Alla francese continuarono l’ordinamento delle finanze, le ipoteche, il bollo, il registro: ma il commercio era incagliato da privative e protezioni; arbitraria la Polizia, diretta dal governatore di Roma, e che applicava fino la pena del cavalletto. I soldati raccoglievansi per ingaggio: privilegio dei chierici la istruzione e la censura, come a soli prelati la diplomazia, e le supreme magistrature amministrative e giuridiche, e fino il governo delle armi. Il papa ripristinò le accademie della Religione cattolica, d’Archeologia, di San Luca; malgrado le indomabili paure dei re, concesse ospitalità alla famiglia Buonaparte; rielesse cardinali; colle antiche cerimonie canonizzò molti santi, fra cui gl’italiani Andrea da Peschiera, Costante da Fabiano, Antonio da San Germano vercellese, Ranieri da San Sepolcro, Francesco Caracciolo, e le beate Angela da Desenzano, Caterina da Racconigi, Giacinta Marescotti, Bartolomea Bagnesi fiorentina.

Alla basilica di San Paolo, fondata da Costantino, arricchita dagl’imperatori e dai pontefici con quadri, musaici, porte di bronzo, cimelj, marmi, s’apprese il fuoco accidentalmente, e que’ tesori d’arte e di devozione e ventiquattro colonne di marmo frigio ne rimasero distrutte. Parve preludere alla fine del pontefice, il quale allora appunto cascando in camera, si ruppe l’osso del femore, e soccombette (1823 20 luglio). Eroe da che la prigionia pose fine alle sue debolezze, nè gradi nè ricchezze attribuì ai parenti; non commise crudeltà, ma non impedì le malversazioni; e inetto al governo, abbandonava il paese più povero, disordinato e bollente di ire. Gli fu dato successore Annibale Della Genga (28 7bre), col nome di Leone XII; il quale congedò il Consalvi, che lascerà buon nome fra i ministri di Stato per lo spirito conciliativo ed opportuna fermezza, e che poco dopo morendo, i molti donativi diplomatici destinò ad erigere una statua al pontefice, di cui era stato sostegno.

Leone XII, reputato per moralità non meno che per l’accorgimento politico mostrato come nunzio in Francia, proseguì le cure pastorali contro «l’irruente empietà, e contro la meticolosa politica, invasata dalla paura dei forti ed affettante alterigia coi deboli»; comprò la ricca biblioteca artistica del Cicognara, che l’imperator d’Austria avea ricusata; fece da giureconsulti esaminare il motuproprio del suo predecessore; nominò anche una congregazione di Stato, ma subito la risolse in mera assemblea consultiva. Parve anzi condiscendere ai retrivi col lasciar vivere gli arbitrj di ciascun dicastero: vennero estesi i diritti delle comunità; ma se ne’ consigli entravano tutte le classi, rimaneva separata la nobiltà, con le primogeniture e fedecommessi, credendo «influisca al decoro del principato»: volevasi anche ripristinare le giurisdizioni baronali «come l’unico mezzo di ridonare il lustro alla nobiltà romana», se il concistoro non si fosse opposto. Le femmine dotate furono escluse dalla successione; rimessi i giudizj a singoli, invece de’ collegi; aboliti i tribunali di distretto; introdotto di nuovo il latino ne’ giudizj, e nelle più grandi Università e nelle cinque minori; ad ecclesiastici affidato il condurre anche il processo dei laici; attribuito ai Gesuiti il collegio romano, il museo, e l’osservatorio, con dodicimila scudi di rendita sul tesoro pontifizio; ripristinato il Sant’Uffizio; estesi i privilegi della manomorta.

Forza era dunque dar torto al papa di prima o al presente, e facilmente si dava torto ad entrambi, cioè si perdea la fede nell’autorità. Commissioni di preti ed uffiziali sgomentarono le Legazioni, solcate da società segrete, che manifestavansi ad ora ad ora con assassinj di pretesto politico, e contro avversarj che denunciavansi per Sanfedisti: e un tentativo d’insurrezione nel 1825 in occasione del giubileo, costò la testa a un Targhini. Il cardinale Rivarola nella legazione di Ravenna in una sola volta, udito il parere de’ giudici, condannò (1825) cinquecentotto persone; poi ad un tratto perdonò a tutte, assegnò pensioni ai loro parenti, e cercò rappattumare Sanfedisti e Carbonari per via di matrimonj, che riuscirono come Dio vel dica. Essendosi poi attentato alla vita del legato, egli istituì una commissione severissima, moltiplicò le spie, lasciò andare alla forca sette omicidi (1828), che il pubblico compassionò come vittime politiche. Del resto, allorchè si promise perdono a chi spontaneo venisse a far dichiarazioni, a centinaja vi accorsero. Tali erano i governati, tali i governanti.

Leone XII aveva divisato di riformare le regole ed il vestire dei frati, riducendoli a tre soli Ordini: uno di regolari, poveri, di scienza discreta e gran cuore, che servissero al popolo sussidiando i parroci e prestandosi agli spedali. Il secondo, tutto all’educazione e istruzione della gioventù, e a sostenere gl’interessi della religione e del buon costume. Il terzo di contemplativi, che salmeggiassero, predicassero, e cercassero l’evangelica perfezione.

Non mancavano i Barbareschi di molestare le coste; ma peggior vitupero allo Stato Pontifizio veniva dai briganti. L’antico paese dei Volsci, fra gli Appennini, le paludi Pontine e i monti d’Albano e Tuscolo, fino al 1809 appartenne alla famiglia Colonna, che all’armi addestrava quelle popolazioni per ajutarsene nelle sue emulazioni cogli Orsini e coi papi. E i papi non vi poteano nulla; se non che, alle persone probe dando un brevetto di cherico, le sottraevano alla giurisdizione territoriale. I Francesi abbatterono questa feudalità; ma gli eccessi della coscrizione del 1813 tornarono in armi la popolazione, e bande di politici vi si formarono in opposizione di re Gioachino. Sotto il debole Governo sottentrato crebbero di baldanza: obbedienti a capi quali De Cesaris e Gasparone nelle provincie romane, Furia e Vandarelli nelle napoletane confinanti, e carichi d’armi e di reliquie, a torme fin di cento scorrazzavano la campagna spopolata, e rendeano pericolosissimo il tragitto da Roma al Napoletano; assalirono e taglieggiarono un collegio alle porte di Terracina, i Camaldolesi presso Tuscolo; molte famiglie ridussero sul lastrico; guastarono i commerci, l’agricoltura, la pastorizia. Chi avrebbe osato negare ricovero e vitto a questi formidabili? Assai volte il Governo dovette scendere a patto con essi, pure beato quando qualcuno tornasse a penitenza, e venisse a sospendere a una Madonna il coltello insanguinato. Il Consalvi, fisso di sterminarli, s’accontò col Governo napoletano acciocchè non li ricoverasse nel suo territorio, arse le capanne e i villaggi ove annidavano, e potè consacrare una festa a commemorazione d’averli distrutti. Ma non lo erano così, che molto non restasse a fare. Leone XII spedì il cardinale Pallotti legato a latere con un editto, ove, cessata ogni misericordia o transazione, intimavasi morte immediata ai briganti côlti; pena cinquecento scudi ai Comuni ove succedesse un loro latroneccio. Di fatto si trovarono ridotti aventi, che a Sonnino capitolarono: ed essi furono mandati nelle fortezze, il paese distrutto.

Lo Stato romano si estendeva fra il 41 e il 45º parallelo per centrentadue miglia da Ancona a Civitavecchia e ducenquaranta dal Po a Terracina, con due milioni e settecensettantaduemila abitanti, e con fama di sterilità a terreni calcari e vulcanici, che sarebbero ubertosissimi. Il pendìo dell’Appennino che scende al Mediterreneo presenta vaste pianure, esercitate colla coltivazione grande; verso l’Adriatico le varietà della piccola trovansi nelle Legazioni, nelle Marche, nelle valli dell’Appennino. Le Legazioni partecipano della fertilità della Lombardia; e una popolazione intelligente e laboriosa prospera la coltura della seta, del frumento, del riso, del vino, della canapa. Altrettanta è la fecondità delle Marche, ma i possessori meno ricchi s’accontentano delle produzioni meno costose, quali il vino e la seta: il colono è a mezzerìa, non affittajuolo. Lo Stato guadagna assai dalle saline di Cervia e di Comacchio.

L’inameno Appennino verso settentrione vestesi di foreste; ma di sotto di Roma restò ignudo, dacchè Sisto V le fece distruggere per togliere il nido ai masnadieri: da quelle che sopravanzano verso il lago di Bolsena e le fonti del Tevere si taglia eccellente legname anche da navi. Le valli interposte si lavorano a piccola coltura, e bellissime quelle della Nera e del Velino: la scabra dell’Anio è atta appena all’ulivo: verso il Napoletano si allargano i piani di Sacco. Le rive del Tevere mostrano la piccola coltivazione fino al monte Soratte, ove comincia l’Agro romano, vastità di ducencinquantamila ettari ubertosissimi, ma che accumulati in possessioni non minori di trecento ettari, e fino di cinquecentomila, spesso con una sola casa rustica, la più parte rimane soda, o soltanto lavorata a lunghissimi intervalli.

Nel medioevo le famiglie romane viveano alla campagna e de’ prodotti di questa, e se le guerre private vi recavano guasti, adoperavasi però ogni cura a farle fruttare come unica ricchezza. Quando i papi cominciarono a impinguare i nipoti, questi comprarono i beni de’ piccoli proprietarj, che volentieri li cambiavano contro luoghi di monte, oggi diremo azioni di banca, molto fruttuosi. Nel 1470 Sisto IV permise a qualunque avventiccio di seminare per proprio conto un terzo del terreno che fosse rimasto sodo: tale idea avevasi allora della proprietà! Sisto V nel 1585 con un milione di scudi stabilì una cassa di credito agricola a favore de’ proprietarj dell’Agro romano; ma ben poco vantaggiò. Intanto i Borghesi vi comprarono da ottantamila terre, e Paolo V le decretava immuni da confisca: i Barberini altrettanto, impiegandovi, si disse, cento milioni di scudi. Così sparve la proprietà suddivisa, e molte famiglie di Parma, Firenze, Urbino lasciavano le proprie terre per venire a Roma a goder le rendite dei Monti; ma non tardarono ad accorgersi d’aver ceduto il certo per l’incerto. Alessandro VII cominciò le riduzioni d’interessi: onde il credito ebbe una scossa tanto maggiore perchè la cosa era inusata, i capitali si ascosero o sparvero, e così la terra appartenne a proprietarj cui mancavano i capitali da utilizzarla. Scemata la produzione, si dovette assicurare il vivere alle popolazioni col proibire l’asportazione; laonde l’agricoltura si restrinse a produrre soltanto quant’era necessario per l’interno.

Oggimai quell’ampiezza era posseduta da centredici famiglie e sessantaquattro congregazioni: i Borghesi davano a fitto ventiduemila ettare, i Chigi cinquemila seicento, i Cesarini Sforza undicimila, e così via, cavandone da otto a diciotto franchi l’ettare: e i grandi fittajuoli sopperivano alle spese cui non basterebbero i proprietarj. Nella stagione che l’aria è men micidiale, si fa ressa ad ottenere le ricchezze del suolo; centinaja d’aratri, a quattro, a sei, a otto paja di bufali di fronte lo solcano; quella che credevi una sodaglia incolta, in pochi giorni trovasi arata e sementata; poi si dimentica fino all’ora della messe, quando un nugolo di montanari scende alla mietitura; e dove parea un mare di biade ondeggianti, in pochi giorni non rimane spiga in piede, e sottentra aspetto di deserto. La gente degli Abruzzi, compiuta l’opera, riporta a’ suoi monti pochi denari e le febbri. Il resto si abbandona alla pastorizia che frutta senza spese nè pericolo, ed offre un cibo sano e nutritivo alla città: ma neppur le mandre si pensa a moltiplicare, o introdurvi migliori specie di montoni e di cavalli, in modo da farne lontane asportazioni. Un pastore sceso dalla montagna, a cavallo addirizza i numerosissimi armenti, trafiggendo con un lancione il puledro o la bufala che scompigli il branco; e pochi bastano a migliaja d’animali. Di cui in tutto lo Stato contansi oggi quattro milioni ducentomila capi, dove seicentosessantatremila sono bovini, quindicimila muli ed asini, due milioni e mezzo di pecore, trecentoventimila capre, settecentomila majali. Ecco perchè delle 4,166,297 ettare dello Stato Pontifizio, 1,046,861 tengonsi a prati.