Verona, dallo ottobre del 1835 all’ottobre del 73, colpì quarantatremila quattrocento ottantadue persone, uccidendone ventitremila cenventitre; in Lombardia di cinquantasettemila che malarono, morirono trentaduemila. Di qui si comunicò al Parmigiano e Piacentino; poi alla riviera di Levante, mentre invadea pure il canton Ticino e la Dalmazia. Entrato in Ancona nell’agosto del 35, uccise settecentosedici persone; passato in Puglia malgrado la severissima quarantena, s’appigliò a Napoli in ottobre, facendovi cinquemila ducentottantasette vittime; ripigliò nel marzo del 37, uccidendo in un giorno fino quattrocenventicinque persone, e in tutto tredicimila ottocento; e per tutto il regno si dilatò in modo, che mentre la popolazione crescea di cinque per cento l’anno, si trovò diminuita di sessantamila settecento. Di peggio sofferse la Sicilia, e nella prima metà di luglio in Palermo perirono fino mille persone il giorno; milleottocento nel giorno 10; e di sessantamila abitanti in quattro mesi ventiquattromila, e duemila della guarnigione, sicchè presto mancarono impiegati agli uffizj, medici ai malati, preti alle esequie, sepoltori ai cadaveri. Messina restò immune, ma a Catania di cinquantaquattromila abitanti soccombettero cinquemila trecensessanta; e sui due milioni di tutta l’isola, ben sessantanove mila ducencinquanta. A Roma penetrò uscente luglio del 1837, e ai 29 agosto contaronsi ducentottantasei vittime; in due mesi cinquemila quattrocendiciannove, e i cencinquantaseimila abitanti trovaronsi scemi di ottomila. Altrettanto infierì ad Anzo, Civitavecchia, Tivoli, Subiaco, altrove, risparmiando Frascati, Albano, Velletri. A Firenze pochi guasti, gravissimi a Livorno: nè venner meno la costanza de’ medici, la pazienza di preti e frati, l’abnegazione dei Fratelli della misericordia e delle Suore di carità; persone derise e insultate nel tripudio, cerche e benedette nella sventura, per vilipenderle subito cessata.
Disputavasi sulla natura di quel morbo se fosse contagioso od epidemico; e se il progredire suo naturale e la provata derivazione de’ primi casi faceano crederlo propagato per contatto, si vedea poi spiegarsi col furore e coll’intrepidità d’un’epidemia. Da qui incertezza sui ripari; alcuni paesi chiudeansi con cordoni militari e lazzaretti; col male entravano lo sbigottimento e il disamore, i medici, avvolti in cappe cerate, gli spedalinghi colle maschere, i sacerdoti con essenze odorose e aceto e cloruri, cresceano lo sgomento. Eransi vantate come un acquisto della civiltà le contumacie, per cui l’Europa potè relegare fra i Musulmani la peste orientale; ora il secolo che tutto calcola, trovava che esse rallentavano i commerci e la necessaria rapidità delle comunicazioni: quindi sosteneva non essere contagioso il cholera; fosse anche, peggior danno veniva agl’interessi dalle quarantene che non dalla perdita d’alcune migliaja di vite.
I Governi principalmente, avendo bisogno di mandare eserciti qua e là a spegnere le rivoluzioni, e di non istaccare dal centro amministrativo le estreme membra a cui non aveano lasciato altra vitalità, pendeano a dirlo epidemico. Ma mentre da prima si era imprecato contro i Governi che non metteano cordoni sanitarj, dappoi si esclamò perchè gli avessero messi quando impacciavano le fughe e le comunicazioni; se questi Governi onnipotenti non tennero indietro il morbo, fu a bella posta per decimare i sudditi, per deprimere gli spiriti; giacchè un potere senza limiti deve subire una responsabilità senza limiti.
La gente che si crede savia, diceva tali propositi per l’insito spirito di opposizione; ben presto li disse terribilmente il vulgo, che, quasi ad attestare come poco avesse progredito in ducent’anni e malgrado la diffusione d’un romanzo popolarissimo, volle subito vedervi morti procacciate ad arte. I sintomi del male, tanto simili a quei dell’avvelenamento, induceano siffatta credenza: gli ampollini che i medici ordinavano per guarire, i profumi di materie corrosive, credeansi veleni stillati a bella posta: a chi riflettesse che nessun motivo poteva spingere a tanta scelleraggine, rispondeano, troppo fitta essere la popolazione, i Governi volerla diminuire, e perciò avere ordinato ai medici d’attossicarli; o i medici stessi volerli spingere subito al sepolcro perchè il morbo non si propagasse. Da qui un sottrarsi alle cure, nascondere gl’infetti, e così fomentare la diffusione; poi a volte assalire i medici, obbligarli a bevere i medicamenti, batterli, ucciderli, se non altro guardarli con truce iracondia. Tali scene furono universali; i modi della manifestazione variati secondo il paese e il Governo. La Compagnia della misericordia in Toscana, ammirata per eroica carità in tutte le epidemie e in questa, si gridò che avvelenava, e fu aborrita, violentata. A Roma, dove nè ospedali nè soccorsi eransi preparati, si permise un’illuminazione per ottenere e per ringraziare d’esserne liberi, si espose un angelo che riponea la spada nel fodero, e poichè appunto in que’ giorni raffittì la mortalità, il popolo ne diè colpa a un Kausel maestro d’inglese e lo trucidò.
Nel Regno questo male esacerbò le ire contro il Governo e quelle degli isolani contro i continentali, inducendo che da Napoli fosse venuto il veleno e l’ordine di sterminare i Siciliani, tanto più dacchè, quando il cholera ebbe invaso Napoli, si sciolse la rigorosa quarantena fin allora tenuta. I Siciliani dunque si ostinarono a respingere le navi provenienti da Napoli, a non voler ricevere truppe perchè infette, a non mandar denari perchè erano quivi necessarj: le città chiudeansi come in assedio: guardie ai pozzi, ai forni, alle porte. Un vecchio fugge con suo figlio alla campagna, e i villici gridano all’avvelenatore, li battono, li arrostiscono; otto altri al domani, diciassette ne’ dì seguenti, poi trenta a Capace, ventisette a Carini, sessantasette a Misilmeri, trentadue a Marineo, fra cui il parroco e il giudice; molti altrove, alla fiera superstizione intrecciandosi le vendette e le passioni particolari. Taciamo del vulgo, ma il cardinale Trigona arcivescovo di Palermo, côlto dal morbo, non volle rimedj, come inutili contro il veleno; lo Scinà, fisico valente e buono storico, ai primi sintomi corse dal direttore di Polizia suo amico, scongiurandolo a dargli il contraveleno, che supponeva dovesse aver da Napoli ricevuto insieme col veleno stesso. Un farmacista, accusato d’attossicare, nasconde l’arsenico sotto il letto: la serva che vede, lo denunzia, e trovata la polvere, e fattane l’esperienza su cani, si vien nella persuasione ch’egli volesse assassinare. A Siracusa si trucidano l’ispettore di Polizia, l’intendente della provincia, il presidente della gran Corte ed altri fin a quaranta, e molti nel contorno. Un avvocato Mario Adorno, che a capo d’una banda promoveva il tumulto, pubblicò quel morbo aver trovato la tomba nella patria d’Archimede, essendosi scoperto che proveniva dal nitrato d’argento, sparso nell’aria da scellerati che n’ebbero degno castigo. Tal persuasione si mesce ai rancori politici: a Catania, spiegata la bandiera siciliana, si grida che il cholera non è asiatico ma borbonico, si abbattono le statue e le arme regie, si forma un Governo provvisorio, proclamando la costituzione del 1812; i cento uomini appena che stavano di guarnigione in una città di settantamila, vennero facilmente disarmati; Santanello, comandante di piazza, si offerse vittima espiatoria; ma inseguito come avvelenatore, a stento campò. I prudenti giunsero a reprimere quel movimento; e già era calmato quando v’arrivò il Del Carretto ministro di Polizia coll’alter ego, e cominciò a servire contro i sollevati; da settecencinquanta furono arrestati, cenventitre condannati a morte, centrenta a pene minori; passato per l’armi Mario Adorno; Siracusa privata dell’intendenza e dei tribunali provinciali, trasferendoli a Noto. Rimase l’odio, rimase la persuasione d’un’immensa scelleraggine[218], quasi a dare un’altra lezione di umiltà al secolo che si vanta di ragionevolezza.
Anche altrove si tentò profittare del disordine per ribellare i popoli, e massime in Romagna: Viterbo si ammutinò, e fu repressa con forza e condanne: a Penne, col pretesto si fosse attossicata una fontana, sventolossi la bandiera tricolore, e ne seguirono supplizj: in altri paesi di Calabria vuolsi che veramente alcuni spargessero veleni per confermarne la voce e lo scredito del Governo, e se ne eressero processi regolari, suggellati con supplizj.
Eppure il cholera coadjuvò non poco a chetar le rivoluzioni, giacchè da una parte i popoli, sgomentati dal nuovo flagello, restrinsero sulle vite minacciate l’attenzione che volgeano alle ambite libertà, e i Governi poterono trarsi in mano i mezzi necessarj a prevenire il male o a reprimere il disordine, rinvigorendo i rilassati loro ordigni, e coi cordoni sanitarj opponendosi anche al contagio delle idee, e compiacersi ancora una volta d’aver rimesso al dovere l’Italia senz’accondiscendere a’ desiderj di essa.
CAPITOLO CLXXXV. Letteratura. Classici e Romantici. Storia. Giornalismo.
A questi movimenti politici accompagnavansi altri non meno notevoli nella letteratura. Sulla quale noi ci badammo sempre più che sulle scienze, perchè queste son d’ogni paese e al loro progresso tutte le nazioni contribuiscono, quella porge il carattere de’ popoli. Essa avea poco contribuito in Italia a preparare la prima rivoluzione, poco a impedirla, poco a propagarla, attesochè i giornali repubblicani erano polve quando non fossero sterco, e il Monti (1733-1828), unico che sopravviva, fece discredere alle bestemmie colle lodi e viceversa. In Roma abate ed arcade, primeggiando fra poetonzoli, simili a uccelli in muda che ogni rumore eccita al canto, egli preconizzava gli Odescalchi e i Braschi, i matrimonj e le feste, abituandosi a veder le cose da un solo aspetto e ad ispirarsi delle cose presenti, dal che doveano derivare tanta leggiadria alle sue produzioni, tante macchie al suo carattere. Nella Visione d’Ezechiello e nei sonetti su Giuda parea smarrito nel mal gusto fra il Marini e l’Ossian, ma Ennio Quirino Visconti lo invogliò de’ classici; ed egli, che sempre s’informò sopra gli autori che ammirava, ne colse frasi d’irreprensibile eleganza, splendide immagini, artifiziose perifrasi, larga onda armonica, accoppiando la maestà de’ Latini, la limpidezza del Cinquecento, la pompa del Seicento, le immagini de’ coloristi, la fluidità de’ frugoniani. V’aggiungeremo l’arte di addobbare all’antica le cose nuove, alla poetica le positive, come fece nella Bellezza dell’Universo e nell’ode per Montgolfier. Ma chi questa paragoni con quella del Parini a Silvia s’accorge quanto egli arretrasse dal punto ove la poesia era stata portata dall’austero Milanese. Nè in verità può dirsi che il Monti creasse e lasciasse alcuna maniera sua propria. Colla Bassvilliana parve raggiungere il senso mistico de’ Trecentisti nel fare il mondo dei vivi stromento d’espiazione e riconciliamento ai morti; ma collo sviluppo di quella macchina e col riprodurla in cento occasioni senza amore nè fede, palesò che dal mondo postumo non sapea trar fuori che ombre.
Suo vanto lo splendore delle immagini; suo debole la scarsezza di senso morale, avendo ambito la lode di gran poeta più che quella di cittadino coscienzioso. Corso nella Cisalpina a farsi perdonare gli encomj dati ai re col bestemmiarli, di nuovo dovette farsi perdonare il repubblicanismo da Napoleone col cantarne tutti gli atti (pag. 172): poi quando Napoleone cadde, celebrò il Ritorno d’Astrea in paese grondante sangue e fiele; ma «il sapiente, il giusto, il migliore dei re Francesco Augusto», ch’egli chiamava «turbine in guerra e zefiro in pace», gli sospese il titolo di storiografo e gli assegnamenti. Eppur egli «per secondare le generose intenzioni della illuminala superiore sapienza», scrisse la Proposta, e col Giordani e col mantovano Acerbi piantò la Biblioteca italiana, giornale governativo; mentre mancatigli i re, cantava gli Archinti, i Trivulzj, altri mecenati e un Aureggi che lo teneva a villeggiare. Giovane avea cominciato un poemetto La Feroniade, tutto diamanti mitologici per celebrare l’asciugamento delle paludi Pontine. Lo indirigeva al principe Braschi: ma nol compì, e sotto il regno d’Italia dedicollo ad Amalia viceregina; spodestata questa, pensò intitolarlo a Pio VII; infine si risolse per la marchesa Trivulzio, e così il pubblicò, e saranno forse i più bei versi di fattura mitologica, e probabilmente gli ultimi.