In Piemonte Carlo Felice poco avea fatto per rimarginar le piaghe del suo paese; pieno di sè, nè cerimonie volea nè malinconie, ripetendo — Non son re per essere seccato». Ad un capitano di bastimento che avea durato fatica nel salvarlo in una procella, volea dare qualche centinajo di scudi, ma il ministro gli suggerì avrebbe meglio aggradito la croce di san Maurizio e Lazzaro. — Oh che zugo! (esclamò) dategliela subito». Intanto la giustizia era pessimamente amministrata[210], sospetti i pensatori, mesto il paese pei tanti profughi e per gli arbitrj della Polizia. Il re, disgustato di Torino come covile di faziosi, sene teneva lontano; non raccoglieva regolarmente i consigli di Stato, puzzandogli di costituzione, e lasciava far ai ministri e principalmente al Latour. Avrebbe rinnegato la tradizione di tutta la sua stirpe se si fosse accordato coll’Austria, delle cui spoglie par destinata a ingrandire: onde avendogli questa offerto soccorsi contro i faziosi, egli ricusò risoluto, e represse qualche tentativo de’ Savojardi.
Non ebbe figli, e con lui terminato (1831 27 aprile) il ramo primogenito di casa di Savoja, appunto nel bollore delle sommosse gli sottentrava il ramo cadetto di Carignano[211] nella persona di Carlalberto, quel desso che vedemmo nella rivoluzione del 1821. Giovane, allevato in mezzo alle armi, partecipe delle speranze se non delle trame liberali, avea subíto gl’insulti dell’Austria, che diceano si fosse adoperata a farlo credere indegno del trono per le macchie del 21, mal lavate al Trocadero, e surrogargli il duca di Modena. Tanto bastava perchè, dimenticando il passato, sopra di lui si fissassero le speranze de’ Liberali, e girò l’indirizzo di un Italiano (Mazzini), il quale gli mostrava come non gli restasse che essere tiranno ed esecrato, o farsi costituzionale e italiano francamente rompendola coi potentati; parziali riforme gli nimicherebbero l’Austria senza amicargli i popoli, mentre con una parola libera e sincera potea ricreare l’Italia, riunirne le membra sparte, e se pronunziasse, «È mia tutta e felice», venti milioni d’uomini esclamerebbero, «Dio è nel cielo, e Carlalberto sulla terra! — Respingete l’Austria, lasciate addietro la Francia, e stringetevi a lega l’Italia; ponetevi alla testa della nazione, e scrivete sulla vostra bandiera, Unione, Libertà, Indipendenza! proclamate la santità del pensiero, liberate l’Italia dai barbari, date il vostro nome ad un secolo, siate il Napoleone della libertà italiana. Or che temete? il Tedesco? gridategli guerra, ardite guardar da vicino questo colosso eterogeneo, forte solo perchè altri è debole. Una voce ai vostri, una voce alla Lombardia, e avanti. Là, nella terra lombarda hanno a decidersi i fati dell’Italia ed i vostri; nella terra lombarda, che non aspetta se non un reggimento ed una bandiera per levarsi in massa: ma siate forte e deciso; rinnegate i calcoli diplomatici, gl’intrighi de’ gabinetti, le frodi dei patti. La salute per voi sta sulla punta della vostra spada... Se voi non fate, altri faranno, e senza voi e contro voi...».
Carlalberto re vedeva altrimenti che l’antico granmastro d’artiglieria, e conobbe che un movimento avrebbe posta in compromesso l’indipendenza del suo paese, determinando una nuova invasione austriaca. Nonchè parlare di costituzione, nemmeno l’amnistia concesse; nominò un consiglio di Stato, esprimendo che volea fare miglioramenti, ma «senza scostarsi dagli esempj lasciati da’ suoi maggiori», e «conservando inalterata la dignità della Corona». Si disperò dunque anche di lui; onde molti s’affrettarono a ricoprire la polvere di carbone colla polvere delle anticamere, altri si annoiarono nelle società secrete.
Perocchè, mentre le rivoluzioni del 31 eransi fatte a pieno giorno confidando nell’iniziamento del Governo francese, allora i novatori si ridussero a trame sotterranee; e appoggiatisi ai radicali, meditarono sommosse invece dell’insurrezione. Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel 1808, ivi fondò l’Indicatore genovese; soppresso questo giornale, andò a piantare l’Indicatore livornese; poi a Genova processato nel 30 e sbandito, ricoverò a Marsiglia, e con Bianchi piemontese e Santi di Rimini istituì la società della Giovane Italia. Suo simbolo un ramo di cipresso; parola d’ordine Ora e sempre. Direttosi a «tutti quelli che sentivano la potenza del nome italiano e la vergogna di non poterlo portare francamente», escludeva ogni uom maturo; confidava nell’insurrezione armata; accennava anche ad una religione da surrogare al cattolicismo, di cui dicea finito il tempo; e d’accordo coi Carbonari nel volere sbrattar la patria dai forestieri, ne discordava nel non chiedere più costituzione ma repubblica, abbattere ogni privilegio, confidare nel popolo a cui quelli non erano ricorsi. Venne sistemata a modo delle guerriglie, giacchè derivava dalla solita fonte; e la dirigevano da Londra Mazzini, da Malta i modenesi Giovanni e Nicola Fabrizj; stampava le sue declamazioni e i suoi intenti; e fin dai primordj apparve una sentenza di morte, eseguita col pugnale contro un preteso traditore.
Anche questa società parve più diretta a generare martiri che ad assicurare la vittoria, mostrando perseveranza di moto più che evidenza di meta. Il primo atto importante ne fu la spedizione di Savoja. I nostri rifuggiti comprarono una mano di que’ Polacchi che erano scampati dalla loro patria quando fu anch’essa abbandonata e vinta, e sotto al generale Ramorino, genovese che avea combattuto in Polonia, mossero dal lago di Ginevra e da Grenoble verso la Savoja (1834 gennajo). I proclami dicevano, dovunque è despotismo, essere sacro dovere l’insurrezione; delitto il non seguire la bandiera di questa allorchè il momento sia giunto; non concepire essi l’Italia che repubblicana, una dall’Alpi al Faro, non federativa; aspirare a fondare una Roma del popolo, centro d’una grande e libera unità religiosa, politica, sociale.
Ma parte furono arrestati sul territorio svizzero; alcuni entrati in Savoja non incontrarono il minimo assenso nel popolo, nè disertori dalla truppa, e pochi gendarmi li dissiparono. Malissimo concepita, peggio condotta; pure volle spiegarsi colla solita bubbola del tradimento, affisso al Ramorino.
Carlalberto avea già prima istituito corti marziali sotto di uffiziali inesorabili, come il generale Galateri governatore d’Alessandria e il Cimella nizzardo, e di cavillosi curiali; processati sessantasette militari dal sergente in giù, dodici furono fucilati, anche alle spalle, trenta alle galere «per aver avuto notizia della congiura, per aver letto o fatto circolare un libro contrario ai principj della monarchia». Coll’avvocato Andrea Vochieri d’Alessandria il Galateri insisteva perchè rivelasse, promettendogli grazia; ed esso gli rispose: — La sola grazia che desidero è che mi liberiate della vostra presenza». Il generale gli dà un calcio nella pancia, e l’inquisito gli sputa in viso. Galateri esacerbò la morte di lui facendolo traversar le vie dove abitava, sicchè la moglie e i figliuoli lo vedessero, e alla fucilazione assistette in grand’uniforme, pippando appoggiato a un cannone[212]. Giacomo Ruffini genovese si ammazzò in prigione: suo fratello fuggì in tempo per narrare, più tardi e ricreduto, le trame e le speranze. E molti furono gli esigliati[213], molti i dolenti, molte le decorazioni al Galateri e ad altri zelanti.
Dopo la spedizione di Savoja furono fucilati Volonteri e Borrel caduti prigionieri in quella, ed altri processati; e il non sospetto Gualterio assicura che Carlalberto ne provasse poi dolore e rimorso, e dal bisogno d’espiazione cominciasse la sua vita ascetica. Certo quel re assentiva ai concetti e ai comporti del duca di Modena[214], e lasciò rinnovarsi l’onnipotenza della Polizia: in conseguenza tornò odioso ai Liberali, che gl’imputavano di favorire a Gesuiti e missionarj, aver cercato la beatificazione d’Umberto di Savoja e di Bonifazio arcivescovo, dato ricetto a un prelato Pacca, già direttore della Polizia di Roma, poi scacciatone per sozzure; favoreggiato alla fazione che in Ispagna ed altrove contraddiva alle costituzioni: garantito un prestito di seicentomila lire fatto dai Pallavicini di Genova alla duchessa di Berry per tentare una controrivoluzione in Francia, dove su bastimento genovese sbarcò infelicemente[215]: sicchè Carlalberto fu denunziato per sanfedista con tanta giustizia, quanto una volta per Carbonaro.
Anche l’Austria cominciò processi, dove il tirolese Zajotti, già partecipe alle cospirazioni o alle speranze italiche, nel 1815, fu chiamato a tradurre in requisitorie criminali i suoi epigrammi da sala e le sue critiche di giornale: molti furono condannati a morte, a tutti commutata in carcere temporario, poi nella deportazione in America.
E di nuovo ne usciva un effetto opposto di quel che i Liberali aveano sperato, crescendo l’influenza dell’Austria sulla penisola. Che essa mirasse a ingrandire di territorio è una baja, accettata da quella credulità ch’è propria de’ tempi di rivoluzione; ma è vero che, sentita necessaria dai principi, e ai popoli non suoi men odiosa, che i principi proprj, essa poteva dirsi arbitra dell’italiche sorti. Nesselrode, Fiquelmont, Ancillon, rappresentanti della Russia, dell’Austria, della Prussia, a Berlino convenivano che i loro sovrani cercherebbero far adottare, che un principe, nel cui dominio scoppiasse una rivolta, ha diritto di chiamar in soccorso il sovrano vicino che sia in grado d’ajutarlo a ristabilire la tranquillità, senza che verun altro Governo possa opporvisi o rimostrare. Francia dichiarò non lascerebbe applicare questo dogma di diritto pubblico al Belgio, alla Svizzera, al Piemonte, ma Metternich incaricava il conte Appony, ambasciadore austriaco a Parigi, di chiarire quel ministero che il suo imperatore era risoluto di portar soccorsi anche al re di Sardegna qualora li domandasse, quand’anche dovesse seguirne una guerra. A ciò risolveasi il proclamato non-intervento.