Quella fuga toglieva agl’insorgenti ogni apparenza di legalità: ma risoluti di non cedere, creano una giunta provvisoria[186]; sparigliano proclami e bugie. Intanto ogni cosa va sossopra; la Savoja si chiarisce pel re; la brigata che porta quel nome, ricusa disertare, onde fu dovuta rimandare in patria; i carabinieri in arme si recano all’esercito regio; a Genova il governatore Des Geneys, che annunziò la defezione di Carlalberto, è assalito, trascinato per le vie, e a fatica salvato dai generosi che non voleano contaminare con violenze la rivoluzione; i Liberali medesimi discordano, quali caldeggiando la Camera unica, quali la duplice, quali unitarj, quali federalisti. Santarosa, fatto ministro della guerra, cerca destare il coraggio colle speranze, e collo spargere che gli Austriaci furono disfatti dai Napoletani, e le valli Bresciane insorsero furibonde; ma ecco giungere certezza della disfatta degli Abruzzi, e che centomila Russi sono in mancia; poi addosso ai Liberali muovono i Realisti col generale La Torre e gli Austriaci col generale Bubna (9 aprile), che in Lombardia aveva, se non alle trame, partecipato alle speranze de’ Carbonari; presso Novara succede un’affrontata, e la rivoluzione piemontese è finita.
Carlalberto ricoveratosi a Milano, è dal generale austriaco beffardamente presentato come re d’Italia: Carlo Felice a Modena lo tratta come uno scapato, e la lettera di lui getta in viso al suo scudiere: egli si ritira a Firenze a digerire l’obbrobrio, confessare i suoi torti e farne scusa, solo appoggiato dall’ambasciatore francese per rispetto alla legittimità[187].
La società de’ Maestri Sublimi, raffinamento della Massoneria, e che professava il regicidio, fu dalla Francia trapiantata a Ginevra dal fiorentino Michelangelo Buonarroti, antico adepto di Babœuf, che v’istituì un congresso italiano per diffonderne i dogmi nel nostro paese. Alessandro Adryane, che n’era diacono straordinario, fu spedito qui per rannodare le rotte fila; ma a Milano lasciossi cogliere con tutte le carte, le quali diedero a conoscere la trama, senza bisogno che la rivelasse Carlalberto, come si ciancia. Da nove mesi era finito il parapiglia di Piemonte quando si cominciarono i processi contro i Lombardi, parte a Milano, parte a Venezia[188], da una commissione speciale, alla cui testa il tirolese Salvotti. In quelli l’imputato si trovava all’arbitrio d’un giudice, senza difensori, senz’avere sott’occhio le sue e le altrui deposizioni; durava interi mesi di solitudine nel carcere fra un esame e l’altro; e qualche volta l’inquirente, fattosi mansueto, gli diceva: — Ecco, ella è interamente nelle mie mani. Qui non siamo in paese di pubblicità compromettente. Confessa ella quel che del resto noi sappiamo? l’imperatore le fa grazia, ella torna a casa sua onorato. Persiste al niego? sta in me il diffamarla, e spargere che ha tutto rinvesciato, che tradì i compagni, e così torle quel ch’ella mostra valutare tanto, la pubblica opinione».
Ad arti di simil genere, piuttosto che a torture fisiche, non tutti resistettero; vi fu uno che, per generosità di salvare un amico, corse a denunciare se stesso, poi accortosi dell’errore si finse pazzo, e per mesi sostenne la straziante simulazione; altri credette scagionarsi col provare che aveva dissuaso i Piemontesi dall’invadere la Lombardia; altri ammise di quelle tenui concessioni che conducono ad altre; tanto che si potè raccogliere onde condannare Confalonieri[189], Adryane, Castiglia, Parravicini, Tonelli, Borsieri, Arese e molt’altri a Milano, dove furono esposti sulla gogna il 24 gennajo 1824. E già a Venezia, la vigilia di Natale, giorno di gratulazioni e feste ecclesiastiche e civili, erasi letta la sentenza di Pellico, Maroncelli, Solera, Villa, Oroboni, Foresti, Fortini ed altri e, cosa insolita in quella stagione, l’accompagnarono tuoni e ruggito del mare sotto un insistente scirocco, onde al domani la città fu invasa dall’acqua, e tutto il litorale ne patì fin alla Spezia e a Genova. Furono portati allo Spielberg, ove alcuni soccombettero, quali il conte Oroboni, il veterano Morelli, il Villa; Maroncelli perdette una gamba; altri poterono dopo molti anni uscire ancora a narrare i proprj patimenti[190]. E mentre alcuni li esagerarono, o posero in evidenza se stessi, o denigrarono altrui, Silvio Pellico li raccontò senza rancori, senz’arte; e tutto il mondo lesse le sue Prigioni, e la pietà per quei sofferenti partorì esecrazione a colui che così facea soffrire: e che pure non avea mai lasciato che l’applicazione dell’estremo supplizio gli togliesse di esercitare il diritto più prezioso pei re, il ripiego più nobile pell’uomo, la grazia e la riparazione.
Gioja, Romagnosi, Trechi, Mompiani, Visconti e altri fur on rilasciati senza condanna[191]. I quali poi restavano in condizione tristissima, chè, mentre la Polizia perseverava nell’adocchiarli e vessarli, quasi a giustificarsi dell’averli perseguitati, il pubblico (troppo solito complice degli oppressori) dubitava di loro perchè non condannati, e accogliendo le sinistre insinuazioni sparse d’alto luogo, finiva per temere e odiare quelli ch’erano temuti e odiati dal Governo.
In Piemonte si fecero 92 sentenze di morte, 432 di lunga o perpetua prigionia[192], ma tutti in contumacia, essendosi lasciato partire chi volle; il notajo Garelli e il sottotenente Laneri furono messi a morte, e in effigie La Cisterna, Caraglio, Collegno, Lisio, Morozzo, Regis, Santarosa; di seicennovantaquattro uffiziali inquisiti, dugenventi furono destituiti, e così molti impiegati civili.
Anche negli Stati Pontifizj i cospiratori abbondavano: e il Puccini, direttore della Polizia toscana, scriveva al Corsini plenipotenziario al congresso di Lubiana: «Nelle Marche e nelle Legazioni sono assai numerose le sêtte, e grandi mezzi adoprano per diffondere l’odio contro i Governi monarchici, e sperano nei torbidi d’Italia, comunque arrivino. L’odio di questi partiti si sfoga colle maniere dei tempi del duca Valentino. Molte uccisioni vennero commesse negli anni scorsi sopra ecclesiastici ed impiegati pubblici a Forlì, Ravenna, Faenza; altre in maggior numero modernamente, certo per odio di parte». Istantemente aveano chiesto che le truppe sarde si avvicinassero al confine, ma non ne fu nulla; e quel Governo, ripigliata forza, cominciò gli arresti; di quattrocento processati, molti, principalmente per opera del Rusconi legato di Ravenna e del Sanseverino di Forlì, condannò alla pena capitale, che il papa commutò nella reclusione. Il granduca non credette necessarj i processi perchè non ebbe paura. Maria Luigia li lasciò fare, e vi furono involti Ferdinando Maestri e Jacopo Sanvitali professori; ma commutò le pene in esiglio. A Modena nel 1817 erasi formata una società della Spilla nera per rassicurare i Napoleonidi: e al tempo stesso i Massoni, gli Adelfi, le Chiese dei sublimi maestri perfetti aveano adepti, e s’erano ascritti i dottori Carlo e Giuseppe Fattori di Reggio, nella cui casa teneansi le adunanze, il capitano Farioli di Guida, il dottore Pirondi, Prospero Rezzio e molti ebrei[193]. Tutte le Società aveano statuti proprj, ed alcune v’univano l’obbligo di farsi vicendevoli correzioni e di non vagheggiare la moglie dell’amico: comune era quello di uccidere chi fosse condannato o avesse rivelato il segreto: pagare una certa somma, manifestare a tutta la società le operazioni del Governo.
Sconfitti su tutti i punti, i Liberali rifuggono in Ispagna a fiancheggiare una causa che sentiano dover soccombere, ma che era la loro; e a mostrare, colle generose morti, che non erano colpevoli delle fughe di Rieti e di Novara. Altri crociaronsi in ajuto della Grecia, dove a Sfacteria perì il Santarosa, eroe all’antica.
Gli alleati, all’udire l’inaspettato successo, esclamano «doverlo attribuire non tanto ad uomini che mal comparvero nel giorno della battaglia, quanto al terrore onde la Provvidenza colpì le ree coscienze»; e protestando di lor giustizia e disinteresse, annunziano all’Europa d’aver occupato il Piemonte e Napoli, e nella lora unione «una sicurezza contro i tentativi de’ perturbatori». Insieme partecipano ai loro ministri presso le Corti «essere principio e fine di loro politica il conservare ciò che fu legalmente costituito, contro una setta che pretende ridurre tutto a una chimerica eguaglianza»; annunziano altamente che «i cambiamenti utili o necessarj nelle leggi o nella amministrazione degli Stati, non devono emanare che dalla libera volontà di quelli che Dio rese responsali del potere[194]. Così essi erigonsi custodi e dispensieri unici della verità, della giustizia, delle franchigie: e i Liberali ebbero servito agl’interessi dell’Austria, dandole occasione di estendere l’alta vigilanza e quasi l’impero su tutta la penisola, da lei sottratta ai tumulti o al progresso.
Poi a Verona (1822) s’adunarono a congresso i re di tutta Europa colla grandezza loro e cogli avanzi di loro miserie: e i diplomatici più vantati dichiararono che «resistere alla rivoluzione, prevenire i disordini, i delitti, le calamità, assodar l’ordine o la pace, dare ai Governi legittimi gli ajuti che aveano diritto di chiedere, fu l’unico oggetto degli sforzi dei sovrani; ottenutolo, ritirano i soccorsi che la sola necessità avea potuto provocare e giustificare, felici di lasciare ai principi il vegliare alla sicurezza e tranquillità del popolo: e di togliere al mal talento fin l’ultimo pretesto di cui possa valersi per ispargere dubbj sull’indipendenza dei sovrani d’Italia». In fatto l’Austria si persuase a sgombrare il Piemonte e abbreviare l’occupazione del Napoletano; della Grecia non si ascoltarono tampoco i deputati, benchè il papa gli avesse accolti ad Ancona e raccomandati; si convenne dei casi in cui i re si dovrebbero sussidj reciproci; si stabilì soffocare la rivoluzione anche in Ispagna, e l’incarico ne fu commesso all’esercito francese, che tra le grida di Muoja la costituzione, Viva il re assoluto, procedette senza ostacolo fino a Siviglia. Carlalberto, combattendo al Trocadero, aveva in faccia ai re lavato la macchia dell’essersi lasciato salutare re d’Italia[195].