Il non aver servito a Napoleone, che spesso era indizio d’incapacità, diveniva merito ad impieghi, dai quali escludeansi i meglio abili, perchè giacobini o framassoni: buoni professori dell’Università furono cassati, fra cui l’abate Caluso amico d’Alfieri, il giureconsulto Reineri, il fisico Vassalli Eandi, il botanico Balbis, il chimico Giobert. Le ipoteche, le riforme amministrative, la regolata gerarchia di giudizj cessarono: alle provincie s’imposero comandanti militari: i giudici mal pagati, erano costretti a trarre stipendio legale dalle sportule dei litiganti, illegale dalle lungagne e dalla corruzione.

Abbatteasi il Governo napoleonico, ma conservavasi l’istituzione più repugnante ai Governi paterni, la Polizia, esercitata da carabinieri e da uffizj che decidevano in via economica, cioè fuor delle forme giuridiche. Il risparmiare, studio supremo de’ Governi antichi, abbandonavasi per moltiplicare impiegati; conservavansi i dispendiosi statimaggiori, perchè d’illustri famiglie. In conseguenza bisognò stabilire le imposizioni alla francese; alle disgrazie naturali di carestia e tifo, all’invasione di lupi e di masnadieri, si aggiunse la fama di enormi malversazioni nel liquidare il debito pubblico, e fu duopo ricorrere a prestiti forzati.

I senati di Torino, Genova, Nizza, Ciamberì aveano diritto d’interinare gli editti del re, ma si lasciò cader in dissuetudine; di maniera che al potere assoluto non restava barriera alcuna, e un ministro potè dire: — Qui vi è soltanto un re che comanda, una nobiltà che lo circonda, una plebe che lo obbedisce». La legge non era sovrana, potendo il re con un suo biglietto cancellare o sospendere le sentenze; e centinaja di lettere regie circoscrissero contratti, ruppero transazioni, annullarono giudicati, per sottrarre alla ruina la nobiltà impoverita, a’ cortigiani dar dilazione al pagamento dei debiti, concedere la rescissione di vendite antiche, obbligare ad accomodamenti gravosi. Il conte Gattinara, reggente della cancelleria, nel 1818 confessò che da questo turpe traffico egli ricavava non men di duemila franchi al mese[182]. Avendo il re decretato che la regia autorità non si mescolerebbe più a transazioni private, gli si fece vergogna dell’aver messo limiti alla propria onnipotenza, ed egli revocò l’editto. Maria Teresa, moglie del re, mostravasi dispotica; ed un intendente che esprimeva d’esser venuto colle autorità della provincia a inchinarla, essa lo interruppe dicendo — Ove è il re non avvi altra autorità»; al ministro Valesa che faceale qualche rimostranza sui milioni che mandava in paese estero, disse: — il ministro non è che un servitore», ond’egli si dimise.

Di poi si confessò la necessità di migliorare, s’abolì la tortura, si ricomposero l’Università con cattedra d’economia politica e diritto pubblico, l’Accademia delle scienze e la Società agraria, e gli studj sottentrarono alla bravería guerresca: l’istruzione non era sfavorita, sebben nelle scuole si desse piuttosto l’abitudine dell’assiduità meccanica e della sommessione irragionata[183]. Plana scandagliava gli abissi dello spazio col calcolo e coi telescopi: Grassi e Napione zelavano a disfranciosare il linguaggio: Casalis, Saluzzo, Richeri, Andrioli poetavano, e meglio la Diodata Saluzzo, mentre di Edoardo Calvi divulgavansi versi in dialetto rimasti popolari: Alberto Nota esibiva le sue commedie che pareano belle interpretate da Carlotta Marchionni.

Ma questo destarsi del pensiero facea viepiù dolere il vederlo sagrificato all’assolutezza del Governo e alle pretensioni dell’aristocrazia, che quivi rimaneva qualcosa meglio che un nome, provenendo da origine feudale, cioè da case che erano state sovrane quanto quelle di Savoja e d’aspetto militare, separata dal popolo e sprezzandolo, e che fece sua causa la causa della Casa regnante, difendendola e ingrandendola col proprio sangue, e perciò sola a dar uffiziali alle truppe e aver privilegi, che la faceano astiosa a progressi. Rimanea dunque malvista alla classe media che allora veniva su, e che se ne vendicava coll’ira e col sarcasmo; neppure riconoscendo che sempre i re ebbero fra i ministri qualche popolano o di nobiltà inferiore, che molti nobili primeggiavano per ingegno e virtù, e che anche ignobili studiosi poteano farsi strada, massime se preti e penetrati nell’Accademia.

I Gesuiti, reputati l’argine più robusto alle idee rivoluzionarie, doveano essere aborriti o venerati all’inverso di quelle. Una società senz’armi, senz’impieghi, senza tampoco una cattedra nell’Università, non potea avere quella tanta efficacia che si asserisce; se affollatissimi i suoi collegi: se nelle case de’ grandi erano i bene accolti, consultati negli affari, interrogati sulle persone da mettere negl’impieghi, di chi la colpa?

I Piemontesi erano un popolo savio e calmo, sicchè li chiamavano gl’Inglesi d’Italia; non chiassi, non risse, silenziosi i caffè, contegnosi i passeggi, la conversazione signorile regolata da cerimoniale aulico e con impreteribili esclusioni; pochi i delitti; della morale rispettate almeno le apparenze. Riverenza ben rara in questi tempi otteneva quella dinastia che non s’era logorata in vizj, e veniva considerata come tutrice dell’indipendenza della patria, nome che restringevasi al Piemonte.

Il malcontento fermentava negl’impiegati destituiti, negli antichi uffiziali, ne’ Buonapartisti, negli aggregati a società segrete, più nei Genovesi, che careggiando le reminiscenze repubblicane, trovavansi non uniti, ma sottoposti a un altro popolo eminentemente realista. Fin quando i nobili Piemontesi esultanti e plaudenti corsero a Genova incontro ai reduci reali, i Genovesi non si espressero che col silenzio; molti si ritirarono in campagna, come fecero poi ogniqualvolta il re vi tornava, e ben pochi s’attaccarono alla fortuna del nuovo signore. Mentre la nobiltà ribramava l’antica dominazione, le persone colte stomacavansi d’un assolutismo non palliato dalla gloria; la plebe rimpiangeva i tempi in cui non pagava nulla; e a guarnir la città, non tanto contro i forestieri come contro i cittadini, bisognava tenere più soldati che non ne desse il Genovesato, ed erigere fortezze minacciose.

Re Vittorio Emanuele, si dicesse pur raggirato dalla moglie, dal confessore, dal confidente, palesava però intenzioni benevole; lasciava poc’a poco sottentrare le nuove idee e nuove persone; e dopo gli odiati Cerutti e Borgarelli, chiamò al ministero il conte Prospero Balbo, onorato per mente e per liberalità secondo i tempi e il ceto, che impacciato da tutto l’organamento burocratico, sperò alle urgenti riforme supplire con palliativi. Secondando la moda, si diè voce che stava in lavoro una costituzione, e se non veniva agli effetti, imputavasene l’Austria, la cui vicinanza impacciava l’indipendenza del regno; l’Austria, potenza preponderante in Italia, spauracchio universale, su cui i governanti versavano anche le colpe proprie. Rimedio unico, infallibile a tutti gli abusi acclamavasi la costituzione: questa al Piemonte attirerebbe l’attenzione e i voti di chiunque aspira al meglio nazionale, e d’un soffio diroccherebbe l’Austria, reggentesi solo sul despotismo: gli impazienti raddoppiavano d’attività nelle combriccole dei Carbonari, degli Adelfi, de’ Maestri sublimi; e quando scoppiò la rivoluzione di Napoli, più sorrise il desiderio d’emancipare il Piemonte dalla tutela austriaca, e metterlo a capo dell’Italia redenta.

Allora le società secrete abbracciarono moltissimi soldati, più avvocati e professori, e gl’impiegati fin nelle somme magistrature, e non pochi del clero, e tutti gli studenti; poi propagate nelle provincie compresero sindaci e parroci, legarono intelligenze colle lombarde e romagnole. L’antica lealtà savojarda repugnava dalle congiure; l’onor militare rifuggiva dal calpestare il giuramento di fedeltà; ma si fece intendere che non trattavasi di ribellarsi al re, bensì di salvarlo dalla congiura dei preti e dei nobili e dalla servitù, dell’Austria, che si spargeva volesse obbligare a ricevere guarnigione tedesca, e concorrere alla spedizione contro di Napoli; anzi, essa pensasse trarre in un arciduca il Piemonte, a danno di Carlalberto principe di Savoja Carignano.