E parve venuto allorchè i Francesi (1830), i quali aveano una Costituzione e tutti i mezzi legali di correggerla e svilupparla, si precipitarono alle vie illegittime; e nelle tre giornate di luglio, con grande sacrifizio di vite, cacciarono la dinastia de’ Borboni, e al domani vi sostituirono quella degli Orléans. Non era però soltanto una rivoluzione di palazzo; cambiavasi il diritto pubblico, al re discendente da re, capo de’ nobili, largitore della libertà, surrogandosene uno eletto da una turba parigina che intitolavasi popolo francese; alla dinastia ripristinata dagli stranieri, una che fondava i suoi diritti sulla rivoluzione, cioè sovra ciò che, per l’istesso suo nome, manca di stabilità. Poichè non può scuotersi la Francia senza che tutt’Europa se ne risenta, vi tennero dietro sollevazioni nel Belgio, in Polonia, in Grecia, e commovimenti per tutta Europa.
La Francia sta sempre in occhio che l’Austria, sua antagonista, non ingrandisca di troppo in Italia, solletica le aspirazioni nazionali, ostili all’Austria: eppure ripugna dal lasciare che vi si formi uno Stato poderoso, e noi ci diciamo traditi perchè supponiamo gratuitamente che sia generosità disinteressata quel ch’è tornaconto nazionale. Da un pezzo gli accorti denunziano una siffatta politica: eppure coloro che vedono unica salvezza nelle rivoluzioni, ne considerano unica leva la Francia, e perciò l’invocano, e dai movimenti di essa prendono impulso e norma ai proprj; delusi cento volte, cento ricascano, come l’amante coll’amica infedele, o come il naufrago che s’aggrappa a qualunque corpo, foss’anche un altro naufragante.
Ora però sembrava affatto al caso nostro il simbolo della nuova rivoluzione francese: perchè, alla Santa Alleanza, ch’erasi arrogato d’intervenire in qualunque paese onde impedire le istituzioni dissonanti dal sistema di lei, Francia contrapponeva il non-intervento, cioè che nessuna nazione potesse impedire che un’altra mutasse gli ordinamenti interni, secondo la volontà del principe o del popolo. Chi sbandì sempre le Costituzioni d’Italia? L’Austriaco, diceano. Ora che la magnanima Francia proclamò il non-intervento, potranno i popoli di essa costituirsi, forse d’accordo coi re: se non resta altra via che l’insurrezione dove mancano rappresentanza e diritto di petizione, la Francia democratica sosterrà certo una rivoluzione democratica; tanto più che così l’Austria sarà costretta occupare in Italia le armi, che affilava contro la nuova rivoluzione. Il ministro Lafitte avea dichiarato alla tribuna: — La Francia non permetterà che il non-intervento sia violato»; e Dupin soggiunse: — Se la Francia, rinserrandosi in un freddo egoismo, avesse detto che non interverrà, sarebbe vigliaccheria: ma dire che non soffrirà s’intervenga, è la più nobile attitudine che possa prendere un popolo forte e generoso»[197].
La Santa Alleanza e i principi nostri sentirono il pericolo, e prepararonsi: il re di Piemonte tolse le armi alla Savoja, mise le fortezze e l’esercito in istato di guerra, ma subito stendeva la mano al nuovo re Luigi Filippo come al solo che poteva allora salvare l’autorità. Al contrario il duca di Modena mai nol volle riconoscere, ebbe sempre come legittima soltanto la linea primogenita, e lasciava che in Parlamento i Francesi minacciassero cacciarlo a colpi di scudiscio. La situazione restava complicata dall’essere allora appunto vacanti i troni di Piemonte, di Sicilia, di Roma.
L’interregno papale fu tumultuoso, non solo fra gli ambasciadori che imponevano chi eleggere o no a pontefice, ma nella città dove si tentò una sollevazione (9bre), istigandola principalmente la famiglia Buonaparte colà ospitata; anzi Napoleone e Luigi, figli del già re di Olanda, con alcuni Côrsi e con vecchi soldati corsero gridando Italia e Libertà, ma non trovando consenso, andarono dispersi o furono presi. Tra siffatte irrequietudini era elevato alla tiara Mauro Cappellari, dotto e pio camaldolese di Belluno (1831 2 febb.); e col nome di Gregorio XVI «si assunse liberamente in faccia all’Europa gl’impegni che si rendeano necessarj per la durevole unione tra gl’interessi del trono e quelli della nazione»[198].
La rivolta, che era fallita in Roma mercè l’attenzione del cardinale Bernetti segretario di Stato, meglio riuscì in provincia. I cospiratori, sempre tenendosi sicuri del non-intervento, divisavano far in ciascuno Stato particolari rivoluzioni, salvo poi a fondersi in un solo che avesse centro Bologna. I Menotti di Carpi erano ricca famiglia e industriosa, con estesa fabbrica di cappelli di trucioli; col qual pretesto Ciro viaggiò, ed affiatossi colla propaganda a Parigi e coi Buonaparte a Roma. Ch’egli si facesse intermedio di questi presso il duca di Modena, col quale era associato per negozj, e che il duca lo lusingasse per tradirlo, è smentito da lettere; Enrico Misley riceveva denari dal duca per ispiare i cospiratori a Parigi, mentre da questi faceasi credere devoto alla libertà[199]. La tresca cresceva; ma di mezzo al preparare vien arrestato Nicola Fabrizj modenese, principalissimo fra i cospiratori, sicchè questi non potendo più mettere indugio, raccolgonsi in numero di quindici nella casa Menotti (3 febb.), e spacciano per sollecitare soccorsi dalla campagna e dalle città. Il duca informatone, unisce i pochi soldati, e segnatosi, marcia a capo di quelli, e con pochi colpi obbligatili a rendersi, li caccia prigione, e scrive: «Mandatemi il boja». Al domani però, udendo che anche gli Stati vicini insorgeano, egli non credesi più sicuro, e rifugge sul Mantovano, seco traendo Ciro Menotti, che confida ai carcerieri austriaci. Subito Modena si grida libera, e con un atto di sole settantadue firme proclama dittatore l’avvocato Nardi 1831 con tre consoli Maranesi, Minghelli, Morano. Reggio, dove le trame faceano capo alla Giuditta Sidoli, fece rivoluzione da sè, poi si unì alla modenese, preponendo al governo l’insigne giureconsulto Pellegrino Nobili; e si cominciò a disfare il vecchio, e cacciare i Gesuiti, soliti capri emissarj.
A Parma e Piacenza l’austriaca Maria Luigia mostrava cuor buono e generosa carità; istituì un ospizio della maternità; se, come tutti gli Stati, contrasse debiti[200], alle scarse rendite del paese suppliva col proprio lauto appanaggio; in occasione di feste di Corte mandava abiti e ornamenti alle dame; arricchì d’insigni professori l’Università; a disegno del Coconcelli fece costruire i ponti del Taro e della Trebbia, spendendo in questo un milione, quasi due in quello; e conservò i codici, gli ordinamenti amministrativi, la moneta di Francia: ma l’essere austriaca e l’avere rotto fede all’ancor vivo Napoleone screditava la duchessa, di cui solo quando morì lasciando ben fornite le casse, confessaronsi i meriti. Regnante al modo del secolo passato anche pei costumi, un generale austriaco (Neipperg), poi un conte francese (Bombelles) da governatori si fece amanti e mariti; e ad essi abbandonava il paese nelle lunghe sue dimore ai bagni o a Vienna. Non mancarono cortigiani che coll’avidità e l’ignoranza corruppero le benevole intenzioni di essa e il denaro pubblico malversarono, mentre al commercio, all’industria, alle miniere, ad ogni durevole istituto non si badava, com’era naturale in dominio goduto a vita. E di tal condizione provvigionale risentivansi tutte le ordinanze, oggi fatte, domani casse, e mutate le persone. Anche la rivalità della pingue ma abbandonata Piacenza colla preferita Parma seminava zizzania.
Nè i sudditi odiavano l’arciduchessa, bensì il ministro Werklein, in cui tutta affidavasi dopo morto lo splendido Neipperg: ed avendo anche i Parmigiani inalberato la bandiera italiana, ed ella dichiarato che i suoi legami le impedivano di fare le chieste concessioni, venne cortesemente accompagnata al confine austriaco, e istituito il Governo con Linati, Casa, Castagnola, Sanvitale, Melegari, Ortalli, Macedonio Melloni. Piacenza fu tenuta in fede dalla rivalità o dalla cittadella.
Bologna compiva la sua rivoluzione, incruenta come le altre; e il prolegato rimetteva i poteri ai cittadini che eressero un Governo provvisorio (8 febb.). Il cardinale Benvenuti, legato a latere, fu arrestato; e gl’insorgenti, formato un piccolo corpo sotto Armandi, intitolatosi generale e ministro della guerra, bloccano la fortezza d’Ancona, e l’hanno dopo pochi giorni: il colonnello Sercognani, avendo per commissario Carlo Pepoli, avanza con duemila cinquecento uomini nelle Marche; Perugia, Spoleto, Foligno, tutta l’Umbria rispondono al suo appello, quasi a una festa; e senz’opposizione del Governo, senza riazione di partiti, senz’ombra di pericolo, la bandiera tricolore sventola fin a Orticoli, a Terni, a Ponte Felice, insomma in vista di Roma: dappertutto istituivasi la guardia nazionale, diminuivansi i dazj del sale e del macinato, spandevansi proclami.
Faville che traevano importanza dalla conflagrazione di tutt’Europa. Perocchè, sull’esempio di Francia, e forse pe’ suoi incitamenti, la Grecia che da dodici anni combatteva per respingere la mezzaluna dalle fronti segnate dalla croce, ripigliava spiriti alla lotta in cui l’Europa principesca l’avea sfavorita; Spagna e Portogallo rialzavano le abbattute bandiere costituzionali; Germania credea venuto il tempo di ottenere ciò che le era stato promesso e mentito; la Svizzera già prima aveva riformato i suoi statuti in senso popolare; in Inghilterra, al grido dei radicali chiedenti libertà mesceasi terribile la voce della plebe chiedente pane; il Belgio, a nome del cattolicismo conculcato, ribellavasi all’Olanda; la Russia che muoveva gl’innumerevoli suoi eserciti per rimettere la quiete in Europa, vede la vanguardia sua rivoltarsele, cioè la Polonia, che con valore segnalato invoca il nome di Maria e la sua nazionalità.