Le alture d’Albano che fanno cornice all’Agro romano, nutrono una popolazione robusta, e d’uva e frutti provvedono la capitale: ma neppur qui abbastanza si cerca migliorare le produzioni, e il vino e l’olio.

Di là da Velletri cominciano le paludi Pontine su quarantadue chilometri di lunghezza per diciotto di larghezza. Pio VI vi sanò ottomila ettare, che furono distribuite in enfiteusi coll’obbligo di coltivarle e mantenere i canali secondarj, ma non che adoprarvi tutta la cura, è assai se s’adempiono i contratti. Principali concessionarj sono le famiglie Massimo, Fiano, Gaetani, e la fabbrica di San Pietro, alla quale appartiene il Campo Morto di ottomila cinquecento ettare, dove, fra gli altri allettativi per attirar gente, i malfattori sono tenuti immuni dalla giustizia purchè subiscano la disciplina prescrittavi. Quel podere alla semenza di mille ettolitri di frumento e quattrocentoventi d’altre granaglie risponde l’annuo ricolto di quindicimila trecento ettolitri; quattrocento giornalieri lavorando alla seminagione, il doppio alla messe, oltre gli ordinarj; trecentoventi bovi con sessantacinque aratri alla coltura; ducencinquanta bovi sonvi ingrassati: ottocento vacche, cento bufali e duemila pecore pascolano nel maggese: cento cavalli servono ai sorveglianti e pei trasporti, oltre ducencinquanta giumenti e i loro piccoli. Eppure non si affitta che tredici franchi l’ettara.

Il sistema di far rendere senza intervento d’uomini nè spese di coltura, contentandosi de’ prodotti spontanei, non è dunque generale nello Stato; e la grande coltura è propria solo delle paludi e della campagna: ma insalubrità, spopolamento, mancanza di sfoghi sono reciprocamente cause ed effetti di danno, nè si può riparare ad uno in particolare; e vuolsi ben altro che decreti, fossero anche ben consigliati. Clemente XIII vietò di tagliar legnami nei possessi dei Comuni o della Camera apostolica senza licenza; nel 1789 Pio VI diede un buon regolamento pei boschi, e fece erigere un nuovo catasto; colla libera asportazione de’ grani ne sollecitava la produzione; nel conferire le doti si preferirebbero le figlie d’agricoltori; si stabilirono premj e pene che non ottennero effetto. La dominazione francese brevissima non ebbe tempo di spartire fra operosi proprietarj i latifondi di manomorta che traeva al fisco; e una commissione istituita nel 1810 per migliorare le paludi Pontine, nulla trasse a riva. Nel 1819 una società straniera offerse di prendere in affitto tutto l’Agro romano, retribuendo al fisco un canone annuo, e a ciascun proprietario un fitto pari a quello che allora godeva; e dopo cinquant’anni restituirgli i terreni migliorati: intanto la società avrebbe dissodato il fondo, rasciutte le paludi Pontine e quelle di Macarese ed Ostia, resi navigabili il Tevere e il Teverone per l’intero loro corso, aprendo così una uscita ai prodotti della Sabina; costruito villaggi con chiese, scuole, ospizj, strade; utilizzato le acque minerali e sulfuree; piantato modelli di podere dove introdurre produzioni nuove, l’indago, la cannamele ed altri; tutti questi lavori sarebbero fatti da indigeni, alloggiati in situazioni salubri, congedati ne’ mesi pestilenziali. Erano forse le solite lustre di speculatori: fatto è che la proposizione, dal nuovo papa accolta favorevolmente, fu lasciata cadere forse per opera di chi ne temeva scapito.

Il nuovo papa Pio VIII (Saverio Castiglioni) (1829 31 maggio), uomo austero e dotto, lodato del far poco, dopo che Leone XII avea fatto troppo; non arricchì parenti; usò a ministro il cardinale Albani, impinguatosi con appalti e speculazioni, inclinato all’Austria, nè troppo sottile in fatto di religione e amante i piaceri tanto più che non era prete. Di corto il papa moriva (1830 30 9bre), e nell’orazione solita recitarsi nel conclave de eligendo pontifice il dottissimo cardinale Maj diceva ai radunati: — Dateci un papa che sia per la fede Pietro, per costanza Cornelio, per felicità Silvestro, per eleganza Damaso; abbia di Leone la nitida eloquenza, di Gelasio la dottrina, di Gregorio la pietà, di Simmaco la fortezza, di Adriano l’amicizia dei principi; sia per la concordia delle Chiese Eugenio, pel patrocinio delle lettere Nicolò, per grandezza di consigli Giulio, per liberalità Leone, per santità Pio, per vigore d’animo Sisto; e per non ricorrere solo le prische età, dateci un pontefice che non manchino nè l’erudizione di Benedetto XIV, nè la munificenza del sesto Pio, nè la forza e benignità del settimo, nè la vigilanza di Leone XII, nè la rettitudine di Pio VIII».

Campione della religione e dell’autorità era Francesco IV di Modena, carattere robusto, mente estesa, operante per fredda ragione e col profondo convincimento nelle idee patriarcali che il popolo fosse roba del principe e da questo dovesse aspettare il bene, e il principe fosse obbligato a farglielo. Ricchissimo di patrimonio, e più dopo che Beatrice d’Este sua madre gli lasciò 50 milioni di lire e la signoria di Massa e Carrara, fu il solo principe che alleggerisse le imposte; nella fame del 1816 tirò grano dall’Ungheria e lo rivendette a basso prezzo, oltre dar minestre gratuite; in quella del 1829 distribuì centomila pesi di canapa da filare, duemila e cento pesi di farina per mano de’ parroci, e cenventimila lire fra limosine e lavori straordinarj; istituì monti frumentarj per sovvenire i piccoli possidenti e gli agricoli. I nobili si amicò, dei perduti diritti feudali compensandoli con carte pubbliche: ripristinò gli Ordini religiosi, e risarcì in parte la Chiesa dei beni confiscatile. Nelle leggi mitigava i rigori della giustizia punitiva, tutelava gl’interessi domestici, migliorava il regime delle ipoteche, accolse la società scientifica dei Quaranta; manteneva alle accademie forestiere giovani che si raffinassero nell’arti e nelle scienze; raccolse libri, quadri, medagliere, museo ricchissimo. Dotato di gran memoria, notava moltissimo; scriveva lunghe dissertazioni, che in parte si hanno, come migliaja di suoi rescritti a petizioni[196].

Viene il tremuoto? imperversa il cholera? esso gli annunzia come castighi di Dio contro i riottosi; tutti i proprj atti motiva dal meglio del popolo; ma vuole che il popolo obbedisca; e perchè la Rivoluzione scassinò la docilità, adopera ogni mezzo per ottenerla a forza. Tutt’occhi a vigilare gl’interessi de’ principi, per lui l’Austria venne informata delle trame de’ Carbonari. Al congresso di Verona offrì un lungo scritto contro le costituzioni, suggerendo come mezzi a impedirle il favorire la religione, rialzare la nobiltà, interessandola negli affari pubblici e alla conservazione dell’ordine; ampliare l’esercizio dell’autorità paterna, correggere la legislazione quanto al crimenlese, e semplificare la procedura in modo che i negativi non isfuggano al rigore delle leggi; migliorare il sistema dell’educazione, adattandola alle condizioni, e restringendo il numero di quelli che applicano agli studj; s’invigilasse la stampa; insieme le imposte fossero fisse e non vessatorie, e libera la circolazione delle derrate.

In fatti nel suo paese era gelosissima la censura, di cent’occhi la Polizia, potenti i devoti, tollerati quei soli scrittori che si facessero appoggio a quella che diceasi causa dei troni e degli altari. Orribil fama avanza dei processi fatti dopo il 1821; e Giulio Besini, ministro della Polizia che pareva inasprirli, cadde scannato (1822 17 8bre) da un giovinetto Morandi. Il duca ne restò esacerbato, e sopra quaranta inquisiti e sette contumaci alcuno lasciò andare a morte, fra cui il prete Andreoli di Correggio. Altri processi tesseronsi di tempo in tempo, e un colonnello Cavedoni se ne sottrasse uccidendosi.

Per verità l’azione delle società secrete non erasi mai rallentata; e i vanti che se ne menarono dopo la riuscita, accertano che la rivoluzione di Parigi nel 1830 non fu spontanea rivolta contro ordinanze incostituzionali, ma lunga preparazione delle combriccole. Queste aveano fila anche in Italia, onde nel 1829 il papa le colpì di scomunica, e istituì una commissione che processò ventisei Carbonari. Châteaubriand, allora ambasciadore a Roma, scriveva al conte Portalis ministro a Parigi: — Leggete con cautela ciò che vi scriveranno da Napoli e d’altrove. Si reputa cospirazione il malcontento universale, il frutto de’ tempi, la lotta dell’antica colla nuova società, delle istituzioni decrepite contro le giovani generazioni, il confronto che ciascuno fa di ciò che è con ciò che potrebb’essere. I Governi rappresentativi con Governi assoluti non potranno durar insieme. Confini doganali possono oramai dividere la libertà dalla schiavitù? nè un uomo essere impiccato di qua d’un ruscello per principj che al di là sono reputati sacri? Questa, e questa sola è la cospirazione in Italia; ma dal dì che entrerà nel godimento de’ diritti portati dai tempi, sarà tranquilla e puramente italiana. Non sono oscuri Carbonari che faranno sollevare questo paese. Queste sono le condizioni dell’Italia; ma ciascuno Stato, oltre i dolori comuni, è tormentato da qualche malattia sua particolare. Il Piemonte in balìa d’una fazione fanatica; il Milanese divorato dagli Austriaci; i dominj del santo padre rovinati dalla cattiva amministrazione delle finanze, poichè l’imposta si eleva a quasi cinquanta milioni, e non lascia al proprietario l’un per cento delle sue rendite; le dogane non danno quasi niente, e il contrabbando è generale. Il principe di Modena stabilì nel suo ducato (luogo di franchigia per tutti gli antichi abusi) magazzini di merci proibite, che nottetempo fa entrare nella legazione di Bologna. Il Governo delle Due Sicilie è caduto nell’ultimo disprezzo: il vivere della Corte in mezzo alle sue guardie, non offrendo altri spettacoli che cacce ruinose e forche, rende vituperevole la monarchia agli sguardi del popolo. La mancanza di virtù militare prolungherà l’agonia dell’Italia. Buonaparte non ebbe il tempo di far rivivere questa virtù; le abitudini d’una vita oziosa e i prestigi del clima contribuiscono a togliere agl’Italiani del mezzogiorno il desiderio di agitarsi per migliorare. Le antipatie nate dalle divisioni territoriali accrescono le difficoltà degl’interni moti; ma se qualche impulso venisse di fuori, o se qualche principe fra l’Alpi concedesse uno statuto a’ suoi sudditi, avrebbe luogo una rivoluzione, a cui tutto è maturo. Di noi più felici e della nostra esperienza istruiti, questi popoli saranno parchi de’ delitti di cui noi femmo scialacquo».

Così, da alto ingegno e da occhio sperimentato giudicavasi la condizione della patria nostra. Così ministri e ambasciadori possono ingannare ed aizzare, peggio che non facciano libellisti scalmanati.

Diceasi che Sanfedisti e Concistoriali volessero anche essi l’indipendenza, ma coll’appoggiarsi a principi nazionali, e un nuovo riparto dell’Italia, ove al papa si attribuisse porzione della Toscana e il Polesine di Rovigo, in compenso delle Marche, le quali coll’isola d’Elba andrebbero al re di Napoli; al duca di Modena, parte della Lombardia, Parma, Piacenza, il Veneto col titolo di re; il resto della Lombardia, il Tirolo italiano, Massa, Carrara, Lucca al Piemonte. Queste potean essere aspirazioni, e si disse che qualche capo liberale facesse proposizioni in tal senso al duca di Modena; egli denaroso e potente, egli avveduto e ambizioso, qualora desse mano ad una rivolta potrebbe farsi re di tutta Italia, se non altro, del Piemonte. Se la proposta fu fatta, se egli vi ascoltò, del che mancano prove, fu un intrigo ignobile, dove nessuna delle parti operava di buona fede, ma donde appare che già allora, e nei due campi opposti, il sentimento comune era il desiderio di diventare nazione, appena un impulso esterno desse il crollo ai principati, destituiti del fondamento vero, l’amore dei popoli.