Questo giovane rampollo del ramo cadetto reale, educato popolarmente a Parigi, erasi mescolato d’amicizie, di studj, di godimenti, d’intelligenze colla gioventù coeva; e poichè de’ quattro fratelli della Casa regnante nessuno lasciava figliuoli maschi, trovossi vicino al trono, e fu messo granmastro d’artiglieria. In quest’arma molti aderivano a’ Carbonari, ed essi gli posero indosso la febbre di divenire illiberatore d’Italia. Il conte Santorre Santarosa spingeva a venire ai fatti, mentre sollevata Napoli, incalorite le menti dalla rivoluzione greca e dalla spagnuola, imbarazzate le Potenze; Francia commossa parlava di vessillo tricolore, di costituzione del 1791; la Germania, reciso il nervo austriaco, volea rialzare il liberalismo; Italia esser matura; leverebbesi come un uomo solo per acquistare la libertà, l’unità, l’indipendenza. Quando poi gli Austriaci mossero verso Napoli, certo (diceasi) gli eroi popolari terranno testa lungamente (1821); i monti sono le barriere della libertà, nè i briganti furono mai domabili: intanto l’insurrezione in Piemonte si compirà senza ostacoli, Milano seconderà, Romagna e i piccoli Stati non tarderanno, e tutta l’Italia superiore si troverà costituita prima che gl’Imperiali tornino a reprimerla; Francia, se anche non favorisse, non permetterà mai che l’Austria entri armata in paese che confina con essa.

Si cominciò al solito dalla stampa clandestina, e girò un reclamo, in cui pretendeasi strappare al re la benda postagli da’ suoi cortigiani, rivelandogli esausto l’erario, il denaro stillato dalla fronte del popolo è prodigato a impinguare le più alte e inutili persone dello Stato; gli uomini a cui è affidata l’economia pubblica sagrificano all’egoismo personale gl’interessi della patria. — Maestà, se invece di cumulare i poteri in una classe sola, aveste chiamato il consiglio di tutta la nazione, i lumi generali avrebbero riparato a questi mali, nè voi avreste il rimorso d’aver condotto a rovina lo Stato. Il vostro Governo avversò sempre la dottrina; l’istruzione primaria è abbandonata all’ignoranza e all’impotenza dei Comuni; l’educazione media è tiranneggiata dai Gesuiti; gli studj filosofici involti nella ruggine monacale; i legali, disordinati per mancanza di legislazione; l’Università condotta da uomini o inetti o stupidi o maligni, gl’ingegni migliori vanno a cercare un pane altrove, o vivono sprezzati. I favoriti hanno il monopolio dei diritti e dei privilegi, pesando sulla classe industriosa della società. Le provincie dai governatori delle divisioni sono rette come paese di nemici. Le amministrazioni civiche e comunali cascano in disordine per l’indolenza, l’incapacità, la discordia dei capi. La religione, in mano dei Gesuiti, è strumento d’ambiziose voglie e di tenebrosi raggiri. La legislazione civile ha l’arbitrio per base, la criminale il carnefice per sostegno. Uno strano ed informe accozzamento di leggi romane, di statuti locali, di costituzioni patrie, di editti regj, di sentenze senatorie, di consuetudini municipali, hanno tolto la bilancia alla giustizia, e lasciata la strada al despotismo dei tribuni. L’esercito non ha forza morale, perchè composto di elementi contrarj, di corpi privilegiati, di brigate varie tra loro di dottrine, di lingua, di diritti, comandati da capi promossi non per merito ma per favore. Dei militari una parte è avvilita, perchè si vede preclusa la strada ai gradi maggiori; tutti indignati ai maneggi del vostro Governo, il quale medita di trafficare la loro vita col gabinetto d’Austria. No: il nome de’ soldati piemontesi non si confonderà mai col tedesco; essi sono e saranno italiani».

L’11 gennajo 1821 alquanti studenti dell’Università comparvero al teatro d’Angennes con berretti rossi alla greca. Arrestati, in onta del privilegio che li sottoponeva al magistrato degli studj, furono messi in fortezza: i condiscepoli irritati si asserragliano nell’Università, a gran voce domandando la scarcerazione de’ colleghi: il reggimento Guardie mandato a calmarli trova resistenza, e fa sangue. Tali manifestazioni sogliono chiamarci primizie di martiri; e ne rimase una cupa irritazione. Se n’incaloriva la faccenda delle società secrete; ma quale costituzione adottare? la francese, la spagnuola, o l’inglese? perocchè sempre si stava all’imitare, anzichè fondarsi sulle basi storiche e nazionali. Per risolvere si mandano tre deputati alla vendita suprema di Parigi, alla quale faceano centro i Liberali di Spagna, i Radicali d’Inghilterra, gli Eterj di Grecia, i nostri Carbonari; e vien data la preferenza alla costituzione spagnuola, come scevra d’elementi aristocratici e tutta popolare. Ma il Governo, istruitone forse dalla Polizia francese, intercettate le lettere del principe La Cisterna e del marchese Priero, conobbe partecipi gl’impiegati e i militari, cioè quelli che doveano opporsi, onde non sapeva o non poteva impedire. Il conte Moffa di Lisio e il marchese Sanmarzano, uffiziali sospetti, invitati a partire da Torino, ricusano, e con Giacinto Collegno, ajutante di Carlalberto, con Santarosa, Morozzo, Ansaldi, Bianco, Baronis, Asinari ed altri uffiziali prendono concerto di rivoltare l’esercito, sorprendere Alessandria, acclamare Vittorio re costituzionale dell’alta Italia.

I cospiratori non si erano intesi co’ Napoletani, onde non fu nè contemporaneo il sollevarsi, nè uniforme l’intento; poi i preparativi erano impacciati dal tentennare del principe di Carignano fra la gloria e la fedeltà. Ma la rivolta scoppia fra i militari a Fossano ed Alessandria (9 marzo), costituendo una giunta della Federazione italiana; fra il restante esercito corre il grido d’Italia, di francare dall’Austria il re, sicchè possa seguire i moti del suo cuore italiano, di porre il popolo nell’onesta libertà di manifestare i proprj voti al trono, come i figli a un padre; e scritto sui vessilli, Regno d’Italia, Indipendenza italiana; e gridando, Viva la costituzione, Morte agli Alemanni, i sollevati s’accostano a Torino. Quivi gli studenti e alquanti militari col capitano Ferrero attruppatisi a San Salvario, che allora giaceva un pezzo fuor di città, gridano la costituzione; altri uccidono il colonnello Raimondi che li richiama al dovere; ma non secondati dal popolo, con disastrosa marcia sfilano come vinti verso Alessandria, il cui comandante fu ucciso[184].

Il re non osa ricorrere alla forza, ma espone lealmente la dichiarazione fatta dai re a Troppau contro ogni novità, mostrando come ne resterebbe pericolata l’indipendenza; e non volendo nè promettere quel che non è disposto a mantenere, nè autorizzare atti che agli stranieri diano pretesto d’invadere il suo paese, depone una corona (13 marzo) ch’egli non potea conservare se non colla guerra civile.

Il Carignano, da lui nominato reggente, esitava a palesare le sue intenzioni, sicchè schiamazzi, poi armi. Dalla cittadella sorpresa gl’insorgenti minacciano far fuoco sulla città: molti soldati lasciano le bandiere, considerandosi come sciolti dal giuramento dato al re; l’anarchia sottentra; quando il Carignano proclama la costituzione spagnuola, gli applausi vanno al cielo, e al nome di Carlalberto si accoppia quello di re d’Italia.

In Lombardia avea preso piede la setta della Federazione italiana, e da un pezzo tramava nelle sale del marchese Gattinara di Breme[185] e del conte Federico Confalonieri, mascherata sotto il velo d’imprese benefiche o progressive, come una distilleria d’aceto a Lezzeno, un battello a vapore sul lago di Pusiano e sul Po, l’illuminazione a gas, il mutuo insegnamento, un bazar, il giornale del Conciliatore, apostolo del romanticismo. L’Austria, avutone fumo, arrestò Silvio Pellico, giovane saluzzese educatore in casa Porro, la cui Francesca da Rimini avea fatto sperare all’Italia un secondo Alfieri. Allo scoppiar della rivoluzione piemontese si rinserrarono le file in mano del conte Confalonieri, principale nella sciagurata insurrezione del 1814, poi nei suoi viaggi legatosi co’ primarj liberali, e che si mise attorno Demester e Arese antichi uffiziali napoleonici, Giuseppe Pecchio economista, Pietro Borsieri letterato, i marchesi Giorgio Parravicini e Arconati, Benigno Bossi, i fratelli Ugoni di Brescia, il cavaliere Pisani di Pavia, il conte Giovanni Arrivabene di Mantova, l’avvocato Vismara novarese, Castiglia, altri ed altri. Essi aveano già disposta sulla carta una guardia nazionale, una giunta di Governo; neppur l’inno mancava, opera d’un sommo poeta; e appena l’esercito piemontese varcasse il Ticino, insorgerebbero Milano, Brescia, le valli, le campagne, occupando le casse e le fortezze di Peschiera e Rôcca d’Anfo.

I Lombardi spedirono al Sanmarzano, generale degli insorgenti piemontesi, con numerose firme esortandolo a venire. — Cominciate ad insorgere voi», ci diceano i ministri piemontesi; e noi rispondevamo: — Da soli non bastiamo a vincere; ma senza noi, voi non bastate a difendervi». Il vero è che Sanmarzano contava appena ducento dragoni e trecento fanti; ma poichè coll’audacia dominansi le rivoluzioni, risolvea ritentar l’impresa, massime che gli Austriaci, collo sgomento di chi accampa in terra nemica, aveano ritirato ogni truppa dal Ticino, e il vicerè lasciavasi vedere a incassar mobili e vendere vasellame. Ma il ministro piemontese Villamarina disapprovò quella temerità; e il reggente che, come dice il Santarosa «voleva e non voleva», mandò quel reggimento ad Alessandria. Così la rapidità degli avvenimenti, la inconcepibile mancanza di concerti, la titubanza dei capi, la paura che Torino cessasse d’essere capitale del Regno, elisero il moto della Lombardia, donde sol pochi giovani corsero in Piemonte ad aggregarsi al battaglione di Minerva.

Binder ambasciatore austriaco, insultato fin nel suo palazzo, parte lasciando una nota minacciosa. Il duca del Genevese che, per la rinunzia del fratello, diventava re col nome di Carlo Felice, da Modena dichiara ribellione ogni attenuamento della piena autorità reale, e punibile chi non torni all’ubbidienza; ed ordina le truppe si concentrino a Novara sotto il generale La Torre. Carlalberto, anche dopo giurata la costituzione, non si era risoluto a convocare i collegi elettorali, bandir guerra all’Austria, entrare in Lombardia. Udita poi la dichiarazione del nuovo re, e che questo avea invocato l’Austria, dicendo minacciata la propria vita, e sè incapace di padroneggiare la rivoluzione, fugge all’esercito regio a Novara, e di là pubblica che «altro ambir non saprebbe che di mostrarsi il primo sulla strada dell’onore, e dar così l’esempio della più rispettosa obbedienza ai sovrani voleri».

Era il 23 marzo, il giorno stesso d’un altro proclama ventisette anni dopo.