Che che ne blatterino i caffè, la politica pontifizia fu sempre gelosa del predominio austriaco; Leone XII non meno che Pio VII ne stettero in guardia; molto più il cardinale Bernetti, segretario di Stato di Gregorio XVI. S’adoprò egli vivamente perchè gli Austriaci uscissero al più presto: e di fatti non rimasero in Bologna che fino al 15 luglio 1831, quando le varie potenze si furono obbligate a conservare il dominio temporale della santa Sede. Ma persuase che non si otterrebbe mai tranquillità se non adattando il Governo ai tempi, chiesero al papa v’istituisse assemblee comunali e provinciali di elezione popolare; una giunta centrale sindacasse gli uffizj amministrativi; secolarizzate le cariche pubbliche; con cittadini notabili si componesse un consiglio di Stato[216].
Tali promesse arrisero ai Romagnuoli, e confidarono nell’êra nuova che il Bernetti aveva preconizzata pubblicamente: ma ben presto fu disdetta, e negate le riforme che era bello attuare quando non avevano aria d’essere strappate a forza. L’editto del 5 luglio 1831 la nomina de’ consigli comunali e provinciali attribuiva non al popolo, ma al preside di ciascuna provincia; esclusi i secolari dal Governo delle Legazioni; nè consentito d’aggiungere un Consiglio di Stato laico al sacro Collegio[217]. Prendeasi paura de’ moderati quanto de’ sommovitori, e forse più, perchè contro loro non si poteva invocare gli Austriaci.
Si dovettero aggravare le imposte, giacchè in que’ tre anni lo Stato ebbe a spendere otto milioni cennovantottomila scudi più dell’entrata: si comprarono due reggimenti svizzeri, il cui impianto costò cinquecentomila scudi, e trecensessantamila l’annuo mantenimento: si ordinò il disarmo delle Legazioni, alle guardie urbane surrogando corpi di volontarj, cerniti alla peggio, che diventarono tiranni e ladri atroci. Inveleniti gli animi, si ripigliarono le coccarde tricolori; la guardia urbana si fece deliberatrice, e fioccarono petizioni; una deputazione d’onorevoli cittadini andò a Roma a chiedere i miglioramenti cui il paese pareva maturo. Non ascoltati, l’opposizione prorompe; avvisaglie in molti luoghi (1832); a Cesena la guardia urbana sostiene giusta giornata; e le truppe pontifizie (20 genn.) sconfiggono, trucidano, saccheggiano Cesena e Forlì. Decentissimo titolo d’invocare gli Austriaci, che si schierarono da Bologna a Rimini, ricevuti con applausi e feste perchè terminavano l’anarchia. A governo delle sottomesse Legazioni stette l’inetto Albani, e a suo fianco il Canosa, minacciando forche.
La Francia si era fatto perdonare dalle Potenze le sue gloriose giornate, ma stava sempre in sospetti perchè le sapeva avverse; e il robusto ministero di Perrier, mentre reprimeva le sommosse interne, vigilava che altri non soverchiasse di fuori. Della libertà o dei diritti delle nazioni più non si discuteva: ma l’equilibrio gli pareva scomporsi quando l’Austria tenesse un esercito là dove le altre Potenze non recavano che trattative. Ecco dunque tre legni francesi, con rapidità inusata traverso il faro di Messina occupano Ancona (22 febb.), la cui fortezza, munita di trentasei cannoni e seicento uomini, non fece la minima resistenza ai mille ottocento Francesi, i quali professavansi amici della santa Sede. Il colpo inaspettato stordì noi e i nemici; il papa protestò e fece levare le proprie insegne; già si moveano Pontifizj e Austriaci per togliere in mezzo Ancona; e d’una conflagrazione generale si lusingavano quei che nella guerra ripongono le loro speranze. Ma anche questa volta la diplomazia sviò il nembo; e il papa consentì all’occupazione, che fu resa regolare sostituendo il generale Cubières a Combes e Gallois che aveano fatto lo sbarco.
Mentre in Ancona le parti agitavansi in modo che il papa scomunicò i capi e Cubières espulse i rifuggiti, condannò, represse, questa bandiera tricolore in Italia rimaneva iride pei molti, che non ancora s’erano disingannati degli esterni rinfianchi. Anche a Jesi un Riciotti, schiuso allora dalle carceri politiche, menava una colonna mobile a taglieggiare i facoltosi, assassinò il gonfaloniere Bosdari, e presentò una domanda di moltissime riforme; e di politica mascheravansi i latrocini e gli omicidj, fatti universali i sospetti e l’ire, il Governo ristabilito si trovò costretto a mantenere costose truppe, a seguire la politica straniera, e appoggiarsi ad una fazione che pretendeva poter abusare sia in violenza sia in denaro. Bernetti accattò reggimenti svizzeri, buoni e fedeli, sistemava le provincie e i Comuni a modo della antica libertà, sebbene quelle istituzioni, altra volta opportunissime, repugnassero all’accentramento, vagheggiato dai moderni: e un corpo de’ volontarj, che presto salì a cinquantamila uomini, divisi in centurie sotto capi conosciuti, col che il popolo si avvezzava all’armi, nè sarebbe stato difficile un giorno trasformarlo in esercito. Ma ciascun milite dovea dare giuramento, sicchè più che esercito, era una setta contro i Liberali, e che opponendo violenze a violenze sistemava la guerra civile.
Il Bernetti avea maggior pratica e accorgimento politico che tutti i cardinali, e proposito di conservare l’indipendenza dello Stato romano; del resto ignorava le particolarità dell’amministrazione, lasciò dilapidare le finanze e impinguare sue creature: ed esecrato dai Liberali come repressore della rivoluzione, dai Pontifizj come novatore, dagli Austriaci come quello che aveva dimezzato l’ingerenza data ad essi su tutta Italia dalla rivoluzione, Gregorio XVI lo congedò, procacciandosi così un’opposizione in lui e ne’ suoi.
Gli sottentrava (1836) Luigi Lambruschini genovese, nunzio in Francia sino alla caduta di quei re da cui era amato; dotto, leale, costumato, zelantissimo dell’autorità pontifizia e de’ diritti clericali, ma repugnante da’ Governi ammodernati, credendo l’assolutezza necessario riparo alla irreligione non meno che agli scompigli politici. Non curante delle ricchezze, ma gelosissimo del potere, non mitigava i comandi, locchè rendevalo esoso in paese di tanti orgogli e in tempi ove uno non si accontenta di abbassarsi se non per la certezza di essere tosto rialzato. Venne dunque imprecato per austriacante, come erasi imprecato il Bernetti all’Austria discaro.
Intanto da una parte il liberalismo, le società segrete e lo spirito d’insubordinazione dichiaravansi causa di tutti i mali; ma che essendo opera di pochi agitatori, colla forza potrebbonsi reprimere: dall’altra parte lanciavansi accuse assurde contro chiunque esercitava il potere o lo serviva; tutti doveano essere emissarj dell’Austria, ogni delitto, ogni sventura imputarsi a loro; uno era promosso a dignità o a carica? bastava perchè venisse gridato sanfedista e se ne dissotterrassero mille antichi e nuovi reati. Ogni tratto rinnovandosi qualche sommossa o clamorose dimostrazioni, e più spesso assassinj, detti politici, bisognavano la forza e gli spioneggi. Inoltre per tutto ciò bisognava levar prestiti, ipotecare, vendere, por tasse anche sui beni del clero, ritenere sul soldo degl’impiegati. Di riforme si cessò di parlare: se i potentati ne rinnovassero le istanze, opponeasi l’indipendenza che ciascun Governo deve avere nei proprj atti.
I mali furono accresciuti da un nuovo, il cholera, che non solo patimenti aggiunse ai patimenti degl’Italiani, ma ebbe importanza politica.
Nell’India serpeggiava da lungo tempo questa malattia, che talora manifestavasi fulminante con atroci coliche e tetano e pronta morte; talvolta comincia da prostrazione di forze, scioglimento di corpo, strazj allo stomaco, borborigmi, vomito; vi seguiva l’algore, con sete inestinguibile, affannoso respiro, spasmodiche contrazioni, color violaceo alla pelle, chiazzata di nero; intanto dejezioni e vomito, e sudori freddi e morte. Varie le opinioni sull’indole sua, incertissima la cura, e quasi sempre inutile dopo i primi momenti; e poichè gl’inglesi la trovarono somigliante al cholera morbus del 1669 descritto da Sydenham, le applicarono quel nome, ahi presto ripetuto in tutte le lingue. Desolata l’India e principalmente il Bengala, invase l’Arabia, e colle ossa di migliaja di pellegrini segnò la strada che percorrono le carovane devote e le mercantili: per tredici anni corse micidiale l’Asia e l’Africa, sinchè nelle guerre contro la Persia gittossi sull’esercito russo che lo recò in patria, donde nella Polonia quando questo andò a sottometterla, e di là propagossi a tutta Europa per Berlino e Vienna, ove giunse il settembre 1831, mentre per Amburgo spingeasi in Inghilterra e a Parigi il marzo 1832.