La facile caduta di rivolte militari o di popolari sommosse, fecero persuasi i re d’essere sicuri, e che niuna reale efficacia possedesse lo spirito liberale, che amavano confondere col rivoluzionario; bastasse affrontarlo per vincerlo; e pesarono sull’Italia con una taciturna oppressione non ricreata da verun lampo di speranza.

CAPITOLO CLXXXIV. La media Italia. Rivoluzioni del 1830.

Nei Liberali questo momentaneo agitarsi sotto le bajonette de’ padroni lasciò scontentezza, ma non sconforto: e poichè, invece di studiar le vere cause della ruina, la spiegavano colla plateale ragione del tradimento, altra lezione non se ne traeva se non d’esecrare i traditori, e non isperare nei principi.

Tanti profughi ond’erano piene non solo Francia, Inghilterra e Svizzera, ma Barberia e Turchia, rodendo il pane dell’esiglio rinnovavano que’ tempi del medioevo quando le trame dei fuorusciti decideano le sorti della patria, e co’ loro scritti mantenevano l’irrequietudine, eccitando sdegni che pareano speranze. Giuseppe Pecchio descrisse i proprj viaggi e la vita di Foscolo e la storia dell’amministrazione finanziera del regno d’Italia e quella dell’economia politica nel nostro paese, adulandoci: Giovanni Arrivabene applicavasi all’economia e alla beneficenza pubblica: Camillo Ugoni continuava la critica letteraria, come il Salò: Santarosa ed altri raccontavano la rivoluzione di Piemonte, mentre Pepe e Carascosa duellavano su quella di Napoli: il capitano Bianco insegnava la guerra per bande: Giannone ordiva un poema l’Esule: il conte Alerino Palma sedeva nell’areopago della risorta Grecia, e in quella lingua scriveva delle viti e del vino: le romanze di Giovanni Berchet milanese rendevano popolare l’esecrazione contro l’Austria e contro Carlalberto. I libri che si faceano leggere, erano proscritti o di proscritto; le opere statistiche del Gioja, le giuridiche del Romagnosi, le mediche del Rasori, le filologiche del Giordani e del Foscolo, le storiche del Troya, del Colletta, del Sismondi, le poetiche del Pellico e del Rossetti, le filosofiche del Borelli, prediligeansi perchè d’autori perseguitati; voleano vedersi allusioni e condanne contro l’autorità che le proibiva, e il divieto aguzzava le voglie, e toglieva il criterio di sceverare il vero dal falso. Così crebbe la smania del leggere e scrivere, del ragionare e ragionacchiare di politica e d’economia; e si moltiplicarono i giornali.

Era anche questa un’imitazione di Francia, dove i Carbonari, non avendo potuto insorgere nel 1821, si erano diretti a preparare l’opinione sia alla tribuna, sia colle gazzette, lanciandosi in una politica avventurosa, com’è sempre quella che non ha il riscontro della realtà, ed esercitando quell’opposizione negativa, ch’è facilissima perchè ha bisogno solo di collocarsi in un punto di vista differente da quello del Governo, ed è insufflata dalle passioni invidiose e malevole. Di là quei giornali arrivavano in Italia: i Governi che ne capivano la potenza a segno di proibirli, non riuscivano ad opporvene alcuno, il quale alla savia moderazione che concilia anzichè irritare unisse la prudente franchezza che fa rispettare la ragione anche quando contraria, e all’elogio dà valore e dignità col saper disapprovare. Intanto sui Francesi formavasi quel poco di spirito pubblico, creando bisogni e affetti che non erano i nostri; lodando una beneficenza che storpia l’uomo per avere il vanto di dargli le stampelle; erudendosi a una storia tessuta con luoghi comuni e paradossi; allucinandosi ad un liberalismo che abbaja contro ciò che s’ha a distruggere, non ragiona sopra ciò che bisogna sostituire, e vagheggia una democrazia che sconoscendo le parti più vitali delle nazioni e degli individui, condanna ad abdicare ogni valore proprio ed inabissarsi nella così detta opinione pubblica, cioè volgare.

Quest’indeclinabile imitazione de’ Francesi, della loro scienza incompleta, della filosofia eclettica, della letteratura improvvisata, della politica rischiosa fu sempre una delle più funeste endemie degl’Italiani. Intanto i principi nostri credevano che i mali si rimediassero col negarli, e se la compressione materiale ristabilì l’ordine esterno, non si provvide all’interna agitazione, cresciuta anzi ne’ paesi dove non s’era dianzi sfogata, e dei quali or ci avanza a parlare.

Il papa era stato rintegrato ne’ suoi possessi, eccetto Avignone e il contado Venesino che Francia si tenne, e le fortezze di Comacchio e Ferrara a cavallo del Po, volute dall’Austria ad onta delle proteste pontifizie.

Roma aveva esultato nel ricuperare il Laocoonte, l’Apollo, la Corte, le solennità, l’aurifera affluenza dei forestieri. Pio VII, tornando ingloriato dal martirio, non ricercò alcuno per l’operato durante il Governo francese o nell’invasione di Murat; anzi il generale austriaco Stefanini, col fare qualche persecuzione, scemò la propensione che non piccola v’era per gli Austriaci. Col consiglio del cardinale Consalvi e del Bartolucci, il papa con motuproprio (1816 6 luglio) sistemò l’amministrazione pubblica in aspetto di legge generale che tenesse dell’antico senza ripudiare tutto il nuovo, tenendo all’unità e uniformità collo sbandire quelle amministrazioni molteplici, e ridurre a un centro le giurisdizioni. Lo Stato fu diviso in diciannove provincie, oltre la metropoli colla comarca; ogni delegazione in distretti ch’erano quarantaquattro: questi in seicenventisei Comuni sotto delegati prelatizj. Le Comunità regolavansi da un consiglio che deliberava, da una magistratura che amministrava, scegliendone i membri fra il clero, i possessori, i letterati, i negozianti, salva la conferma del delegato. Roma ebbe un senatore e conservatori; e così Bologna.

Ai fidecommessi poteasi rinunziare: abolite le servitù e le riserve; abolite le giurisdizioni baronali, eccetto quelle del cardinale decano in Ostia e Velletri, e del maggiordomo papale in Castelgandolfo; aboliti gli statuti municipali, se non in quanto concerne l’agricoltura. Si sistemò l’imposta, alleggerendola d’un quarto, e doveasi erigere il rendiconto annuo, compilare un catasto regolare, un registro di tutto il debito pubblico fruttante il cinque per cento, con una cassa di redenzione.

Abolito il codice civile e il criminale francese, le commissioni, i giudizj privati, si accentravano le giurisdizioni, determinando i tribunali collegiali e le loro gradazioni, con appelli a Bologna, Macerata e Roma, e una cassazione detta Segnatura; le cause trattate in italiano, motivate le sentenze criminali, difeso il reo e confrontato coi testimonj, abolita ogni guisa di tortura; indipendente l’autorità giudiziale, responsali i magistrati. Ma regolamenti soggiunti smentirono i preamboli, nè i codici promessi comparvero mai: i fôri vescovili impacciavano col trarre a sè ogni lite ove fosse implicato un ecclesiastico: rinacquero i vecchi tribunali della fabbrica di San Pietro che conosce di qualunque eredità a suffragio delle anime, e della congregazione de’ chierici di camera per le cause demaniali: la Segnatura non giudicava definitivamente, ma rimetteva alla sacra Rota, la quale cogli opinamenti (del resto opportuni a raggiungere la verità) poteva eternare le cause, ripetendo l’audiatur invece dello exequatur.