Tutti questi insorti fissavano gli occhi alla Francia, come a promessa salvatrice. Di là, mezzo secolo prima, era venuta una scossa, per cui que’ medesimi che non avevano acquistato la libertà aveano però spezzato la servitù; era fresco il ricordo delle irresistibili vittorie di Napoleone; la bandiera tricolore riuscirebbe meno gloriosa ora che veniva portata, non più da un conquistatore, ma dalla libertà? non per minacciare l’indipendenza dei popoli, ma per restituirla? Tali e più belle speranze vagavano per le menti: ma la Francia non era diretta da una Convenzione, bensì da un re nuovo, rinvenuto più che cercato, accettato più che voluto, e come unica tavola in un naufragio nel quale si temeva perisse l’ordine sociale.
Luigi Filippo, intento a farsi soffrire dagli altri re, e assodare la propria dinastia col rispettare le altre, invece di convergere quelle sparse resistenze ad un rimpasto europeo, s’incaricò di eliderle; e per un pezzo vi riuscì. Casimiro Perrier, abile ministro, professa voler fiaccare le fazioni anzichè dar mano ai sollevati, e alle turbolente Camere (8 marzo) intimava: — Noi sosteniamo che lo straniero non ha diritto d’intromettersi a mano armata negli affari interni; ma forse ci terremo obbligati a portare l’armi dovunque non venga questo dogma rispettato? Sarebbe un’intervenzione anche questa. Lo sosterremo per via di negoziati; ma sol l’interesse o la dignità della Francia potrebbero farci prendere le armi: il sangue de’ Francesi appartiene solo alla Francia».
Subito si formò a Londra una conferenza di ministri che non rappresentavano le nazioni ma i re, e che si accingeano a ripristinare ciò che le tre giornate aveano abbattuto; e il Governo francese, che avea favorito le sommosse finchè opportune a sviare i nemici minaccianti, s’affrettò a comprimerle. Guglielmo Pepe, il capitano infelice della prima rivoluzione napoletana, e che struggeasi di condurne un’altra, erasi diretto a Lafayette, generale della guardia nazionale e centro di tutte le cospirazioni, chiedendogli duemila uomini, diecimila fucili e due fregate, con cui sollevare le Sicilie. Ebbe le buone parole che colui prodigava a tutti: ma all’atto non trovò che tergiversazioni; onde esso meditò passare in Corsica, reclutarvi a denaro da seicento a mille di que’ robusti, e arrischiare uno sbarco, che fra otto giorni lo renderebbe padrone di Napoli. Tanto sono irrimediabilmente ciechi i cospiratori di professione! Ma quand’egli, solo con due uffiziali, era per salpare, n’ebbe divieto, e fu rimandato a Parigi ad aspettare ancora e sognare per diciassette anni. Altrettanto erasi usato cogli Spagnuoli. L’Austria, irremovibile nel guardare come sua propria la causa di tutti i Governi d’Italia, rise del proclamato non-intervento, e mosse sopra i ducati insorti, o allegando le riversibilità, o l’esservi invitata; assalirebbe anche il Piemonte se i rivoluzionarj vi prevalessero.
La insurrezione della media Italia non era costata nè pericoli nè sagrifizj; leggermente abbracciata, fiaccamente sostenuta, nè grandi virtù nè grandi vizj palesò. I rappresentanti delle città di Romagna (26 febb.) dichiarano scaduto dal dominio temporale il papa, e stringonsi in uno Stato solo, con presidente, consiglio di ministri, consulta legislativa[201]; si pongono a moltiplicare atti, come suole ogni amministrazione che si sente di breve durata; e il proclama dell’avvocato Vicini vuolsi confrontare colla dichiarazione degli Stati Uniti per vedere quali guasti faccia tra noi la retorica. È codardo quanto facile il calunniare la sventura, ma perchè farsene adulatore? Certamente al popolo non si mostrò lo scopo d’un’insurrezione, a cui non era spinto da eccesso di sofferimenti; mancarono capi che colla risolutezza e col gran nome abbagliassero e strascinassero gl’indifferenti, che son sempre il numero maggiore; inesperti delle politiche cose, come gente a tutt’altro allevata, i governanti s’impigliavano nelle minime difficoltà; onesti, leali, con quella moderazione che onora ma che non salva, in un mondo il quale compassiona i deboli, ma s’allea solo coi forti, esitavano per paura di compromettere una patria che amavano, una pace di cui sentivano la necessità; e cullandosi nel promesso non-intervento, invece di profittare dell’impeto popolare, assalire Roma, suscitare Piemontesi, Lombardi, Toscani, raccomandavano la quiete come garanzia dell’inviolabilità, rimandavano a casa i campagnuoli chiedenti armi. Nulla dirò delle gelosie rideste fra le città; nulla dei disordini inseparabili da Governi che, nati da vittoria popolare, restano schiavi della moltitudine, guidata da chi più grida, più esagera, più promette. Napoleone e Luigi Buonaparte, falliti in altri tentativi di sollevare Roma, accorsero a infervorare la rivoluzione romagnuola, e scrissero al papa, esortandolo a deporre il temporale dominio prima che le forze giungessero su Roma invincibili[202]. Nuovo pretesto ai nemici di dire l’indipendenza italica minacciata da un’usurpazione napoleonica.
Ma di pretesti non facea mestieri dove francamente era stata dichiarata l’inimicizia. Una colonna d’Austriaci guidata da Geppert, passato il Po, ripose in dominio il duca di Modena e Maria Luigia (9 e 13 marzo): il veterano generale Zucchi, che dal servizio dell’Austria era disertato a comandar la rivoluzione della sua Modena[203], ritirasi col piccolo esercito sul Bolognese; ma quel Governo, scrupoloso al non-intervento anche quando il vede conculcato, ricusa ricevere quei fratelli se non disarmati. Quel Gregorio, che fu poi moda di trattar da imbecille, era stato ricevuto dalla plebe romana con applausi strepitosissimi; ma egli da savio non lasciossene lusingare, e «poichè rare sono le clamorose riunioni che disgiunte vadano da qualche discordia», sapendo che allestivasi altra festa, fece pubblicare che «non aveva egli bisogno di tali dimostrazioni per misurare l’attaccamento che gli porta questo suo amatissimo popolo»[204].
Al primo annunzio della sollevata Romagna, la Corte mostrossi disposta a larghi patti, volendo il Bernetti prevenire l’invasione austriaca; intanto erangli venute assicurazioni non solo dall’Austria ma e dalla Francia, dove quel non-intervento che offriva il tema di mille variazioni alla tribuna parigina ed ai giornali, due campi dell’eroismo parolajo, or sottoponeasi ad interpretazioni da casisti: che l’imperatore d’Austria poteva bene prender parte alle vicende della duchessa di Parma sua figlia; anche a quelle di Modena, ducato a sè riversibile; ma quanto alla Romagna, mai non gli si permetterebbe. Per verità, se i Francesi non ajutavano la Polonia col pretesto della lontananza, per l’Italia sarebbe bastato affacciarsi al ciglio delle Alpi. Ma Metternich, che vedeva pericolare o le provincie austriache o l’ingerenza sul bel paese, negò alla Francia il diritto d’impedirgli di ripristinare il dominio papale; — Se si ha a morire, tanto vale un’apoplessia, quanto la lenta soffogazione: faremo la guerra»; ed entrò sul territorio pontifizio. Allora la fragorosa Francia a gridare vilipesa la dignità nazionale e traditi i patrioti, e volersene vendetta; l’ambasciadore Maison da Roma incalzava a gettar il fodero, e spedire un esercito in Piemonte: ma il casismo soccorse di nuovo mostrando che l’Austria non v’interveniva per proprio conto, sibbene a richiesta del papa; e che del resto, guaj a lei se pensasse invadere il Piemonte[205], il quale in fatto non n’avea bisogno. L’ardore esalò in magnanime ciancie, e i Romagnoli videro non poter sostenersi che da sè. «Italiani, all’armi! chi ha un fucile, una spada, una falce, la prenda e venga con noi, che la vittoria non ci può fallire»; ebbero raccozzato un esercito di circa settemila uomini; ma vedendo presa Bologna, si ritirarono innanzi agli Austriaci, che procedeano a passo di carica sulla via Emilia: a Rimini tennero testa (25 marzo) quel tanto che bastasse perchè la loro bandiera fosse vinta, non macchiata; e avendo con quel fatto protetta la ritirata sopra Ancona, lasciato molti morti sul campo e trasportatine i feriti, si rassegnarono ad evitare una resistenza disastrosa quanto inutile.
Il Governo, ridottosi in Ancona, dichiarando non essersi mosso se non per fiducia del non intervento, dai Francesi proclamato in pubblico e promesso in particolare, rimette in libertà il legato Benvenuti; il quale promette l’oblio di qualunque atto della rivoluzione, e firma il passaporto de’ capi. Questi s’imbarcano; Ancona è resa pacificamente dal generale Armandi (29 marzo): ma la convenzione viene dichiarata nulla a Roma, giacchè il Benvenuti avea cessato dalla sua carica col divenire prigioniero; s’istituisce processo contro quelli che avessero firmato l’atto di decadenza, o violato il giuramento militare, o pubblicato scritti empj o sediziosi; agli altri intero perdono. Il colonnello Sercognani, ch’era proceduto fin a Rieti, udito quel rovinío, volta per la Toscana, e ben accolto dal popolo e soccorso dal Governo rifugge in Francia. Tre navi portarono altri profughi in Francia, in Inghilterra, a Corfù; ma una fu arrestata da due golette austriache, e ventun pontifizj e sessantasette modenesi che vi stavano furono gettati nelle prigioni di Venezia. Poco poi i pontifizj, più tardi i modenesi furono rimessi in libertà; processati gli austriaci, e Zucchi, come disertore, sottoposto a giudizio militare e condannato in fortezza per tutta la vita. Paolo Costa di sessant’anni e malato della pietra, andò a Corfù ad insegnare filosofia, come l’archeologo Orioli; Pellegrino Nobili di settantasei anni, dopo una fuga piena di pericoli, raggiunse in Francia suo figlio, insigne fisico fuggente anch’esso, sinchè ottennero di ricoverarsi in Toscana. Questi e il filosofo Mamiani, i fisici Amici e Melloni, il medico Sterbini, il poeta Pepoli ed altri colla loro civiltà e sapienza cresceano la pietà per le sventure d’Italia in quella Francia dove i nostri ricevettero ospitalità benevola, stentati sussidj e fallaci promesse[206]. Napoleone Buonaparte era finito di morte violenta: suo fratello Luigi dall’amorevole madre Ortensia fu campato a preparar nuove trame, che doveano portarlo alla prigionia poi al trono. Gli Austriaci tennero occupati i ducati della media Italia e le Legazioni; in Lombardia spaventarono con processi rigorosi, pure mondi di sangue; e Metternich fu decorato dall’imperatore d’Austria «per aver tanto contribuito a mantenere l’indipendenza degli Stati italiani».
Maria Luigia, non avendo destinato alcuno a governare in sua vece, non poteva far colpa a chi erasi assunto gli affari; tornata a Parma, presto bandì generale perdono, eccettuandone ventun profughi. L’odio concentravasi sul Mistrali ministro, più ambizioso che tristo[207], sul Sartorio, capo della polizia, che poi fu accoltellato; sui Gesuiti annidati nel collegio di Piacenza, e contro i quali si fece poi una chiassosa dimostrazione; mentre l’arciduchessa pensava a goder la vita, e i resti d’un corpo ch’era stato di Napoleone diede al conte di Bombelles che la ridusse e parca e devota.
Francesco di Modena, più irritato perchè avea previsto eppur non ovviato, e persuaso che «i settarj si ostinano a voler abbattere altari e troni, e che un sovrano è responsabile in faccia a Dio se tollera il trionfo dell’irreligione» mandò al supplizio Vincenzo Borelli e Ciro Menotti, il quale salì al patibolo esclamando — Italiani, non lusingatevi a promessa di stranieri»[208]. Coll’editto 18 aprile 1832 sopprimeva le formole giuridiche contro i rei di Stato, abbandonandoli agli sgherri e alle spie; e sparsasi voce d’un attentato contro la vita di esso, i soldati giuravano, «Se l’inferno vomitasse un’anima capace di rinnovare le ribellioni, noi renderemo i concittadini responsali sulla vita loro della sicurezza di Francesco IV con giustizia militare pronta sicura». Da tremilacinquecento volontarj estensi rimanevano alle proprie case ma in armi, vigilando alla pubblica tranquillità, e pronti ad accorrere quando bisognasse. Il duca non curossi che Francia e Inghilterra interrompessero le relazioni diplomatiche con lui, lasciava stampare contro di esse e contro il liberalismo, e francamente si collocava campione de’ Governi assoluti, alla riazione pretendendo imprimere il carattere religioso e patriarcale, dopo sei anni di processi, furono condannate a gravissime pene cenquattro persone, ma tutte contumaci e due morte; e quelle pene stesse ebbero mitigazione. Giuseppe Ricci, guardia nobile del duca, al quale era rimasto fedele nei movimenti del 1831, e che passava pel favorito di esso, accusato che cospirasse ad assassinarlo, fu fucilato: vittima forse d’una ingiustizia, ma non eroe politico.
Quel Canosa, che, parendo eccessivo a Napoli, n’era stato rinviato con doni e mortificazioni, viveva oscuro a Genova, allorchè il duca di Modena lo chiamò a capo della sua Polizia, dove per molti anni fu lo spauracchio de’ liberali di tutta Italia. Più tardi ritiratosi a Nizza, si congratulava seco «d’aver processato, imprigionato, frustato, ma non impiccato; d’aver prevenuto le colpe collo sbigottire, ma non ucciso un solo per crimenlese nè stando governatore militare a Ponsa, nè ministro di polizia a Napoli; mentre dappoi abbondarono congiure, sêtte, mandati di morte, e in conseguenza commissioni militari, e un numero estesissimo di esiliati, vera e bestiale misura per chi conosce il mestiere»[209].